Film

Published on novembre 19th, 2017 | by Davide Predosin

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The Square

Volevo solo vedere The Square per capire se meritava la Palma d’oro… Ma non l’ho comunque capito perché non ho visto gli altri film in concorso.

Ieri ho visto The Square, quel film svedese che ha vinto la cosiddetta Palma d’oro a Cannes.
È un film denso di attualissima attualità. Lo è soprattutto, mi sembra, il contrasto realtà-vita-umanità da una parte, e società-internet-arte contemporanea-media-marketing dall’altra.
È un film concettuale, abbastanza divertente ma soprattutto un film a cui mi sento di rendere il merito di aver parlato onestamente di qualcosa.
Si tratta della storia di un uomo di successo che gestisce, coordina e promuove un museo d’arte contemporanea.
Potremmo definirlo un ricco e sofisticato, per quanto un po’ cialtrone, uomo “di cultura”. Sposato e divorziato, di mezza età, con due figlie piccole – anche se scopriremo della loro esistenza solo a tre quarti del film, le conosceremo en passant come delle insospettate e trascurabili comprimarie dopo aver visto il padre blaterare di astrusi concetti estetici e svegliarsi ubriaco su un divano, dimostrare una certa superficialità da uomo qualunque pur promuovendo appassionatamente e pubblicamente un’opera che dovrebbe risvegliare fiducia, solidarietà e altruismo.

Davide Pedrosin, volevo essere solo un cefalo, rubrica, una banda di cefali, the square

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L’impressione che traiamo dalla sua attività, nonché dalle opere che promuove e dagli artisti che patrocina, è quella avvilente e comica insieme di un sistema dell’arte piuttosto autoindulgente e autoreferenziale.

Davide Pedrosin, volevo essere solo un cefalo, rubrica, una banda di cefali, the square

Emblematica la serietà con cui uno degli artisti intervistati prende se stesso anche quando uno spettatore affetto dalla sindrome di Tourette, continua ad insultare lui e la sua intervistatrice, chiamando lei troia e qualificando le sue considerazioni come merda.

L’ambito artistico però è solo un pretesto, un microcosmo, che allude, forse, anche al mondo della cosidetta “impresa”, al mondo del management e delle istituzioni stesse, sempre più dipendenti da forme di autopromozione. Il protagonista è costruito come un belloccio e immaturo qualunque, in posizione di potere e con una sensibilità umana mediamente appannata. I suoi difetti sono quelli dei comuni mortali, di chiunque abbia perso di vista le cose più importanti: rispetto, umiltà, affetti, condivisione, solidarietà, ecc. ecc.

Gli artisti sono egocentrici, le performance più esclusive sembrano poter interessare solo un pubblico che ha bisogno di sentirsi shockato, eccitato, e anche un po’ stupido. La massa di visitatori comuni, invece, la massa potenziale di visitatori paganti va presa “per senso di colpa”, per “indignazione”, o almeno così sembrano pensarla i rampanti yuppie della comunicazione ingaggiati dal protagonista per promuovere  The Square, l’opera che consiste in un quadrato a led inserito in un pavimento di sanpietrini; un santuario di fiducia e altruismo di quattro metri quadrati dentro al quale, così recita la targa che introduce l’opera, “tutti hanno gli stessi diritti e doveri”.

Davide Pedrosin, volevo essere solo un cefalo, rubrica, una banda di cefali, the square

Il comune mortale, dicevo, secondo gli esperti va attirato per mezzo di curiosità e indignazione attraverso lo spregevole escamotage di mettere in scena la finta esplosione di una bambina con lo slogan (parafrasando):

“Di quanta crudeltà avete bisogno perché la vostra umanità venga risvegliata?”.

