31 gen 2012
Sono contrario alle emozioni
- Lei ha uno scompenso tra la sfera razionale e quella emotiva. La prima la governa, ma ha un controllo insufficiente sulla seconda. Non decodifica le sue emozioni, non le sente arrivare, non le anticipa. Semplicemente le subisce. Quando le vengono addosso, è del tutto impreparato ad affrontarle. E quelle la investono, come farebbe una macchina, o un camion.
Meglio un tre ruote, avevo pensato.
- A quel punto, si rialza e fa quel che può. Quello che può fare un uomo che è appena stato investito, cioè ben poco. Ecco, lei deve riuscire a difendersi dalle sue emozioni. Deve imparare, per così dire, ad attraversare la strada. Ad arrivare dall’altra parte tutto intero, e a farlo con naturalezza, senza esitazioni, senza rallentare né precipitarsi, tenendo un passo costante. Altrimenti le sue emozioni continueranno a prenderla in pieno, e lei ne sarà sempre travolto. E il problema di quel tipo d’incroci è che non hanno semafori, capito com’è?
Sì, ho capito com’è. È come è per tutti. Vincenzo Malinconico ha la grandezza dell’essere un personaggio universale, un piccolo pezzetto di puzzle che si incastra perfettamente ovunque e con chiunque. Vincenzo Malinconico abita in ogni lettore della sua caotica storia. Malinconico sei tu, sono io, lo siamo tutti. Un piccolo uomo comune, con una piccola vita comune che lo fa grande imbuto di pensieri collettivi e condivisibili. Un avvocato che fa l’avvocato di se stesso, che si fa domande e poi si appella al diritto di non rispondere (quanto è veritiera la quarta di copertina), che se la suona e se la canta da solo, e quasi sempre sono canzoni della Carrà. E chi l’avrebbe mai detto che a guardarle col microscopio critico di Malinconico potessero contenere tanto spessore sociale e psicologico. Lo ritroviamo di fronte al suo analista a costruirsi una rete di alibi e bugie ridicole, tentando invano di nascondersi proprio di fronte a colui che paga per riuscire ad uscire allo scoperto. Ma allo scoperto Malinconico non vuole proprio starci, nemmeno nei suoi sproloqui con se stesso. E allora finge, e divaga su donne-meteore aeroportuali, e improvvisa piccoli saggi critici sulle sigle di Canzonissima, e scrive memorie adolescenziali sui già allora disastri sentimentali o sul perché i supereroi siano passati di moda in favore dei tronisti di Maria De Filippi. Alla fine guardiamo e leggiamo la farsa continua di quest’uomo un po’ vigliacco e finiamo stranamente per capirlo, per provarne affetto, solidarietà, ché alla fine ognuno di noi inscena a suo modo una piccola farsa quotidiana col mondo, basta restare puliti. Tanto, se non è l’analista, sarà sempre qualcuno o qualcosa a scoprirci, a vederci, quasi senza fatica, proprio lì, dietro il mucchio di ridicolo dove stavamo acquattati. Allora usciamo alla scoperto, senza nemmeno poi tanta vergogna, ché non c’è mica da vergognarsi di essere piccoli esserini fragili, feriti, un po’ scrostati come i muri di un palazzo in ristrutturazione. “Malinconici” del mondo, non abbiate paura, non siate contrari alle emozioni, quello che è rimasto lì ad ammuffirci gli stati d’animo, prima o poi andrà via.
M.
voto: 6.8


