Libri

Published on aprile 11th, 2017 | by Fabio D'Angelo

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Il corpo del reato

Carlo Bonini, Il corpo del reato. Serie Bianca Feltrinelli, pp.320, € 18,00.

“Nel volto di Giulio, quando ce l’hanno restituito, ho visto tutto il male del mondo. Non vi dico cosa gli hanno fatto” (la madre di Giulio Regeni)

Se oltre al cruciverba de La settimana enigmistica vi appassiona anche il gioco “aguzza la vista”, allora, il nuovo libro di Carlo Bonini (già autore di ACAB e di Suburra, quest’ultimo in coppia con Giancarlo De Cataldo), Il corpo del reato (serie Bianca, Feltrinelli), potrebbe fare al caso vostro, perché ad un certo punto della storia sarete quasi obbligati a giocare di logica con una foto. Quella che Ilaria, la sorella di Stefano Cucchi (la vicenda la conoscete sicuramente tutti), quasi come gesto estremo, deciderà di mostrare in Tribunale. Ma come spesso capita, per comprendere perfettamente le ragioni di questa scelta, è necessario riavvolgere i fili del racconto e partire dall’inizio, cioè dal 15 ottobre 2009 e dal momento in cui Stefano Cucchi, un giovane tossicodipendente, viene arrestato dai carabinieri per spaccio di droga. Dopo un’udienza lampo in cui si dichiarerà colpevole, a Stefano verrà disposta la custodia cautelare in carcere. Morirà sette giorni dopo, il 22 ottobre 2009 in una stanza dell’ospedale Sandro Pertini di Roma, dov’era ricoverato da quattro giorni.

Ne Il corpo del reato, Bonini ricostruisce la vicenda di Stefano Cucchi partendo proprio dall’arresto. Poi l’agonia, la morte, le indagini, i processi, l’omertà corporativa, le discese ardite e le sue risalite fatte di bugie e mezze verità. Bonini lo fa attraverso la forza delle testimonianze dirette, degli atti processuali, delle consulenze tecniche e delle indagini difensive – nel libro avrà un ruolo rilevante Fabio Anselmi, l’avvocato della famiglia Cucchi, già difensore della famiglia di Federico Aldrovandi, il ragazzino ucciso da quattro poliziotti a Ferrara – che smonteranno di volta in volta i tentativi di nascondere, depistare o far ricadere le responsabilità su altri.

Ed è proprio in uno dei momenti più critici del calvario processuale, dopo che una sentenza dichiarò assolti tutti gli indagati, che Ilaria Cucchi decide di mostrare in aula la foto del fratello.

Lo farà anche dopo, più volte, anche su Facebook e Twitter, quasi ad invocare attraverso i social il potere dirompente del racconto per immagini, l’unica forza in grado di fermare l’inerzia delle cose e ribaltare il processo fuori l’aula di un tribunale.

Da questo momento la foto del martirio di Stefano diventerà essa stessa narrazione. Perché quell’espressione tipo urlo di Munch non mente e la sincerità di cui è intrisa finirà col frantumare lo storytelling ufficiale e con esso alcune regole che molti di noi reputavamo fino a quel momento pilastri fondamentali, come quella contenuta ne Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry: l’essenziale è invisibile agli occhi.

E invece no. Non sempre, perché qui è tremendamente visibile e fa male.

Come sa chi, per coraggio o per morbosità, ha guardato quell’immagine e ha provato tutto il male del mondo: quello di un uomo di 31 anni ridotto ad uno scheletro (Stefano arriverà a pesare 37 chili), con il volto tumefatto, devastato da segni che anche una persona normale, non dotata di fiuto sopraffino alla Montalbano, con un minimo di ragionevolezza legherebbe subito ad un pestaggio. Il gioco di logica a cui ci invita a partecipare Ilaria è l’unico in grado di spazzare le verità di comodo di volta in volta confezionate:

Stefano morto “per una caduta dalle scale”.

