Interviste

Published on luglio 23rd, 2017 | by Carla De Felice

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Penelope Poirot e il male inglese – Intervista a Becky Sharp

“Una donna dozzinale è come un’infezione, se nessuno la ferma dilaga.”

Nelle vene di Penelope Poirot, la protagonista dell’omonima serie di Becky Sharp, scorre sangue di pregio: quello del grande detective Hercule Poirot. E se qualcuno lo dimenticasse, la donna non perde mai occasione per ricordarlo. Lei è una donna eccentrica, stravagante e snob. Accompagnata da Velma Hamilton, la sua pazientissima segretaria, parte per una nuova avventura sulla riviera ligure ma con una sorpresa: il ritorno a Villa Travers, meta delle più belle estati della sua adolescenza. La villa, ormai disabitata da più di 10 anni, viene riaperta dalla famiglia Travers, ed è proprio qui che si consumerà uno spietato delitto.

Penelope Poirot e il male inglese è il secondo episodio dalla penna di Becky Sharp, che la scorsa estate aveva pubblicato Penelope Poirot fa la cosa giusta. Ma non preoccupatevi, non è indispensabile aver letto il primo volume per immergersi in questa lettura, l’unico rischio è volerlo recuperare il prima possibile a lettura conclusa. Un giallo avvincente, dall’atmosfera British, con un tocco senza tempo, ricco di citazioni e omaggi ai grandi del genere ma con una propria personalità.

Ho incontrato Becky Sharp da Marcos y Marcos (non sarò io a svelarvi la sua vera identità, però) e questo è il sunto della nostra lunga e interessante chiacchierata.

Ciao Becky e benvenuta su una Banda di Cefali. Per la tua serie di Penelope Poirot, hai scelto di nascondere la tua vera identità e optare per uno pseudonimo. Come mai questa scelta e soprattutto, credi che valorizzi o penalizzi il tuo romanzo?

Per me gli pseudonimi sono come delle maschere e in qualche senso ti lasciano libera di stare un passo indietro alle tue creature e di poterle seguire con un po’ di distanza. Io sono una persona molto timida, e in passato mi è capitato di restare delusa dopo aver conosciuto gli autori di romanzi che leggevo perché non c’entravano affatto con le idee che mi ero fatta. Se non vincoli troppo il libro all’autore, il libro ha una vita autonoma, mentre se lo vincoli troppo è più condizionato. È una delle ragioni per cui voglio che i miei libri siano liberi. Pensa che ci sono molte persone che restano deluse perché non sono né Velma né Penelope e non c’entro con entrambe, si aspettano che arrivi vestita con la cuffietta o in maniera stravagante mentre in realtà sono una persona molto timida e sobria anche nell’abbigliamento. Non so dirti se questa scelta penalizzi o valorizzi anche se forse nel mio caso potrebbe anche essere un vantaggio, per il tipo di libro, che è sospeso nello spazio-tempo, e vincolarlo a un nome o un vissuto nuocerebbe di più.
(Roberta Solari, ufficio stampa Marcos y Marcos: quest’albo di mistero non dispiace, e poi non è un segreto, se qualcuno ci chiede la vera identità di Becky Sharp noi la sveliamo senza problemi. Questo tocco British dello pseudonimo rappresenta molto bene la voce del romanzo. Parlare di questo libro come un’opera di Becky Sharp suona meglio rispetto ad un nome italiano, visto che si tratta di un libro che, a parte l’ambientazione e la lingua, di italiano ha ben poco).

intervista, Penelope Poirot, una banda di cefali, marcos y marcos

Foto di Marcos y Marcos

Qual è allora il tuo approccio verso la scrittura e la narrazione?

Ho cercato di fare un lavoro sulla lingua per renderla molto traducibile, espressiva, con un ritmo linguistico riconoscibile ma dal tocco British. Volevo che il lettore vedesse le cose che leggeva, vivesse insieme ai personaggi. Per quel che riguarda il mio approccio, invece, è quello tipico da narratrice: l’uso del passato remoto, il c’era una volta anche se in prima persona. A me piace narrare. Narrativa e cinema sono forme di evasione, devono portarmi altrove, può anche trattarsi di evasioni in inferni ma l’importante è che mi portino altrove.

Penelope Poirot, la donna con del sangue prestigioso che le scorre nelle vene, è secondo me un’adorabile snob. Ha un carattere stravagante, che potrebbe apparire insopportabile, ma si fa volere bene dal lettore. Com’è nato questo personaggio e la parentela con Hercule Poirot?

