Interviste

Published on febbraio 17th, 2017 | by Roberta Rega

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Ancora su Grande Nudo

 

Intervista a Gianni Tetti

Abbiamo già parlato di Grande Nudo, qualche settimana fa, come di un romanzo potente, denso, torrenziale anche nella mole. Sicuramente non un café-table-book, ma una materia magmatica che non si lascia facilmente superare dalla lettura successiva e che resta presente e disturbante con i suoi interrogativi, la sua violenza, la inquietante vicinanza con il presente. Grande Nudo non si esaurisce nella sola lettura ma continua ad accadere nella testa del lettore, e per questo motivo abbiamo chiesto all’autore Gianni Tetti di parlarcene ancora, e di soddisfare la insana curiosità generata da un testo del genere.

Gianni Tetti

Grande Nudo è un’opera estremamente visiva; ci sono immagini talmente vivide che mi sembra, da lettrice, di aver visto il film di Grande Nudo, di conoscere i personaggi talmente bene da immaginarne le voci, i gesti, l’abbigliamento. Questo, anche per deformazione professionale: sei sceneggiatore per il cinema e la tv. Quali sono le immagini che hanno ispirato te? Qualche film o serie televisiva, in particolare, ha condizionato le atmosfere che avevi in mente?

Effettivamente Grande Nudo nasce con due immagini: una ragazza distesa sul letto che guarda il soffitto bianco della sua camera. Lei è una portatrice di handicap e vorrebbe essere considerato per quello che è, una ragazza, e non per il suo handicap. Vorrebbe andare a letto con dei ragazzi, fare una vita da ragazza giovane quale è, invece è costretta a star chiusa in casa da genitori che non accettano la situazione. La seconda immagine è quella di un ragazzino che guarda dalla finestra di casa sua. Quello che vede è il mondo che lentamente si sgretola. Vive in una famiglia con rapporti al limite dell’animalesco e in breve capisce che la loro casa è l’unica a essere rimasta in piedi. Poi è arrivata una terza immagine: il mare increspato e una barca a largo che sta per finire dentro una tempesta.

Sono un fruitore attento, mediamente assiduo, ma non compulsivo di film e serie tv. Per Grande Nudo mi hanno certamente ispirato le immagini fredde dei film di Haneke, quelle sue atmosfere silenziose ma cariche di tensione, i volti veri delle pellicole di Pasolini, e i discorsi semplici dei personaggi pasoliniani, i movimenti grandiosi di una serie come Il Trono di Spade e quella capacità di spingere la brutalità su limiti estremi senza mai trascendere, e la distopia esistenzialista di The Leftovers, insieme alla sensazione di magico e divino che la storia suggerisce in continuazione pur senza mai esplicitarla del tutto.

Dietro un libro tanto corposo c’è senza dubbio un lavoro di editing non indifferente. Ce lo racconti? Com’è stata questa “post-produzione” del testo?

Il libro è frutto di decine e decine di riscritture. A parte il mio continuo editing personale, con l’editor del libro, che è Angelo Biasella, abbiamo iniziato a lavorare prima che finissi di scrivere la storia. La fase di editing con Angelo è durata per circa sei mesi. Gli mandavo un centinaio di pagine per volta. Durante la giornata scrivevo e di notte vedevo gli appunti di Angelo. Abbiamo proceduto così sino alla fine del libro. Poi ci sono state varie riletture e varie modifiche al testo, anche abbastanza decise. Per me la fase di editing è quella decisiva. Per prima cosa è decisivo il confronto con Angelo, che è una persona di cui mi fido e con cui ormai, dopo tre libri, ci sono dinamiche di lavoro ben oliate. Durante l’editing posso semplicemente limare alcune sfumature ma anche spostare interi capitoli o cambiare il senso di un personaggio. Spesso il mio modo di operare condivide certe dinamiche con l’editing cinematografico. Faccio un vero e proprio montaggio di scene, le smonto e le rimonto, fino a che tutto non mi sembra perfetto. Poi non sarà perfetto, perché in questo mestiere, un po’ artistico e un po’ artigiano, la perfezione è una tensione, ma mai un vero obiettivo. L’obiettivo è favorire la lettura e trasmettere nella maniera più chiara e interessante possibile la storia e il suo senso.

