Libri

Published on ottobre 24th, 2017 | by Roberta Rega

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L’arcano

Juan José Saer, L'arcano, Lanuovafrontiera, recensione, una banda di cefali

Juan José Saer, L’arcano, Lanuovafrontiera.

«Era già così…Vasco da Gama andava, andava in pieno mare e intorno a lui la verginità del mondo gli parlava come un gatto il suo dialetto fresco di mattino zulu»
Paolo Conte

 

 

“Chi siamo noi, e dove andiamo noi?” si chiede Paolo Conte in una canzone del 1975, e per rispondere a questa domanda ritorna alla memoria dei primi uomini che ebbero davanti agli occhi lo spettacolo delle terre vergini d’America, gli esploratori Bastian Caboto e Vasco da Gama. Sono loro, secondo Paolo Conte, i testimoni di uno degli ultimi incontri dell’uomo con sé stesso, quando era ancora preso dalla dialettica quotidiana con una natura selvaggia, vibrante di curiosità verso un mondo sconosciuto. Le tecnologie dell’epoca lo rendevano, ma ancora per poco, parte – piuttosto che padrone – della creazione. Anche per Juan José Saer è lì che bisogna cercare l’uomo, e a questo scopo in L’arcano ci precipita, da lettori, nel grembo della Terra.

All’indomani della conquista delle Americhe, un mozzo di quindici anni, randagio e senza famiglia, si imbarca su una nave diretta nel Nuovo Mondo. Comincia così il suo romanzo di formazione, che prende corpo quando, sbarcati oltreoceano, gli uomini dell’equipaggio vengono attaccati e uccisi nel corso di una spedizione da una tribù di nativi americani. Unico sopravvissuto, il ragazzo viene portato al villaggio, dove assiste al più macabro degli spettacoli: i suoi compagni vengono fatti a pezzi, conditi e messi su una graticola per essere mangiati dai membri della tribù. Il terrore e la rassegnazione lo assalgono fino a quando non si rende conto che gli indios non vogliono cibarsi di lui, né tantomeno fargli del male: sono cannibali, ma non hanno alcuna intenzione violenta nei suoi confronti. Da lui vogliono altro. La sua diventa una cattività pacifica e immobile, fatta di lunghi anni di convivenza e osservazione degli usi e costumi di gente poco più che primitiva, indios che ai suoi occhi sono come bambini ancora incapaci di pensieri complessi, hanno un rapporto infantile con i propri istinti e fanno un uso estremamente pratico ed essenziale del linguaggio.

Ma chi sono questi selvaggi rispetto al lettore moderno? Sono loro i primi uomini, lo specchio di noi stessi? Il fascino straordinario del romanzo di Saer sta tutto nelle domande continue che vengono fuori dal confronto con questa infanzia dell’uomo. Ma nessuna risposta – e nessuna domanda – viene fornita al lettore, solo un racconto dei fatti preciso e oggettivo, una scrittura confidenziale e netta, dove non una parola è opaca, imprecisa, o inadatta. Tutto è nitido sia nella forma che nella sostanza. L’arcano è un vero e proprio capolavoro di scrittura e di significato, che senza attingere alle acrobazie linguistiche o narrative di una certa follia argentina riesce a descrivere la profondità nebulosa e incerta della natura umana, una natura assoluta, priva di contingenze e stati d’animo transitori. Più che di follia, per Juan José Saer si potrebbe parlare di virtuosismo, e tutta la sua produzione va doverosamente riscoperta – grazie alla pubblicazione delle sue opere, negli ultimi anni, a cura de La Nuova Frontiera.

Chi siamo noi, e dove andiamo noi? La domanda resta aperta – come è giusto che sia – ma la curiosità di conoscere da vicino una tribù di cannibali è solo il pretesto per traghettare il lettore attraverso l’Acheronte del suo essere nel mondo. Cosa è un uomo fuori dal suo tempo e dal tempo? A Juan José Saer il grande merito di averci riportato a noi stessi.

Roberta Rega

 

L’arcano Roberta Rega

Summary:

5

voto


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“Era un mondo adulto, si sbagliava da professionisti”



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