Quindi tu fai parte del team Pro-Penelope, c’è chi dice che sia un’insopportabile snob. La scintilla è nata dalla mia idea per un’amica. Io sono fatta così, cerco sempre di spingere gli altri. Le proposi quest’ipotesi di una nipote di Hercule Poirot e lei mi disse che dovevo continuarla io. Mentre ne parlavo, vedevo definire e delinearsi questo personaggio. Non poteva essere un asso dell’investigazione, però doveva in qualche modo assomigliare allo zio personaggio della Christie con quel lato auto-parodico. Non so perché, ma per la forma, tonda e riconoscibile, doveva essere per forza lui. Penelope può essere un po’ sciocchina, ma ha la stessa prosopopea, le stesse forme, gli stessi tic ma se lo zio è ordinatissimo, precisissimo, lei è disordinata di un “disordine artistico”. Ho cominciato a parlarne ed è nata così, perfezionandosi quando ho cominciato a scrivere .

E la sua assistente Velma Hamilton invece?  E quel rapporto di odi et amo verso la sua eccentrica padrona? 

Come sappiamo, nel genere è sempre previsto un accompagnatore per il detective. Là dove avevamo un’eroina a tutto tondo, la sua assistente doveva avere qualcosa di diverso. In questo caso è scettica nei confronti della signora, come se fosse costretta. In altri casi, invece, nei confronti dei propri signori c’è atteggiamento di rispetto, gli assistenti scelgono di seguire queste persone e ne riconoscono il genio. Invece Velma è costretta a lavorare per Penelope per ragioni economiche ma si fa coinvolgere. Non mi piaceva l’idea di creare coppie granitiche.

Il male inglese del titolo, la malinconia, mi ha fatto pensare ad una citazione di Victore Hugo “La malinconia è la gioia di essere tristi”. Cos’è la malinconia per Penelope e per i vari personaggi?

Penelope non la conosce, non sa proprio cosa sia. Victor invece incarna la malinconia più clinica, il “male inglese” che nasce a opera di un medico che, tratteggiando i primi sintomi di quella che poi verrà definita depressione, disse che ne erano afflitti soprattutto gli inglesi. Però la malinconia in un senso più profondo è rappresentata da Andrew in particolare, cioè quest’incapacità di mettere le mani sulle cose come se fossero circondate dal cellophane. Nel libro questa è una suggestione di tipo gotico. Un altro personaggio malinconico è sicuramente la casa, non perché sia malinconica, ma ha il punto di vista che il malinconico sospetta: che gli oggetti ci sopravviveranno, che alla fine niente vale davvero la pena perché il mondo è fatto di maschere. In fondo anche qui tutti mentono, indossano altre maschere e il malinconico è quello che demistifica tutto. La casa rappresenta quella percezione che, per quanto ci si possa restaurare, l’artificiale ci sopravviverà. Forse questo pensiero è il più vicino alla mia idea di malinconia. Mentre altre figure, come Velma, incarnano quel tipo di malinconia positiva, quella quasi piacevolezza del perdersi nei ricordi o coltivare memorie.

Qual è la colonna sonora che ti ha accompagnato durante la scrittura? 

Ho ascoltato Angels of the morning in tutte le salse e tutte le versioni possibili e immaginabili. La mia preferita però resta quella di Nina Simone.

Ci sarà un seguito alle avventure di Penelope Poirot? La fine lascia ben sperare.

Vi svelo che dovrebbe essere una trilogia e non una serie quindi la prossima dovrebbe essere l’ultima. Non credo che riuscirei a reggere una serie con lo stesso personaggio, diventerebbe stucchevole. È difficile tenere un personaggio che non cambia mai.

Come lavora Becky Sharp alle creazione delle storie?

In questo periodo sto lavorando al terzo episodio e sto studiando le location. Nella mia mente nascono prima le ambientazioni, le atmosfere e poi i personaggi. Penso alle luci, alla stagione, ai posti, ai colori e da lì mi viene un’idea vaga dei personaggi. È l’ambientazione che mi permette di capire quello che accadrà. Io sono amante di cinema, voglio che i miei libri si vedano, ci tengo a dare questo tocco. Il lettore deve sapere dov’è il personaggio, deve visualizzarlo.

Grazie mille a Becky Sharp per la bella chiacchierata e cari lettori pensiamoci bene, abbiamo un anno di tempo per farle cambiare idea e non concludere la saga di Penelope Poirot con una trilogia.

Carla De Felice

 

 

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L'unico vero realista è il visionario.



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