Da dove vengono i personaggi infernali e borderline di Grande Nudo? Li hai immaginati di sana pianta, li hai modellati esasperando caratteristiche presenti in persone che hai realmente incontrato o ti sei ispirato alla peggiore cronaca nera?

Alcuni personaggi, come don Casu o Candida, sono nati dalla voglia di raccontare aspetti contraddittori del nostro presente. Per il primo, la crisi di vocazione, la difficoltà a mantenere il celibato, la sensazione di molti preti di non poter essere la guida che tutti si aspettano che siano. Ho letto articoli a riguardo, ricordo una bella inchiesta su Il fatto quotidiano, e ho scoperto che molti parroci hanno questi problemi e questi dubbi, e ci sono forum dove ne parlano, in forma anonima, si confidano. Candida nasce da un articolo sull’assistenza sessuale a portatori di handicap, e da una chiacchierata a riguardo, avuta, tanto tempo fa, con lo sceneggiatore Guillermo Arriaga. Anche in questo caso una semplice ricerca su Google ti risulterà illuminante. Volevo raccontare la voglia di queste persone di affermare la propria personalità, di non vergognarsi dei propri sentimenti e dei propri bisogni, di essere visti come essere umani aperti alla vita e non come malati. Per altri personaggi ho preso spunto dalla cronaca, altri ancora rappresentano una tipologia di persone che voglio raccontare o semplicemente sono presi in prestito dal mio mondo, dalla mia città, da ciò che mi sta attorno. A tutti do immediatamente una faccia, quindi una voce e una fisicità. Per fare questo parto dall’osservazione di persone reali, spesso anonimi passanti, clienti di un bar, persone in fila alla cassa o alle poste. In fondo, se ci penso, non ho inventato niente.

Personalmente, immagino che tu abbia scritto questo romanzo in una grotta a precipizio sul mare, di notte, alla luce di una candela. Come organizzi il tuo lavoro? Scrivi di notte, di giorno, a orari prestabiliti?

Da qualche hanno ho scoperto che organizzare il lavoro secondo orari prestabiliti mi aiuta ad essere più concentrato, a non disperdere le energie e a focalizzare meglio l’argomento di cui devo scrivere. Grande Nudo è il primo libro che scrivo in questo modo, quasi con orari da ufficio. Direi però una bugia se non ammettessi che, verso la fine del libro, con i tempi di consegna che arrivavano a termine, ho scritto praticamente notte e giorno per quasi un mese. Ero totalmente rapito dalla storia, mi verrebbe da dire posseduto. Non pensavo ad altro, non vedevo nessuno per giorni, seguivo i miei ritmi fisiologici e dormivo pochissimo. Poi è arrivato l’editing e sono tornati gli orari da ufficio.

La maternità è un tema sotterraneo eppure molto presente in Grande Nudo, e a una donna sembra essere affidata la salvezza di quel mondo che racconti. La donna per te è madre, ferina, bestiale, è istinto alla vita: un modello opposto a quello che viene proposto dalla cultura dominante.

Grande Nudo ha per protagonista assoluta una donna, che vuole essere una carezza piena di rispetto alla figura femminile. L’istinto alla vita è di chiunque, non solo della donna, è l’insopprimibile tendenza che la natura ci instilla con l’obiettivo di preservare la specie. Non possiamo farci niente, non è una mia idea, è solo la constatazione nuda e cruda di come stanno le cose. Ma non è obbligatorio creare la vita, istinto alla vita non significa per forza maternità: la Maria di Grande Nudo non sceglie la sua maternità e all’inizio neppure la accetta. Maria ci dice che basta anche prendersi cura della vita di chi c’è già, e iniziare a prendersi cura di sé stessi, per rispondere al proprio istinto alla vita. L’istinto alla vita è ricerca del proprio essere, della propria felicità, della propria dimensione, di una ragione per non soccombere. È difesa dell’esistenza, perché dobbiamo essere anche in grado di difenderci da chi ci vuole dire come dovremmo essere. Maria è ferina contro chi vuole imporle una dimensione, difende la sua vita, quella degli altri, e il suo diritto a decidere dove andare e con chi. Maria è l’unico personaggio nel libro che sceglie davvero, che sfida il destino e lo batte. Ed è in grado di dare senso alle vite degli altri: tutti i personaggi di Grande Nudo, per capire il loro ruolo, per capire chi sono, cosa devono fare, hanno bisogno di incontrare Maria.