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Tutto sommato, per quanto i rampanti pubblicitari creino il video e lo slogan solo per essere virali, il loro messaggio – senza considerare l’esplosione della bambina – è quasi più profondo e attuale del mero appello buonista contenuto nell’opera stessa. Sembra quasi che questi nerd-yuppie del terzo millennio siano non solo più concreti, competenti e professionali del protagonista ma siano anche addirittura riusciti, loro malgrado, a cogliere ed esprimere in maniera più efficace il senso stesso, o un senso ulteriore alternativo, di The Square. Per quanto cinici, stanno dicendo implicitamente delle cose abbastanza sensate

“vabbè, bello ‘sto quadrato che hai comprato con i soldi della donazione. Ma come pensi che la gente possa essere interessata a una cosa del genere al giorno d’oggi? Se la vuoi mettere a frutto ricorda al pubblico cosa è diventato; fai leva sul suo senso di colpa, sulla sua assuefazione alle atrocità e sulla sua naturale propensione a scandalizzarsi e a proiettare sempre il male all’esterno. Non che a noi interessino queste pippe ma, fidati, se fai come diciamo andremo virali.”

  Nel film, ovviamente, ripeto, messaggio e video assieme, sono parossistici, grotteschi e caricaturali; lo spot per promuovere The Square è ovviamente inaccettabile. Ma non può sul serio non sollecitare nello spettatore delle riflessioni circa il nostro grado di desensibilizzazione alla violenza  che continua ad avvenire davanti ai nostri occhi, attraverso uno schermo, ma anche nella realtà stessa: non sappiamo prevedere come avremmo reagito nel corso della cena nel museo dove un performer interpreta una scimmia piuttosto violenta che paralizza un pubblico che solo a fatica riuscirà a scuotersi e a reagire.

Davide Pedrosin, volevo essere solo un cefalo, rubrica, una banda di cefali, the square

Non possiamo non riflettere nemmeno circa il quotidiano e banale distacco con cui Christian si relaziona con i suoi collaboratori, la giornalista che lo intervista, i mendicanti per strada.

Quando l’intervistatrice va a trovarlo al museo, parlano nei pressi di un’opera che consiste in un cumulo di sedie che vengono immaginate come appena precipitate dall’alto. Ascoltiamo il cadenzato e fastidioso frastuono di quest’opera, un’opera inutile e insulsa se non raccontasse, almeno un po’, dello straniamento e dell’assurdità che scaturiscono, nel film, dall’accostamento tra quel dialogo tra sordi e l’opera stessa.

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La ciliegina sulla torta arriva quando il “successo” dello spot ideato crea sconcerto anche nella stampa, ma i giornalisti, uno in particolare, non fanno considerazioni etiche sull’opportunità di mettere in scena la finta esplosione di una bambina a scopi promozionali ma sottolineano piuttosto l’inaccettabile autocensura di Christian. Il giornalista sembra indignato perché, dice, un’autocensura di questo tipo negherebbe il diritto alla libertà di espressione, sollevando comicamente un’altra questione abbastanza attuale che ci rimanda a Charlie Hebdo e ad altri casi simili.

Il processo di umanizzazione o di presa di responsabilità del protagonista infine ha un timido, ridicolo e dignitoso risveglio.

Dopo essere stato scippato, Christian tenta di riavere il maltolto inviando lettere minatorie a tutti i probabili ladri localizzati attraverso il segnale gps del telefonino come abitanti in uno specifico condominio. Mr. Arte contemporanea riottiene così il portafoglio e il cellulare – i gemelli d’oro che pensava gli fossero stati  rubati ce li aveva in tasca. Dopo aver recuperato la refurtiva, pochi giorni dopo viene contattato da un bambino che dichiara di essere stato messo in punizione dai genitori per via della lettera. Il bambino pretende delle scuse che lo scagionino davanti alla sua famiglia ma il protagonista lo liquida invitandolo ad andarsere e a non disturbarlo. Ma la cosa sembra tormentarlo, e il senso di colpa lo spinge a cercare il numero di telefono scritto su un pezzo di carta finito nella spazzatura.

Il film c’è. È straniante, come lo straniamento che vuole raccontare, è umano come l’umanità che vuole suscitare. Ho riso, mi sono concentrato, in certi momenti mi sono annoiato: a volte il ritmo dei dialoghi è snervante perché inutilmente lento ma sarà una cosa svedese.

Del resto The tourist, sempre di Ostlund, che aveva vinto il premio della giuria a Cannes nel 2014, l’avevo trovato veramente noioso e insulso ma magari non ho capito niente, come forse non ho capito niente nemmeno di The Square a cui do comunque sei, sei e mezzo anche se siamo siamo stati eliminati dalla Svezia ai mondiali.

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Davide Predrosin

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