Fumetti

Published on agosto 2nd, 2017 | by Elettra Bernardo

0

Il piano orientale

 

Zeina Abirached , Il piano orientale. Bao Publishing 2017 pp 212

Beirut, 1959: nel salotto dalle vivaci pareti a fiori della famiglia Kamanja è collocato un vecchio pianoforte verticale. In apparenza è solo un piano ben temperato, eppure questo vecchio strumento possiede una particolarità che ben presto porterà il suo proprietario, Abdallah Kamanja, a bordo di uno dei battelli che vede partire dalle acque del porto ogni mattina dalla finestra di quella stanza.

Dalla stessa finestra si affaccia, quasi mezzo secolo dopo, Zanzoun, una giovane ragazza libanese in procinto di lasciare la sua terra alla volta della Francia, terra che conosce solo dalle videocassette viste a scuola e di cui padroneggia perfettamente la lingua.

Il piano orientale, graphic novel dell’autrice franco-libanese Zeina Abirached pubblicato in Italia da Bao Publishing, inizia così, con due personaggi in procinto di intraprendere il viaggio della loro vita che li porterà a esplorare le difficoltà e la ricchezza di chi si trova a cavallo tra due culture, lontane e differenti, come possono essere quella occidentale e quella orientale.

Abdallah è un pianista, anche se – a causa di quella sconsiderata necessità che ruota attorno ai bisogni pratici, come il mangiare – è costretto a lavorare come copista alla stazione. È un uomo allegro, entusiasta e sa sentire il ritmo inatteso della vita che lo circonda: il canto del suo uccellino, i rumori degli inquilini del palazzo in cui vive, i suoni del mercato, delle strade e in generale di Beirut, una città caleidoscopica dove convivono serenamente l’edificio dei Grandi Magazzini Orosdi-Back, con i suoi grandi cartelli che impongono “prezzi fissi”, e il pittoresco e tradizionale souk dove la contrattazione è prassi.

Tutti suoni, quelli della sua terra, incapaci di essere suonati sul suo strumento occidentale: sulla tastiera di un pianoforte l’intervallo minimo tra due tasti corrisponde ad un semitono, ma nella musica orientale l’intervallo più piccolo è il quarto di tono. Suonarvi una melodia orientale è dunque impossibile.

Così come appare impossibile alla piccola Zazoun la pronuncia perfetta della “r”, fondamentale per un buon arabo, la sua lingua madre. Cresciuta in una famiglia bilingue, la giovane, che si definisce “straniera in terra straniera”, diviene ben presto una frenji cucù, un cucù francese, come vengono definiti ironicamente gli arabi che parlano questa lingua, incapace di rapportarsi naturalmente alla sua lingua di nascita – che è anche quella della violenza, dei soldati, delle cattive notizie di un paese inginocchiato da una sanguinosa guerra civile. E quella sensazione di non essere né carne né pesce continuerà a inseguirla anni dopo a Parigi, nella sua nuova patria.

Come si può, nel rispetto della morfologia propria di qualcuno e qualcosa, senza corromperne l’essenza e cambiarne l’aspetto, far parte di due culture? Questa la domanda che si pone per dieci anni Abdallah nella costruzione del suo piano bilingue, questa la risposta che la neo cittadina francese Zanzoun cerca. Come si può essere un “piano orientale”?

In queste storie, parallele e dipinte in bianco e nero come i tasti di un pianoforte, la Abirached indaga su questi interrogativi e lo fa attraverso una messa a fuoco sul concetto di distanza: tra le due lingue, francese e arabo, tra il passato e il futuro, oriente e occidente, tra la Beirut che “sembrava non dovesse cambiare mai” e la Beirut di oggi devastata, costruita e smontata mille volte. Ironicamente, la distanza diviene l’elemento che unisce e avvicina i due personaggi che in entrambi i casi cercano, colmandola, di affermarsi ed esprimersi.

Le storie vengono narrate con un ritmo alternato e con lunghe didascalie. Alla terza persona è affidata la voce che racconta le avventure del simpatico Kamanja, mentre Zanzoun parla di sé in prima persona: la protagonista non è che un alter ego della stessa autrice.

Ma l’elemento più interessante è sicuramente l’uso delle onomatopee, vere e proprie protagoniste della narrazione, strettamente intessute sia con il testo del racconto che con i disegni, caratterizzati da un tratto piatto e bidimensionale arricchito da pattern e motivi geometrici.

Lo scroutchi scroutchi delle scarpe nuove di Kamanja, le monete, le macchine, le mine delle matite su carta, le onde del mare: tutto ha un suono, presente e costante; perfino l’animo umano che l’autrice rappresenta su un pentagramma come fosse colto da un metronomo.

Immagini, suoni e testi si fondono a creare un unico intreccio di senso: un linguaggio. E non è forse un linguaggio quello che ognuno di noi crea attraverso parole, gesti e costumi?

Quella della Abirached è una prova di grande bravura nella gestione di una molteplicità di registri, la capacità di rispondere attraverso la forma alla ricerca proposta nel contenuto. Non a caso decide di riportare in prima pagina, e noi qui in conclusione, la citazione del poeta palestinese Mahmoud Darwish : «Chi sono io? È una domanda che lascio agli altri. Io sono la mia lingua».

Elettra Bernardo

Tags: , , , , , , , ,


About the Author



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Back to Top ↑
  • Iscriviti alla nostra Newsletter

  • Seguici su facebook!

  • #unabandadicefali su Instagram

  • Vincitori del premio Radiolibri

    Vincitori del premio Radiolibri
  • Consigli per gli acquisti:


  • BBB (Book Bloggers Blabberling)

    BBB (Book Bloggers Blabberling)
  • Verità per Giulio Regeni

    Verità per Giulio Regeni