Stefano morto per “l’inanizione” causata da uno “sciopero della fame”.

Stefano morto per epilessia: “morte improvvisa ed inaspettata per epilessia in un uomo con patologia epilettica di durata pluriennale, in trattamento con farmaci anti-epilettici”. Quest’ultima ipotesi era contenuta nella perizia fatta dagli esperti nominati dal Gip.

Ma la forza de Il corpo del reato, oltre che nella puntuale e rigorosa ricostruzione cronologica della vicenda, sta anche nella capacità di trasmettere al lettore tutto il disgusto morale che provoca l’inchiesta, come quando Bonini scrive: «Un drogato di merda. Dunque, ultimo degli ultimi. Dunque, privo di diritti. Dunque, non uguale di fronte alla legge degli uomini. Un diverso. Un Corpo a perdere. Uno di quelli di cui si dice, nel gergo di certi sbirri, che abbiano il nome all’anagrafe scritto a matita. Perché cancellarlo è un attimo. E nessuno verrà a reclamare».

È il commento a margine del drammatico scambio di sms e telefonate intercettate tra uno dei carabinieri coinvolti e la ex moglie: «“Devi solo essere contento se i tuoi figli fanno delle cose e si divertono. Preoccupati di più se ti vedono perché ti arrestano”. D’Alessandro le aveva telefonato fuori di sé. “Che volevi dire, eh? Perché mi dovrebbero arrestare, fammi capire? Ma che dici, eh?” E questa volta Anna aveva parlato chiaro.“Non ti preoccupare, perché poco alla volta ci arriveranno. Perché quello che hai raccontato a me lo hai raccontato a tanta gente. Hai raccontato della perquisizione, Raffae’. Hai raccontato di quanto vi eravate divertiti a picchiare quel drogato di merda!”»

Che svela, forse, la ragione che sta alla base della morte di Stefano Cucchi. Un movente nascosto all’interno di un brodo di cultura (l’odio del diverso) che era già stato espresso in modo limpido in un’improvvida nota firmata dal Sap, una sigla sindacale (questa volta di polizia): “In questo Paese bisogna finirla di scaricare sui servitori dello Stato le responsabilità dei singoli, di chi abusa di alcol e droghe, di chi vive al limite della legalità. Se uno ha disprezzo per la propria condizione di salute, se uno conduce una vita dissoluta, ne paga le conseguenze. Senza che siano altri, medici, infermieri o poliziotti in questo caso, ad essere puniti per colpe non proprie”.

E badate bene, perché è qui che la vicenda di Stefano Cucchi diventa racconto collettivo, quello di una nazione e dei suoi atavici difetti, come quel sentimento di disprezzo che noi abbiamo imparato già a conoscere nella caserma Bolzaneto durante il G8 di Genova. Zecca o drogato di merda poco cambia, quando a sfuggirci di mano è l’abitudine a ragionare in modo semplice. Quasi come se la logica binaria – quella del “Sì o No”, “Vero o Falso”, “Buono o Cattivo” – che regola il funzionamento dei computer, fosse uscita dal recinto di un case di una macchina per farsi essa stessa ideologia. Riproponendo in modo prepotente, nel paese di Cesare Beccaria e Dei delitti e delle pene, lo spettro del libero arbitrio.

E invece è qui che Il corpo del reato si fa impegno civile e spinge Bonini ad incrociare la vicenda di Stefano Cucchi con quella di Giulio Regeni, giovane ricercatore triestino, morto per le torture della polizia politica egiziana. Due destini tanto simili, che rimandano tutti noi al dovere morale di dare sostegno alla battaglia per l’approvazione, anche in Italia, di una legge per l’introduzione del reato di tortura.

Fabio D’Angelo

Il corpo del reato Fabio D'Angelo

Summary:

3.5

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è uno splendido trentenne che vive a Casalnuovo di Napoli e, avendo poche esigenze, se la passa moderatamente bene.



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