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Published on luglio 2nd, 2017 | by Guest

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Volevo solo guardare una puntata di Rick & Morty con Giorgio Manganelli… e parlare male gratuitamente di Interstellar

Volevo solo guardare una puntata di Rick & Morty con Giorgio Manganelli… e parlare male gratuitamente di Interstellar

Nel primo articolo dell’antologia Ufo e altri oggetti non identificati, Mincione Edizioni, intitolato L’Attesa dei Marziani, il mai abbastanza compianto Giorgio Manganelli esprime il rammarico di una generazione che nel corso degli anni cinquanta aveva aspettato invano che gli alieni distruggessero o perlomeno  conquistassero la Terra.

Nutriti di letteratura e cinema di fantascienza che aveva calato prodigi sinistri nei luoghi scoloriti della vita quotidiana, milioni di persone si sarebbero accontentate di lucidare le astronavi degli alieni o di andare a prendere loro caffé e brioche, dice Manganelli. Ma rimasero delusi, si sentirono dimenticati e incominciarono a chiedersi con angoscia se avrebbero dovuto sul serio distruggersi da soli.

Dire di aver pensato immediatamente a Manganelli dopo aver scoperto Rick & Morty sarebbe una bugia.

Ho pensato a Dexter’s Laboratory,

Rick & Morty_una banda di cefali

a Futurama

Rick & Morty_una banda di cefali

e a Guida Galattica per Autostoppisti di Douglas Adams,

Rick & Morty_una banda di cefali

Ovvero agli esempi di fantascienza contemporanea più scopertamente comici.

Del resto, lo dice anche Manganelli, una sorta di ilare paura è sempre stata presente anche nella fantascienza più “seria”. Un esempio per tutti: La Guerra dei Mondi che, dopo aver terrorizzato il pubblico nel 1953, soprattutto a posteriori, mostra i suoi aspetti più ingenui e finisce soprattutto per divertire.

Manganelli all’epoca dell’uscita del film aveva già superato i trent’anni, eppure lo andò a vedere al cinema cinque volte.

Dopo “soli” vent’anni però, pur conservando un temperamento altamente suggestionabile, e non rinunciando a “credere” agli alieni, aveva già sviluppato un distacco critico sufficiente da rendersi conto che “il ritorno” di avvistamenti, produzioni cinematografiche e letterarie degli anni ’70, non era altro che uno di quei fenomeni creati dai fabbricatori della moda per impressionare nuove generazioni di ignari adolescenti.

Dall’articolo Il ritorno degli Ufo, apparso su Il giorno il 15 novembre 1973, sono passati più di quarant’anni, eppure, la fantascienza, soprattutto quella cinematografica, è più viva che mai. È andata semmai consolidandosi una sua versione più “adulta”: da una parte più accurata e scientifica in base alla progredita conoscenza dell’universo, dall’altro più spassosa e, nel nostro caso, demenziale; qualcosa attraverso cui ridere di ciò che non conosciamo o non capiamo ancora.

In entrambi i casi siamo messi davanti allo stesso originario atto di fede: credere o meno, per esempio… agli alieni; sospendere l’incredulità di fronte alla messa in scena plausibile di congetture riguardo alla struttura e allo sviluppo dell’universo.

Come promesso nel titolo, immaginiamo ora di viaggiare nel tempo con un tablet e sedere su un divano con Manganelli a vedere una puntata di Rick & Morty. 

Rick & Morty_una banda di cefali

Originariamente in onda su Adult Swim, un blocco di programmazione notturna della rete via cavo di Cartoon Network, una garanzia per quanto riguarda intrattenimento bizzarro, alternativo e sperimentale,  la serie racconta le avventure di Rick, scienziato cinico, geniale e pazzo che, in compagnia del nipote Morty, insicuro e pauroso pre-adolescente, viaggia attraverso universi paralleli e pianeti popolati da creature perverse e polimorfe  (“Attenti agli ufo”, La stampa, 12 agosto 1978).

