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Published on febbraio 21st, 2017 | by Roberta Rega

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Come una canzone

 

Come una canzone

Luca Giachi, Come una canzone. Hacca edizioni, 2106, pp 142

 

“La prima cosa è che adoro scoprire fino a che punto di follia ci si può spingere. Lo noto dal mio grado di attrazione. La seconda cosa certa è che non ne posso più di essere come sono. Infatti faccio sempre gli stessi errori. La terza cosa certa è che devo finire di pensare di migliorare. Sono come sono, e pace.”

Quando hai venticinque anni, hai da poco finito l’università ma non sai bene cosa fare della tua vita, da un lato sei felice di avere ancora tempo per fare tante cazzate, mentre dall’altro guardi con speranza al tuo futuro prossimo, a quando finalmente sarai qualcosa. C’è tempo, ti dici. Questo accade perché pensi che quel senso di incompiutezza e precarietà sia solo una fase transitoria, e non la sostanza stessa dei tuoi rapporti personali, delle tue scelte di lavoro, perfino di quelle abitative. Questo deve aver pensato Mattia, il protagonista di Come una canzone di Luca Giachi, che con un lavoro in tasca da architetto e un rapporto fallito alle spalle decide di rimettere insieme la sua vecchia band per riscoprire, da splendido trentacinquenne (cit.), l’inebriante profumo del disagio.

 

“Mattia, tu attrai disagio intorno a te.”

A dare man forte a questo grande ritorno dei vent’anni come categoria esistenziale, c’è la nuova cantante del gruppo, Letizia: una di quelle persone terribilmente affascinanti e complicate, che dopo i trent’anni impari subito a riconoscere e ad evitare accuratamente perché – ormai lo sai – sono un vicolo cieco. E invece no, Mattia è coerente con la sua voglia di stare male, e inizia a gravitare intorno alle belle gambe di Letizia, alla sua voce, alle sue paturnie e ai misteri che spiegherebbero i suoi continui sbalzi d’umore. Una storia del genere, fatta di vite incompiute, di cause perse e di confusione sentimentale non poteva che essere ambientata a Roma, questo enorme grembo che ci raccoglie, che ci respinge tutti indistintamente, dove siamo sempre indecisi se restare e alla fine non ce ne andiamo mai.

“Perché ci mettiamo secoli a sganciarci dalle persone che stanno male?» «Perché c’è quasi sempre una componente di genialità in loro. Era difficile non innamorarsi quando lo vedevo intento a fotografare. Quando vedevo attraverso il suo mondo la realtà. il nostro, anzi il tuo, in quanto io ho concluso quella fase della mia vita, non è puro masochismo.”

 Il disagio esistenziale congenito di Mattia viene fuori grazie al rapporto con Letizia – personaggio che non genera nessuna forma di compassione perché, cara Letizia, questa è la vita, per tutti – : non è una questione di età, è un modo di essere, un attaccamento al dolore, o una mancata accettazione del fatto che questa sorta di assuefazione al male di vivere non è fonte di superiorità spirituale, ma solo di enorme, inutile tristezza.

Un romanzo di formazione su un trentacinquenne? Sì, è proprio così, e questo è un segno dei tempi: si fa sempre più fatica a tracciare confini e traiettorie di sé stessi e degli altri, e tutto è reale solo nel momento esatto in cui lo si sta vivendo, e non un minuto di più. Ma se fossi stata in Mattia, a Letizia avrei detto subito “No, grazie”, e me ne sarei andato a prendere il sole a Villa Pamphili.

 

Roberta Rega

Come una canzone Roberta Rega

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3

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"Era un mondo adulto, si sbagliava da professionisti"



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