Libri

Published on novembre 7th, 2017 | by Roberta Rega

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Il nostro mondo morto

Liliana Colanzi, Il nostro mondo morto. Gran Via edizioni, 2017. Pp. 125

Volevo tenere i piedi ben piantati in quest’orribile mondo perché non potevo sopportare l’idea che ce ne fossero altri.”

Ci sono periodi dell’anno in cui tutto sembra andare storto, in cui ci si sente perseguitati da iettatura, in cui tutto quello che può andare male va, effettivamente, male. Questo accade non solo nella sfera individuale ma anche a livello cosmico: come se una nube di negatività attraversasse ciclicamente una parte di mondo per essere respirata da tutti i suoi abitanti. Sono quei periodi in cui sale il numero dei suicidi, l’aggressività sociale si fa più evidente, aumentano gli incidenti stradali.

L’Onda arriva sempre allo stesso modo: senza preavviso. Le coppie litigavano, i pazzi aspettavano nei vicoli, gli studenti più giovani si lasciavano trascinare dalle voci che sussurravano loro spirali all’orecchio. Cosa dicevano? Non sarai mai all’altezza di questo posto. Sarai la vergogna della tua famiglia.

Anch’io l’onda l’avevo sentita, nei pomeriggi di novembre o nelle estati in città, ma non conoscevo il suo nome, non le avevo dato una sembianza finché non ha preso corpo in uno dei racconti di Liliana Colanzi nella sua raccolta Il nostro mondo morto. Questa giovane scrittrice boliviana riesce a confezionare una serie di storie brevi dove – grazie a un uso disinvolto dell’allegoria – le pulsioni, i sentimenti e le paure prendono il volto di un ragazzo in un cinema, di una giovane passeggera su un autobus, di un compagno di scuola morto prematuramente. Forse ogni cosa diventa meno spaventosa quando assume contorni descrivibili, e anche la morte di Alfredito diventa una transizione, un gioco tra bambini se viene raccontata da un compagno, con innocenza e un inconsapevole senso del divino.
Il nostro mondo morto, che dà il titolo alla raccolta, racconta di come sia inutile allontanarsi da se stessi, dai propri errori e dai ricordi, anche cambiando vita e addirittura pianeta, lasciandosi alle spalle il nostro, ormai morto. Ogni racconto qui è uno scrigno di significati, un tentativo di incontro dei personaggi con il proprio vissuto e con la sua sostanza soprannaturale, misteriosa e misterica, dove i culti sono quelli legati a una terra – l’America Latina – che non è mai parsa così fiera e densa. Questa grande consapevolezza misterica della vita – di ciò che di essa non vediamo – lascia una traccia profonda di altrove, di intensità; i tempi e il pathos sempre ben dosati contribuiscono a una scrittura che già appare matura e compiuta. Per tutti questi motivi, nei racconti che compongono Il nostro mondo morto c’è una chiara valenza spirituale, nonostante si parli di situazioni molto quotidiane, comuni, nelle quali è facile immedesimarsi nonostante la distanza culturale e lessicale. La traduzione di Olga Alessandra Barbato è molto efficace, soprattutto nella scelta di conservare alcuni termini dall’originale, perché è proprio in quel lessico che risplende la sostanza narrativa, come fossero parole magiche:

Diceva mio nonno che ogni parola ha il suo padrone e che una parola giusta fa tremare la terra. La parola è un fulmine, una tigre, un uragano, diceva il vecchio guardandomi con rabbia, mentre si serviva alcol di farmacia, ma guai a chi usa le parole alla leggera.

Roberta Rega

Il nostro mondo morto Roberta Rega

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“Era un mondo adulto, si sbagliava da professionisti”



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