Interviste

Published on marzo 31st, 2017 | by Roberta Rega

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Qualche domanda ad Alessio Arena


“S’ha d’aprendre a somiar fins i tot amb la realitat”
(Dobbiamo imparare a sognare anche la realtà)

La parte migliore di alcuni viaggi è che sai quando iniziano ma non sai quando finiranno precisamente. Il mio viaggio a Barcellona è iniziato l’undici giugno del 2016, e forse non è finito ancora se sono qui a parlare della musica di Alessio Arena – che ho conosciuto in quella occasione – e a raccontare la bellezza di questo artista nato a Napoli nel 1984 e attualmente attivo nella capitale catalana. Prima di essere un cantautore, Alessio è stato un giovane scrittore di talento, autore dei romanzi L’infanzia delle cose (Premio Giuseppe Giusti Opera Prima), Il mio cuore è un mandarino acerbo (Premio del pubblico Esor-Dire 2012), La letteratura tamil a Napoli (finalista al Premio Neri Pozza e al Premio Minerva) e del romanzo breve La casa girata. Passando per la traduzione editoriale e per il teatro, sarebbe veramente lunga la lista delle strade che il talento di Alessio ha attraversato per arrivare fino a me, grazie a La secreta danza, suo ultimo disco del 2016. Tutte queste esperienze pesano e conferiscono spessore al suo discorso musicale in ogni accordo, dettaglio, intonazione della voce. Una voce incantatrice, misteriosa, angelica e dannata, che tradisce continuamente una profondità di senso che va anche al di là della comprensione delle parole. La prima volta che ho ascoltato i suoi pezzi in catalano mi sono sentita come uno straniero di fronte a una rappresentazione di Viviani, Scarpetta, o di Eduardo: mi sembrava di capire tutto senza conoscere le parole. Quando poi ho letto i testi delle canzoni, intrisi di letteratura e verità, ho capito che non mi ero sbagliata. La secreta danza è una piccola babilonia nella quale confluiscono identità note e sconosciute, suoni familiari e lontani, dove sentirsi a casa pur trovandosi in una terra straniera. Alessio Arena ci fa da guida in questa meravigliosa terra straniera rispondendo a qualche domanda per noi. L’intervista è avvenuta nel corso del suo tour in Sudamerica, che si è appena concluso.

 

Alessio, il tuo cammino artistico è costellato di letteratura e teatro, dove la musica appare come sintesi di un’esperienza molto più complessa e multiforme, iniziata molti anni fa. Per te è un punto di arrivo o solo un altro mezzo di espressione?

È stato, in realtà, il punto di partenza. La musica è un’antica tradizione familiare, ma io fino a poco tempo fa morivo di timidezza e allora la letteratura si presentava come mezzo di espressione molto più consono. Fare musica professionalmente, pensare a costruire una carriera, un progetto, mi è costato un bel po’ di tempo. Perché cantare le mie canzoni davanti alla gente è la cosa più difficile che potessi immaginare di fare. La pagina scritta, il romanzo, è arrivato prima, perché lì ci sono molti filtri, uno si sente protetto.

Quanto ti pesa vivere da artista autentico in un momento storico in cui nemmeno si presta più attenzione alle parole di una canzone? In questo senso, Barcellona offre un habitat migliore rispetto a Napoli e all’Italia?

Non lo è. Vorrei ancora credere che ci siano dei posti dove, oggettivamente, la gente è più attenta, risponde con molto più entusiasmo, dove ci sono possibilità, strutture, canali accessibili per artisti. Ma poi penso che uno debba crearsi l’habitat per la propria proposta. Dedicarsi a questo tipo di comunicazione, quella artistica, è un mestiere difficile, bisogna prenderne atto da subito ed essere imprenditori di se stessi. Barcellona è la capitale di un nuovo paese, la Catalogna, che ancora non lo è a tutti gli effetti, ma che culturalmente ha già una fortissima identità separata da quella di Madrid. Per questo, tra le altre cose, gli artisti del posto sono favoritissimi, e qualsiasi produzione in lingua catalana ha facile accesso ai media. Io, napoletano, artista proletario, omosessuale, non avrei sopportato ancora una discriminazione. Ho studiato il catalano all’università e nella strada e ho inciso moltissime canzoni in questa lingua. Poi però mi prendo pure le mie soddisfazioni. Quando sono in una radio importante o nella televisione nazionale, spesso cambio i programmi, e canto una delle mie canzoni in napoletano.

Ti esprimi in tre lingue, anzi quattro: castigliano, catalano, italiano, napoletano. In che modo questo plurilinguismo interviene nella tua musica?

Non è solo un metodo per non essere discriminato, come ti ho appena detto. Io mi considero un “contador de historias”, un raccontatore. Le cose che mi succedono, e quelle che vivo attraverso i racconti degli altri, non le traduco. Le scrivo e le canto nella lingua in cui le ho vissute. Infatti, nei miei dischi, non esiste mai una stessa canzone, con versioni in lingue diverse. Ogni canzone è unica, e ha la propria identità linguistica.

