Libri

Published on maggio 9th, 2017 | by Roberta Rega

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Gli innocenti

Oswaldo Reynoso, Gli Innocenti, Edizioni Sur.

Quando fu pubblicato per la prima volta Los Inocentes, nel 1961, si gridò allo scandalo per questo corpo di racconti brevi che aveva come argomento i ragazzi della periferia di Lima. Forse per il linguaggio esplicito e privo di formalismi, per la sessualità dirompente dei protagonisti, o più probabilmente perché risultava inappropriato lavare in pubblico i panni sporchi dell’emarginazione e della povertà, soprattutto secondo le autorità politiche dell’epoca. Eppure, dopo tanti anni, questo breve romanzo composto di racconti, quasi un libello sulla giovinezza, genera ancora un effetto potente e significativo sul lettore, proprio come i ragazzi di vita di Pasolini non passeranno mai fintanto che non passeranno l’emarginazione, il sottoproletariato urbano e – grazie a dio – l’adolescenza.

Oswaldo Reynoso li conosceva bene gli adolescenti: nato in Perù nel 1931, prima dei riconoscimenti letterari è stato prevalentemente un professore, a stretto contatto con la materia umana esplosiva e misteriosa de Gli innocenti – i ragazzi delle periferie urbane in piena espansione in quegli anni. Dopo una breve incursione nella poesia, Reynoso si dedica alla narrativa e al realismo urbano per raccontare come il degrado delle periferie e le difficoltà economiche stessero forgiando una generazione di giovani, e in che modo fossero cambiati i riti di passaggio all’età adulta. La perdita dell’innocenza, che per i ragazzi di Reynoso segna l’entrata nel mondo degli adulti, è vissuta anche come una irreversibile perdita di sé, della parte sana e vitale, ma non vi è alcuna forma di giudizio da parte del narratore, né tantomeno di indulgenza. Prevale, invece, uno sguardo amorevole e indagatore su Faccia d’Angelo, Rossetto, il Principe, Ciambella e gli altri ragazzi della cricca, che si esprimono con la lingua della strada – generando suggestioni linguistiche interessanti – e oscillano tra l’insicurezza tipica dell’età e le visite nei bordelli e nelle bische dei bassifondi.

Una fitta serie di eventi – criminali e non – portano il lettore, capitolo dopo capitolo, nella vita di ognuno dei protagonisti del romanzo, con un ritmo sostenuto che sul finale riprende fiato e diventa, nella parte dedicata a Ciambella, una sorta di supplica:

Tu invece vuoi essere bravo: lo so. Se hai sbagliato è per via della tua famiglia, povera e rovinata; per la tua quinta, caotica e degradata; per il tuo quartiere, che è un vero inferno; e per la tua Lima. Perché ovunque a Lima la tentazione ti divora: biliardi, cinema, scommesse, bar. E i soldi. Soprattutto i soldi, bisogna trovarli a tutti i costi. Ma io so che sei bravo e che un giorno troverai un cuore all’altezza della tua innocenza.

Alla fine di questa corsa folle verso il nulla, come non pensare al monologo di Anna Magnani in Mamma Roma, un monito sulla necessità dell’empatia?

“…e tu lo sai perché il padre d’Ettore era un farabutto disgraziato?  Perché la madre era ’na strozzina e il padre era un ladrone; perché il padre della madre era un boja e la madre della madre un’accattona; la madre del padre era ’na ruffiana e er padre der padre era ’na spia. Tutti morti de fame. E allora di chi è la colpa? Di chi è la responsabilità?


Roberta Rega

Gli innocenti Roberta Rega

Summary:

4

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"Era un mondo adulto, si sbagliava da professionisti"



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