Interviste

Published on ottobre 28th, 2017 | by Guest

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Intervista a Pierpaolo Capovilla

Pierpaolo Capovilla, voce degli One Dimensional Man e de Il Teatro degli Orrori,  è stato ospite al First Floor Club di Pomigliano d’Arco per la presentazione di Interiezioni: uno spettacolo metateatrale in bilico fra poesia e sperimentazione musicale costruito insieme al maestro Paki Zennaro (compositore e storico collaboratore di Carolyn Carlson), tratto da Succubi e Supplizi  che Antonin Artaud scrisse nel 1946 fra un elettroshock e l’altro, nel manicomio di Rodez. Mario Visone è andato a intervistarlo e il risultato è una chiacchierata che dalla poesia sconfina inevitabilmente nell’attualità. Buona lettura.

 

Ciao Pierpaolo, benvenuto a Pomigliano d’Arco, una città che, nonostante la sua modernità, conserva la sua fortissima tradizione operaia, che si è opposta al piano Marchionne, e questo mi rimanda immediatamente ad una tua canzone: “Lavorare stanca” ancora?  

Lavorare uccide! Chiediamolo agli operai tarantini o di Marghera, a tutti quelli che lavorano nell’ambito della chimica, chiediamolo alla povera gente che muore quotidianamente a Brescia per l’amianto, e muore anche adesso per il linfoma di Hodgkin; chiediamolo alla povera gente della terra dei fuochi, costretta a respirare quell’aria e a morire di cancro perché mangia la frutta e la verdura… insomma il lavoro non solo stanca ma uccide!

Quindi facciamo un passo ulteriore verso la definizione di lavoro… 

Lavorare stanca, lavorare uccide, guardiamo a Finmeccanica. Finmeccanica è il quarto gruppo mondiale in sistemi d’arma, ed è una società pubblica, partecipata ed insieme all’ENI è la più grande azienda che c’è in Italia. Io mi chiedo perché il nostro Paese, la nostra Repubblica che dovrebbe rifiutare la guerra, deve arricchirsi sulla pelle degli yemeniti, visto che stiamo vendendo sistemi d’arma all’Arabia Saudita, e l’Arabia Saudita non mi sembra una democrazia, è una monarchia assoluta… Ecco perché lavorare stanca, uccide, ci ruba la vita, perché lavorare in fabbrica 8, 10,12,14 ore, e lo stesso dicasi per lavorare in ufficio, qualsiasi cosa tu faccia, te la porta via la vita, perché ti ruba tutto il tempo che potresti dedicare a te stesso, ai tuoi affetti, alla cultura, all’arte, alla poesia, all’amore. C’era William Faulkner che diceva che noi possiamo fare otto ore al giorno solamente una cosa: lavorare. Noi non possiamo fare l’amore otto ore al giorno – almeno non tutti ci riuscirebbero. Non possiamo mangiare otto ore al giorno; non possiamo parlare per otto ore al giorno. Possiamo solamente lavorare otto ore al giorno. Ed è esattamente questo, dice Faulkner, che rende la nostra vita così triste e inutile.

Pierpaolo, in questo specifico assetto che ruolo assume la sinistra?

La Sinistra europea e mondiale, socialista e marxista si è sempre preoccupata della liberazione dell’uomo nel lavoro perché nel lavoro dobbiamo continuare ad essere cittadini, non dobbiamo prostrarci davanti al potere di nessuno. Nel lavoro tutti quanti i nostri diritti costituzionali devono essere garantiti. Ma non c’è soltanto questa necessaria e cruciale liberazione nel lavoro, c’è il problema della liberazione dal lavoro. Lavorare meno per lavorare tutti.

Liberazione dal lavoro. E se fosse il lavoro a liberarsi dell’uomo a causa dei processi di automazione?

Si, certo. Tutta quanto l’automazione e tutta quanta la tecnologia collegata all’idea e alla pratica dell’automazione è di forma capitalistica. Questa automazione crea più disoccupazione, e più disoccupati hai, più si abbassa il costo del lavoro. Karl Marx lo chiamava esercito industriale di riserva. E ne facciamo tutti parte sia che sei occupato sia che sei disoccupato. Ormai si fa del lavoratore un mero oggetto di sfruttamento. Lo è stato agli esordi del capitalismo, lo è stato durante tutta la storia del capitalismo, lo è ancora di più oggi perché abbiamo perso la voglia di lottare da veri socialisti; cioè di dire che il capitalismo non è la società in cui vogliamo vivere e se proprio ci dobbiamo vivere, dobbiamo moderarne la sua fame, la sua avidità di sfruttamento.

Quindi la contemporaneità si può definire o declinare come regresso?

Noi viviamo una contemporaneità che potremmo veramente definire come fine della storia. Il futuro lo vedo come un precipizio. Dobbiamo fermarci assolutamente. Lo dobbiamo fare per noi, per i nostri figli, per i nostri nipoti, per il pianeta.

Pensavo a una cosa in merito alla fine della storia. Fukuyama ragionava intorno agli eventi storici come milestones, come pietre miliari, e una di queste pietre miliari è simbolicamente il 1989 con la caduta del muro di Berlino. La regressione culturale contemporanea occidentale potrebbe essere scaturita dalla mancanza di scontro ideologico nel contesto capitalistico?

