Film

Published on settembre 24th, 2017 | by Guest

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Gatta Cenerentola

gatta cenerentola, recensione, una banda di cefali

Regia: Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri, Dario Sansone
Genere: Animazione
Lingua originale: napoletano, italiano
Doppiatori originali: Massimiliano Gallo, Maria Pia Calzone, Alessandro Gassmann, Mariano Rigillo, Renato Carpentieri
Distribuzione: Videa
Casa di produzione:Mad Entertainment, Big Sur, Sky Dancers, Tramp Ltd., O’ Groove, Rai Cinema, MiBAC
Durata: 87 min
Uscita: 14 settembre 2017

Trama: Ispirato all’omonima fiaba di Giambattista Basile e all’opera teatrale di Roberto De Simone, la Gatta Cenerentola è il soprannome  che viene affibbiato a Mia – figlia di don Vittorio Basile, uomo di grande ingegno che sognava di trasformare il porto di Napoli in un grande polo della scienza – dalle sorellastre. Mia è rimasta orfana dopo che Salvatore Lo Giusto, con la complicità di  Angelica Carannante promessa sposa di Basile, uccise suo padre. Da quel momento la ragazzina è costretta a vivere in una nave da crociera dismessa nel porto di Napoli, insieme alla perfida matrigna e alle sei sorellastre, maturando rancore e vendetta.



Gatta Cenerentola è un film talmente potente che va visto almeno due volte.

La prima volta la forza della storia è tale da tramortire, disorientare. Si vive per 89 minuti in un sogno, immersi in una storia sottomarina di fantasmi tra banchi di pesci luminescenti.

Eppure si intuisce in qualche modo che c’è dell’altro, ma è tutto così ineffabile e il raziocinio è così assopito che una seconda visione diventa necessaria. E anche alla seconda visione, da Gatta Cenerentola si esce turbati: si avverte un ronzio nella testa e il cuore continua a battere irregolare per lunghi minuti. Poi però il turbamento si spegne e compare tutto il resto, gli innumerevoli elementi che compongono il mosaico di questo film quasi perfetto.

In Gatta Cenerentola c’è tutto, perché nelle fiabe c’è tutto: sono dalla notte dei tempi un piccolo compendio di vita per preparare i bambini ad affrontare il bene e il male, l’amore e la vendetta, i mostri e le fate buone che incontreranno nella vita reale. C’è la violenza, c’è spessissimo la morte. Giambattista Basile include La Gatta Cenerentola nel suo Lo cunto de li cunti all’inizio del VXII secolo: la storia è una rielaborazione di antichi racconti popolari dei quali si è persa memoria. Si tratta di una fiaba carica di violenza e morte: l’eroina, Zezolla, uccide la propria matrigna chiudendole la testa nel cascione, la cassapanca della biancheria. Roberto De Simone porta la fiaba in scena nel 1976 nel suo celebre capolavoro teatrale in tre atti aggiungendovi dei personaggi indimenticabili: i femminielli, le lavandaie, l’asso di bastoni, la capera.
E tutto va a finire nel meraviglioso film di Alessandro Rak e Ivan Cappiello che appena nato ha già ottenuto una standing ovation alla Mostra del Cinema di Venezia e un inaspettato successo di pubblico nella prima settimana di programmazione.

Siamo in un punto imprecisato del tempo, in una Napoli post-apocalittica immersa nella semioscurità e costantemente minacciata dalla tempesta, sulla quale continua a cadere lenta e inesorabile per tutto il film la cenere di un Vesuvio in eruzione del quale nessuno sembra preoccuparsi. Quella distruzione, quella decadenza, la morte che scende sulla città e la ricopre lentamente, sono percepite come normali da ogni personaggio della storia, e tutti, buoni e cattivi, si muovono su uno sfondo privo di una reale speranza di redenzione.
Gatta Cenerentola è una storia di fantasmi – così è definita dagli stessi protagonisti – perché di continuo la nave Megaride, dove si svolge l’intera vicenda, viene popolata dagli spettri digitali di qualcosa, di qualcuno che un tempo ha creduto che il cambiamento, il progresso, la giustizia sociale, la felicità fossero possibili. La nave è abitata da voci, pesci fantasma, piena di un pulviscolo risplendente che rende ogni cosa trasognata. E intorno alla nave Napoli muore: tutti non fanno che ripeterlo. Questa città fa schifo, questa sarebbe una città? Questa città è morta tanto tempo fa.

In questo scenario la storia che si svolge è estremamente semplice: c’è Cenerentola, la matrigna, le sue sorellastre, il cattivo, il buono che salverà la principessa. Talmente semplice che c’è dentro, dicevamo, tutto: il cuore stesso delle passioni umane, ciò che di più profondo custodisce l’animo, i sentimenti umani che, nella loro nitida purezza, cercano di mostrarci le fiabe.
Tutto è senza limiti: l’amore così come la violenza. Le figure sono violentemente primordiali e forse per questo spezzano il cuore: il cattivo senza scrupoli che per avere tutto è disposto a distruggere tutto e, soprattutto, la donna che cerca vendetta. Una delle immagini indimenticabili del film è certamente questa: Medea, ma è anche la matrigna Angelica, e Cenerentola stessa; vestite con abiti identici negli ultimi minuti della storia si aggirano come spettri di vendetta tra i corridoi della nave, decise a non fermarsi finché tutto sarà distrutto, a costo di distruggere se stesse per prime.
Le atmosfere sono intrise di echi di altre indimenticabili narrazioni: c’è Blade Runner, c’è Dylan Dog, c’è un imprecisato tempo passato-futuro che riecheggia il mondo steampunk.
Per chiudere, una parte importante della forza di questa storia va riconosciuta alla colonna sonora, un capolavoro di bellezza e di dolore ad opera dei migliori musicisti del panorama napoletano, da Francesco Di Bella ai Foja a Daniele Sepe.

C’è, alla fine, speranza di redenzione in Gatta Cenerentola? Forse sì, è l’innocenza negli occhi muti di Mia, la protagonista, che nel finale si lascia alle spalle la nave, il passato, forse anche Napoli. Oppure forse è la vendetta stessa, la distruzione stessa l’unica redenzione possibile. Non importa, perché la storia non intende darci conforto nemmeno alla fine. E forse, a quel punto, noi non lo desideriamo, perché quel turbamento è dolcissimo.

Claudia Di Cresce

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