Chi sono i tuoi “padri spirituali”?

Quando mi fanno questa domanda in Italia trovo più complicato rispondere. Perché sebbene io abbia vissuto fino a 24 anni a Napoli, i miei modelli li ho sempre cercati nella musica e nella letteratura iberica e ispanoamericana. Questo perché il mio rapporto con la Spagna e con la lingua castigliana è iniziata quando avevo 6 anni, la prima volta che mia mamma mi portò a Barcellona a vivere. Da allora mi sono sempre diviso tra i due paesi.

Come quasi tutti i musicisti napoletani della mia generazione, ho amato profondamente il primo Pino Daniele, Eduardo De Crescenzo, Enzo Avitabile. Poi ci sono, dall’altra parte, Silvio Rodríguez, Pablo Milanés, Mercedes Sosa. Ma il mio vero maestro è di Castiglia, e si chiama Amancio Prada, cantore di poeti, come San Juan de la Cruz, Lorca, Rosalía de Castro. L’anno scorso, all’improvviso, ho ricevuto una sua mail, in cui mi raccontava dell’entusiasmo che gli aveva provocato l’ascolto del mio Bestiario Familiare. Sono partito subito per Madrid ad abbracciarlo. E abbiamo scritto una canzone, Dostoyevski che chiude il mio ultimo disco, La secreta danza.

I padri spirituali della letteratura, invece, li ho studiati all’università. Mi sono laureato in letterature ispanoamericane e avevo iniziato anche un progetto di dottorato, prima che la musica mi portasse altrove. Reinaldo Arenas e Roberto Bolaño potrebbero essere i due nomi imprescindibili. Al primo sono dedicati i miei tre romanzi, il secondo è omaggiato nel titolo, e un po’ nel concetto dell’ultimo libro La letteratura tamil a Napoli.

Se la tua musica fosse cinema, come sarebbe?

Il primo Almodóvar, hai presente? Anche quello di Hable con ella. Sarebbe un cinema molto narrativo, con quell’ingenuità che si trova in alcune delle filmografie asiatiche. E somiglierebbe a una sceneggiatura di Nancy Oliver, che nel 2007 scrisse uno dei miei film preferiti: Lars and the real girl.

Qual è il tuo rapporto con la canzone classica napoletana? Te lo chiedo perché pur nella freschezza e complessità della tua musica intravedo un’immediatezza e una verità interpretativa che mi fanno pensare alla nostra migliore tradizione musicale.

È un patrimonio prezioso che andrebbe salvaguardato e protetto soprattutto da alcuni interpreti che lo oltraggiano. Mio nonno Gennaro, quando emigrò a Torino nel ’54, portò poche cose in valigia, per fare spazio a un mandolino che suonava a malapena, ma che gli serviva a ricordargli le sue canzoni. Mio padre ha dedicato tutta la sua carriera alla riscoperta e all’esecuzione del repertorio meno conosciuto della canzone napoletana. E io, infine, ho speso i miei ultimi tre anni ad ascoltare e studiare l’opera incisa da Gilda Mignonette, la napoletana che diventò la “madre degli emigranti” di New York, negli anni ’20. Racconto la sua storia nel romanzo che sto per terminare.

Come procede il tuo tour in Sudamerica? C’è un libro che hai portato con te in viaggio?

Sono all’ultima tappa. Ho suonato ieri a Santiago del Cile e adesso ti scrivo dall’aeroporto di Guarulhos (Sao Paolo del Brasile) dove mi è appena stato detto che il mio volo per Barcellona si cancella per mal tempo!

Avevo portato con me As I lay Dying di Faulkner, ma l’ho finito poco dopo. Nel viaggio ho cercato mercatini dell’usato e vecchie librerie. A Montevideo, nel mercato domenicale di Tristán Narvaja, ho trovato una bellissima edizione antica de El Papa Verde, del premio Nobel guatemalteco Miguel Ángel Asturias (all’università l’ho sempre letto con approssimazione e volevo ritornarci), mentre nella piccolissima libreria Norte di Iquique, città cilena sospesa tra il deserto di Atacama e l’oceano pacifico, ho trovato El arte de la resurrección, fantastico Premio Alfaguara di Hernán Rivera-Letelier, già tradotto in italiano.

Per concludere, la domanda più importante di tutte, il banco di prova di tutti i grandi amori artistici (e non): che ne pensi di Paolo Conte?

Ho cantato Wanda all’Auditorio di Barcellona, insieme a una piccola band di musicisti catalani. È l’unica sua canzone che io abbia mai interpretato e la trovo bellissima. Poi, quando è venuto a suonare qui, nel Festival Jardins de Pedralbes, il mio collega Guillem Roma ha aperto il suo concerto e dopo siamo andati insieme a vederlo. Tutti i musicisti che amano Paolo Conte fanno dell’ottima musica. Il bello attrae altra bellezza. Per la prossima intervista prometto di ascoltare con molta più attenzione la sua opera.

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“Era un mondo adulto, si sbagliava da professionisti”



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