In Italia, in Germania, in Francia, nel Regno Unito sopravvivono gruppi di antagonisti, che si autodefiniscono così, e che sono l’ultima forma di resistenza anticapitalista e antisistemica all’interno del sistema capitalistico contemporaneo. Esistono anche negli Stati Uniti con il nome di movimento Antifascista anche se non mi sembra che abbiano individuato bene l’obiettivo da combattere. Lì il problema non è Trump ma è il Deep Governement, i grandi gruppi di potere, in particolare quello di natura militare che va combattuto in maniera chiara, a spada tratta. Perché lavorare per dare un futuro ai nostri figli, per educarli, per sfamarli, per dare loro la possibilità di crearsi una famiglia in futuro deve coincidere con il massacro di altre famiglie, di altri figli dei nostri fratelli e delle nostre sorelle in Medio Oriente, in Africa? Io francamente sento un po’ di nostalgia per l’Unione Sovietica.

In merito a questa nostalgia, volevo chiederti come nasce il tuo affetto oltre che alla letteratura in generale, alla letteratura della Resistenza italiana e non. Le impronte di Zanzotto e Pasolini sono evidenti. Inoltre questa sera Artaud che prosegue il filone tracciato con Majakovskij e lo stesso Pasolini. Quel è il filo conduttore che si fa poetica per Capovilla? 

La poesia è l’ultima forma di parresia. La parresia è l’arte del tutto socratica di dire la verità di fronte al potere, di fronte al tiranno, rischiando in proprio. Pasolini ne ha saputo qualcosa, temo anche Majakovskij così come Esenin o così come Artaud che è stato manicomializzato; la stessa Alda Merini o il Campana. La parresia è, come osservava Foucault nelle sue ultime lezioni a Berkeley, ormai essenzialmente scomparsa dall’ordine gnoseologico contemporaneo. Non c’è più. Questo concetto per me si fa stella polare e in questo senso tutta la poesia diventa importante per me. Majakovskij mi ha fatto reinnamorare del socialismo. Io mi potrei autodefinire un comunista majakovskijano, un romantico comunista majakovskijano. La poesia, pertanto, diventa essenziale in queste nuove circostanze storiche, in quella che tu chiami contemporaneità, per rompere questo fronte gnoseologico che ci impedisce di dire la verità.

La poesia ci potrà salvare?

La poesia è salvifica. Che ci possa salvare, non lo so, ma credo che nulla ci possa salvare se non la lotta operaia, la lotta di classe. Ma la poesia ha un ruolo indubbiamente significativo nella lotta di classe.

Quindi la poesia ha un ruolo rivoluzionario come elemento culturale in sé?

Majakovskij, Esenin, Blok, Kirsanov erano tutti poeti rivoluzionari. Ebbero un ruolo fondamentale nella rivoluzione.

Esenin con qualche retro pensiero.

Infatti. Esenin veniva dal mondo contadino, dalla Russia di legno, che andava scomparendo proprio grazie alla rivoluzione sovietica che non fu solo sovietica ma fu anche rivoluzione industriale, quindi profondamente e violentemente urbana e operaia. Di conseguenza non agreste e anticontadina. I contadini russi patirono le pene dell’inferno durante la rivoluzione ed Esenin lo disse in maniera non così velata. Lo disse con una certa chiarezza e forse questo lo portò alla morte. Non è mica detto che si sia ucciso Esenin. I suoi contemporanei, lo stesso Majakovskij, ebbero grandi dubbi sul suicidio di Esenin.

Un’ultima domanda. Il maestro Zennaro quanto ha influito sulla scrittura di Obtorto collo?

Quanto ha influito? Ha scritto lui tutta la musica di Obtorto collo. Non so, forse il 75 o 80% delle musiche di Obtorto collo sono frutto del sacco di Zennaro. Ricordo che Paki è uno storico collaboratore e compositore di Carolyne Carlson. È un minimalista. Abbiamo lavorato solo su pochissime note, tutte molto comunicative, tutte determinanti nelle loro sequenzialità e dal punto di vista narrativo, su una musica tanto essenziale, io ho cercato di inserire dei testi in cui ogni parola si facesse verso. Abbiamo fatto un disco di cantautorato o più che altro di canzone d’autore, quasi più vicino alla canzone d’autore francese.

Che è tutta visibile in 82 ore

Sì, sì. Sono d’accordo. Che poi è una storia vera.

Mastrogiovanni…

Sì, la storia terribile di Francesco Mastrogiovanni. Legato ad un letto per 82 ore. Ucciso. Crocifisso come ha detto il mio buon amico Luigi Manconi. È stato ucciso dal cinismo del primario di quella struttura. È stato ucciso perché in Italia non c’era e non c’è neanche adesso una legge seria contro la tortura che la identifichi, che la individui in maniera circostanziata. Una legge seria contro la tortura è la base della democrazia. Se noi voltiamo lo sguardo dall’altra parte di fronte a questi avvenimenti, allora vuol dire che non ce ne frega niente del nostro prossimo e soprattutto dei più deboli, degli esclusi, dei più vulnerabili. È allora che la democrazia ha smesso di avere un senso.

intervista a cura di Mario Visone

 

 

 

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