Si tratta di una fantascienza gioiosamente macabra, apocalittica e comica, quella creata da Justin Roiland e Dan Harmon; un’orgia inesauribile di bizzarrie grottesche che avrebbe disegnato Hieronymus Bosch se fosse vissuto ai giorni nostri e invece di assumere involontariamente segale cornuta avesse fumato erba con Kevin Smith, uno dei più noti fan della serie.

Ma come si colloca Rick & Morty nell’epoca di Interstellar, un film tanto accurato a livello scientifico quanto retorico e serioso, e in cui il protagonista interpretato da Matthew McConaughey snocciola stucchevoli considerazioni pseudo-filosofiche sulla vita e sul tempo?

Dopo aver visto la puntata di Rick & Morty in cui al padre di Morty, ricoverato e salvato in una rinomatissima clinica aliena, viene chiesto di donare il proprio pene da trapiantare al posto del cuore di un sovrano intergalattico malato, doppiato da Werner Herzog e che si abbandona a parlare del fallocentrismo della società terrestre, possiamo ripetere con Manganelli – che, ne sono sicuro, si starebbe asciugando gli occhi dalle risate – che la fantascienza ha assunto una tale dignità da diventare il salotto buono in cui si danno convegno tutti i simboli che nessuno accoglie più nei romanzi da premio.

Rick & Morty, nel senso inteso da Manganelli, ha la statura della fantascienza classica diversamente colta, conserva un elemento orrorifico e ilare insieme, il sano piacere del brivido di fronte all’ignoto. Promuove il punto di vista scettico ed eccentrico di chi conosce le teorie, le sa citare per quello che sono: un’approsimazione plausibile al vero: teorie. Una fantascienza che non può impedire “(…) che gli effetti dell’atto scientifico siano fatalmente simili agli effetti del gesto magico: entrambi sono potenti perché (…) colmano il terrore, il sacro terrore primigenio, per cui il mondo è solo verosimile ma non è vero, e quel che mi accade ne dimostra continuamente l’imprevedibilità, l’istante irrimediabile.”

Per quando riguarda Interstellar, credo, Manganelli non potrebbe invece che ripetere ciò che confessa ne Il sacro e il mostruoso (Il Messaggero 31 dicembre 1986), ovvero che le saghe spazio-temporali lo annoiano, le catastrofi al limite dell’universo non lo calmano,  ed è  disposto a incontrare un marziano purché sia in via del Tritone (…).

O ancora che lo affascina la proposta di finire tra i vecchi, calmi dinosauri, purché il transito nel tempo avvenga aprendo una porta di casa sua.

È vero, in Interstellar, nonostante i giocattoli costosi per adolescenti esibiti, questo lato quotidiano e domestico, volendo, c’è: il varco spazio temporale, è collegato con una libreria attraverso cui, per comunicare nel passato con la figlia, Cooper – McConaughey – fa cadere i libri utilizzando una specie di codice morse.

Eppure Manganelli avrebbe storto il naso, nel complesso avrebbe apprezzato lo sforzo ma l’avrebbe considerato troppo chiassoso; avrebbe preferito soluzioni più allusive, avrebbe ribadito la propria predilezione per storie verosimili e impossibili; avrebbe ribadito di diffidare dei professionisti di simboli e significati che si affidano a trucchi troppo elaborati. Manganellli avrebbe preferito qualcosa di più mostruoso e informe, a un film serioso legato a doppio filo a uno spiegone.

Non che Interstellar non sia un bel film, per carità o che, lo ammetto, abbia senso paragonarlo a Rick & Morty, eppure in quanto cefalo con regolare licenza natatoria, l’ho fatto lo stesso, supponendo che Manganelli avrebbe approvato.

Mi piace pensare che non si sarebbe nemmeno fatto troppe domande sul come e perché gli abbia fatto visita e sia dovuto ritornare a malincuore nel limitato tinello maròn chiamato pianeta Terra anno domini 2017.

Davide Predosin

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