Libri

Published on gennaio 8th, 2018 | by Fabio D'Angelo

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Fare pochissimo

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Paolo Onori, Fare pochissimo, Marcos y Marcos, pp. 222, euro 16.

Nostalgia, senso di vuoto, tristezza, assenza. No, non sto elencando i sentimenti comuni che provano le persone che soffrono della sindrome d’abbandono perché scaricati dalla fidanzata o dagli amici, ma del particolare stato d’animo che prende un lettore medio alla fine di un libro. Un giorno qualcuno dovrà studiare quel fenomeno e Studio Aperto dovrà dare notizia dei risultati della ricerca, visto che la condizione di disagio del lettore medio abbandonato dal libro non è meno dolorosa di quella di chi becca il due di picche o viene declassato nella categorie “amici con restrizioni” su facebook.

Ed è lo stesso senso di abbandono che il sottoscritto (senza post strappalacrime, ma fidatevi lo stesso) prova per il protagonista del libro di Paolo Onori, Fare pochissimo, Marcos y Marcos.

Ebbene sì, alla fine del libro ho perso un amico e non so se sia il caso di chiamare la Sciarelli. Si chiama Marco Pietramellara, fa il giornalista, vive a Bologna e per caso è diventato il protagonista del libro Fare prestissimo di Paolo Onori.  Fa questo mestiere che non gli piace e l’ho conosciuto, all’inizio del libro, in un momento tormentato della sua vita: nelle prime pagine di Fare prestissimo si lascia con la compagna Nilde e scopre che sua figlia ha una passione per Orietta Berti. Due botte pesanti da digerire. E forse, come tutti i giornalisti che stanno passando un momento difficile e non amano tanto il loro lavoro, non è stato poi così complicato pensare di buttarsi a fari spenti nella notte in una di quelle inchieste scomode: il mio amico Pietramellara decide di intervistare un insegnante di religione pentito di nome Marco Belluggi che denuncia l’inutilità dell’insegnamento della religione cattolica.

Ci hanno fatto causa il ministero e l’episcopato. Credono che Mauro Bellugi, quello a cui ho fatto l’intervista, non esista, e chiedono 850.000 euro o una smentita in prima pagina che hanno preparato loro dove io chiederei scusa tipo ventisei volte in tre righe”
«Marco» mi aveva chiesto il direttore «qui c’è una cosa, essenziale: questo Mauro Belluggi, esiste?»
Qui avevo fatto passare due secondi poi avevo detto: «Direttore, secondo lei, io faccio un’intervista uno che non esiste? Cosa sono, scemo?»[…] «Son quasi duemila anni che divulgano la notizia che uno che era morto, dopo tre giorni è risorto, le sembra affidabile, della gente così? No, me lo dica lei.»

L’intervista ha un risalto nazionale e finisce col creare una serie di problemi, ché uno che vive a stretto contatto con il Vaticano può facilmente immaginare, per cui non stiamo neanche qui a spiegarli.

Ma tutto il mio periodo di frequentazione con Marco Pietramellara sarà caratterizzato da incontri con persone bizzarre: tipo il suo avvocato Matteo che ama imitare Gianni Agnelli, per dire. O Satana, che è il nome del dogo argentino della sua collega Spadoni in Coltellini. E insomma con lui non mi sono annoiato per niente, e alla fine sono finito per entrare anche in un giallo.
Sta di fatto che, come nei libri di Paolo Nori, a cui probabilmente Paolo Onori in questo suo romanzo d’esordio un po’ si ispira, l’elemento principale che finisce per attrarre il lettore è  la scelta di utilizzare una lingua  colloquiale che sia di uso comune, quotidiana, espressiva. Che ti fa interagire con i protagonisti proprio così, in libertà, come con degli amici al bar. E alla fine ti affezioni. E forse  Marco Pietramellara mi manca proprio per questo.

Sull’autobus ero riuscito a sedermi davanti, vicino all’autista, sono sempre contento, io, quando riesco a sedermi, sugli autobus, e mi ero messo a leggere, mi metto sempre a leggere, io, quando sono seduto sull’autobus, e di solito leggo dei romanzi, che leggere dei romanzi, per me, quando sono sugli autobus, o sui treni, è come la macchina del tempo, arrivo che non mi accorgo della noia del viaggio, o del fastidio dei passeggeri che io, devo dire, se guardo oggettivamente ai miei sentimenti, la gente mi dà un po’ fastidio, a me.
Gli altri, non io, io vado bene, son gli altri, che non me li spiego, e gli altri, quando sono su un autobus, o su un treno, diventano i passeggeri che io, quando sono su un treno, o su un autobus, che qualcuno si viene a sedere vicino a me, io, la cosa che mi viene da pensare, “Ma proprio vicino a me, doveva venirsi a sedere, con tutti i posti che c’erano?”.

Fabio D’Angelo

Fare pochissimo Fabio D'Angelo

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è uno splendido trentenne che vive a Casalnuovo di Napoli e, avendo poche esigenze, se la passa moderatamente bene.



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