Fumetti

Published on marzo 17th, 2016 | by Martina Caschera

Anubi, storie di ordinaria mitologia

Le prime venti disarmanti pagine di Anubi anticipano al lettore una delle molteplici forme di spaesamento che lo accompagneranno nel corso della lettura di uno dei più bei fumetti italiani del 2015.

Ci troviamo in un passato mitologico che riconosciamo egizio, quando, improvvisamente, quando credevamo d’aver capito qualcosa, l’ombra di una storia millenaria – che è quella del mondo ed è quella dell’uomo- si allunga fino ai giorni nostri, rigettando nella quotidianità più ordinaria e provinciale, Anubi.

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Chi sia Anubi e cosa ci faccia in una cittadina marittima sconosciuta, in un punto non meglio precisato del globo, non è dato sapere. Se si tratti di un cane o di uno sciacallo, nemmeno. L’introduzione, priva di parole e ricca di simboli, riassume ai lettori la storia di un dio egizio decaduto e di come questi abbia infine assunto la forma “ordinaria” che li accompagnerà nel corso della narrazione.

Quest’opera di Taddei (testi) e Angelini (disegni), alla loro prima pubblicazione per GRRRz comic art book, è imperniata dunque su una figura misteriosa, cinica e nichilista, eccentrica ma familiare: la vita di Anubi riecheggia l’esistenza di tanti esseri umani etichettati come outsider, disadattati. Una vita ai margini del sistema sociale, fuori da ogni ordine e regime, tra droga, smarrimento ed abbandono.

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Questo tomo di numerose (ma non numerate) pagine, prende spunto dunque dalla storia di un dio egizio che si fa compagno di bevute e scorribande, una creatura al confine tra una dimensione spirituale, quasi esoterica, ed un’umanità viscerale. Eppure, il corpo centrale del fumetto è nutrito dai tanti altri personaggi, ugualmente importanti nella composizione di un quadro complesso, che rendono Anubi più che la storia di uno, la storia di una città e, in ultima analisi, dell’umanità stessa.

Accanto al cane-sciacallo troviamo amici e nemici di sempre. Una veloce presentazione introduce le figure più importanti: raccolte in piccoli gruppi, come quello dei “tossichetti”, delle suore, dei poliziotti, o a solo, come Burroughs o l’emblematico uomo col cancro in faccia. Oltre a quelli presentati, per non dire “catalogati” tra le prime pagine, molti altri si uniranno, umani e meno umani, alla storia di Anubi. Questi personaggi si muovono in luoghi che sono vere e proprie tappe di un percorso circolare, che non lascia scampo. Il bar, lo scantinato dove un gruppo di ragazzotti si dedica goliardicamente a riti satanici, la diga e infine la costa deserta: si tratta di luoghi dell’anima, nei quali e verso i quali i protagonisti si muovono in una tensione che non sembra mai davvero libera, quasi si trattasse di gironi danteschi e di condanne eterne al movimento o alla stasi.

Ad Anubi, in questa cittadina popolata da umani tormentati e da mostri misteriosi, ne succedono di cose. E mentre gli avvenimenti si susseguono, in maniera coinvolgente se non avvincente, gli autori ci permettono di accedere al passato del protagonista e dei suoi compari, condannando ad affezionarsi a ciascuno di loro, come si fa con un amico un po’ stronzo.

Oltre al dio-sciacallo, anche Horus, un piccolo falco depresso, è reliquia di un mondo altro. Questa figura è importante nel suo cadenzare il ritmo del racconto, come un macigno, a rappresentare la condanna umana alla disperazione: con il suo enorme occhio dolcissimo, il suo fare agitato, singhiozzante e la sua impudica richiesta di aiuto, non può che causare in Anubi – e nel lettore stesso – un pungente disagio. Tutti sappiamo che Horus andrebbe aiutato, tutti sappiamo che non è possibile.

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Tra queste pagine, al lettore viene richiesto di accettare il sovvertimento della razionalità stessa e di perdersi nei dettagli più fantasiosi e oscuri. Se ci si lascia andare, è impossibile non farsi convincere da questo testo, infarcito di rimandi letterari – in primis, quello a Burroughs, uno degli abitanti della cittadina- e dal suo protagonista – che, nel suo menefreghismo nichilista, ricorda tanti amici che abbiamo avuto, reali o immaginari-. E se la narrazione non porterà il lettore particolarmente lontano in quanto a intreccio, un’attenta lettura gli permetterà invece di andare a fondo, di scendere nelle profondità di una miriade di piccole e grandi questioni esistenziali. Da dove vengono, in realtà, Anubi ed Horus? Cosa rappresenta (ammesso che rappresenti qualcosa) questo passato mitologico, oramai perduto, nel quale figure oggi fragili erano invece onnipotenti? Si tratta forse del passaggio dall’infanzia alla vita adulta? Anche i personaggi sono tutti un’incognita: quanto più definiti e categorizzati, tanto più angosciata ed imprevedibile la nostra reazione a loro. Gli stessi rapporti interni, il reticolo di legami funzionali e disfunzionali, sono allo stesso tempo assolutamente comprensibili ed irrimediabilmente malati.

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L’impressione generale è di venire coinvolti di qualcosa di molto sporco e cattivo e, allo stesso tempo, di venire interpellati in prima persona, riguardo la nostra umanità.

In tutto questo, la componente grafica e quella verbale si rispecchiano in maniera convincente: ad un linguaggio colloquiale, crudo e poetico allo stesso tempo, corrisponde una sintesi formale, una linearità e un bianco e nero eleganti ma anche vivaci, provocatori. La grafica che potrebbe sembrare scanzonata e naif reagisce nel confronto con una fabula a dir poco impegnativa, che, pur divertendo grazie all’umorismo schietto e carnale, chiede al lettore un continuo sforzo di approfondimento, di concentrazione. Nel suo indicare sempre da qualche altra parte, che sia un passato mitologico perduto o semplicemente una vita alternativa, al di là delle costrizioni, della morale e del mare, Anubi raggiunge un obiettivo molto importante dell’arte: quello di comunicare cose senza dirle mai, fabbricando uno spazio di manovra dove il lettore può scegliere di rimanere a galla o sprofondare.

Martina Caschera

Anubi, storie di ordinaria mitologia Martina Caschera

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