La Sardegna è presente linguisticamente – oltre che fisicamente – nel romanzo, e c’è anche un interessantissimo glossario alla fine del testo. I dialetti, oggi, sono ancora una ricchezza o rischiano di essere venduti come folklore?

La lingua sarda non è solo ricchezza, ma è base, fondamento, non è folklore ma conoscenza, trasmissione di conoscenze, di consapevolezza, è appartenenza. E così dovrebbe essere per ogni lingua o dialetto. Non possiamo andare lontano se non badiamo alle nostre radici, e la lingua sarda è radice. In Grande Nudo i personaggi parlano una lingua spuria che mischia il sardo o il sassarese con l’italiano. È il modo più onesto e credibile che conosco per farli esprimere e descriverli.

Cosa leggi di solito, e cosa hai letto prima di scrivere Grande Nudo, sia come lavoro preparatorio che come ispirazione?

Non ho letture solite. Leggo di tutto, cerco di evitare di leggere cose troppo brutte. Qualche volta ci riesco, qualche volta no. Adoro i fumetti di Igort, Manuele Fior e Gipi e i libri di Ammaniti. Le letture che hanno inciso sulla mia personalità, sulla mia volontà di scrivere, e su cosa scrivere sono Salinger, Vonnegut e Garcìa Màrquez. I romanzi di Murakami Aruki, Agota Kristof e Sergio Atzeni sono state letture di ispirazione per Grande Nudo. Tra le letture preparatorie, ci sono alcune parti della Bibbia, e Armi, acciaio e malattie di Jared Diamond. Tante altre letture si sono succedute nel corso degli ultimi anni. Ma queste, credo, sono state le più incisive.

Che musica ascoltavi mentre scrivevi Grande Nudo?

Sono una di quelle persone che non potrebbero vivere senza musica attorno. Quindi, abbastanza naturalmente, la musica è diventata parte fondamentale della mia pratica di scrittura. Scrivo sempre con della musica in cuffia. La uso per cercare un ritmo o inseguire un sentimento. Scelgo con attenzione, ascolto pezzi a decine prima di decidere quello giusto. Quando ho trovato la canzone, la ascolto in loop, per giorni, sempre la stessa. Per Mette pioggia era toccato al Bolero di Ravel, ascoltato forse migliaia di volte per ore e ore al giorno. Con Grande Nudo ho ascoltato più pezzi di generi e provenienze diversissime l’uno dall’altro. Ho ascoltato dalla Sinfonia n.7 di Beethoven a Stormi di Iosonouncane, da Fratres di Arvo Part a Do you wanna dance dei Mamas & Papas, dal Primo e Secondo coro delle lavandaie de La Gatta Cenerentola di Roberto de Simone e Nuova Compagnia di Canto Popolare a November di Max Richter, da Water from the same source di Rachel’s a Com’è profondo il mare e L’ultima luna di Lucio Dalla, dalla Berceuse di Chopin a Break into your Heart di Iggy Pop, da Showtime di Jon Brion a I see a darkness di Bonnie Prince Billy nella versione con Johnny Cash. Posso ricollegare ognuno di questi pezzi a una o più parti del libro, a uno o più personaggi, a uno o più capitoli, ne hanno costituito la colonna sonora. Ancora adesso, quando ascolto alcuni di questi pezzi ho i brividi, il ricordo dei personaggi, di come sono nati, delle emozioni che mi davano crescendo.

Ringraziamo Gianni Tetti per averci riportato per mano, per un altro po’, nel suo Grande Nudo.

Roberta Rega

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"Era un mondo adulto, si sbagliava da professionisti"



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