Interviste Calgolla

Published on Ottobre 25th, 2018 | by Paolo Guazzo

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Calgolla, architettura dell’animo

amici crostacei

dalle viscide interiora

non posso fare a meno di constatare

che nonostante i disperati tentativi

di dar lustro alle nostre feci

nonostante una cucciolotta ingenuità

che ci appartiene

tanto quanto il freddo potere

della ragione

le crepe sulla corazza

si fanno sempre più profonde

 

Achille Castiglioni, architetto e designer di fama internazionale, amava ripetere ai suoi studenti: “Se non siete curiosi, lasciate perdere. Se non vi interessano gli altri, ciò che fanno e come agiscono, allora quello del designer non è un mestiere per voi”. Castiglioni considerava la curiosità un germe necessario allo sviluppo della creatività. Ho ripensato a questa sua frase proprio l’altro giorno mentre sistemavo la mia intervista a Calgolla aka Emanuele Calì, cantautore, batterista e scrittore palermitano. Forse perché Emanuele di formazione è un architetto, molto più probabilmente perché ho immaginato che il suo percorso artistico fosse mosso da una curiosità viscerale che lo spinge a sperimentare differenti forme d’espressione. Nella primavera del 2018 è uscito infatti il suo album solista d’esordio intitolato Tuorlo (prodotto dalla siciliana Ruderec) e contemporaneamente, Emanuele ha pubblicato anche (per Coazinzola Press) un libro di poesie: Spore. Per capire meglio come queste sue due (e forse più) anime riescano a convivere gli ho rivolto alcune domande.   


CALGOLLA, ARCHITETTURE DELL’ANIMO

Ciao Emanuele, benvenuto su Una banda di cefali. Da quello che mi par di capire il tuo percorso musicale e quello letterario hanno sempre viaggiato in parallelo, trovando spesso dei punti di contatto. Puoi raccontarci la genesi di Tuorlo, questo tuo primo lavoro discografico, e il suo legame con il libro di poesie Spore?

Ciao ragazzi, vi ringrazio per lo spazio e l’attenzione concessa. Beh in generale potrei anche contestare quest’affermazione (nel senso che ho lavorato e continuo a farlo, a progetti musicali totalmente slegati dal testo), ma non posso fare altro che rispondere affermativamente per quanto riguarda Tuorlo e Spore, due lavori che già dal principio hanno fatto molta strada insieme, indipendentemente dalla mia volontà conscia. 

Principalmente perché nascono e si sviluppano nello stesso periodo attraversando entrambi un arco temporale che va da circa 7-8 anni fa a oggi (quasi), e quindi contengono in qualche modo gli stessi stralci di vissuto dai quali ho elaborato le astrazioni che fanno parte di questi lavori.

Tuorlo nasce da un pot-pourri di composizioni registrate e poi abbandonate che a un certo punto avevano raggiunto un numero consistente e forse non volevano più essere ignorate; avevano in comune soltanto l’essere contenute nella stessa cartella del mio pc (in questo senso la genesi dei due lavori è la stessa: nascono da un tentativo di mettermi in proprio, nei diversi campi di letteratura e musica, senza alcuna pretesa di appartenere a l’uno o l’altro campo, né a quello dell’arte in generale). Tra le tante idee strampalate e poco coerenti tra loro veniva però fuori un nucleo che, per quanto eterogeneo, mi convinceva nel suo insieme: sono gli otto brani che ho deciso avrebbero fatto parte del disco. A parte alcune eccezioni, però, i brani avevano ancora bisogno di una consistente fase di editing e molti mancavano dei testi; è stato quindi naturalissimo utilizzare a questo scopo delle cose che mi ero appuntato sul taccuino, mentre per altri brani ho scritto dei testi ad hoc, facendo derivare la ritmica del testo da quella musicale. In realtà c’è però da citare un elemento fondamentale in questo racconto: Fabrizio Fortunato, musicista e produttore palermitano. Nell’estate 2016 le bozze di Tuorlo erano pronte e io stavo per trasferirmi a Berlino (avevo in un primo momento deciso di registrarlo nella città tedesca a mie spese), quando Fabrizio mi comunicò che voleva produrre il disco e registrarlo in Sicilia prima della mia partenza, poi lui si sarebbe occupato del mix, della produzione e del master. A parte l’entusiasmo e la felicità derivanti dal forte attestato di stima ricevuto, c’era da parte mia molta insicurezza per via del poco tempo a disposizione. Abbiamo praticamente vissuto in simbiosi per un mese, e finito di registrare (quasi) tutto pochi giorni prima che io mi trasferissi in Germania. Poi nell’anno e mezzo successivo, a distanza, io e Fabrizio abbiamo lavorato ai dettagli e ci siamo confrontati per raggiungere qualcosa che soddisfacesse entrambi.  

Tuorlo e Spore, perché la scelta di queste due parole?

Come ho già accennato Tuorlo è formato, in pratica, dal nucleo di brani che ritenevo funzionare in maniera indipendente e che mi parevano in qualche maniera coerenti tra loro, e questa idea del nucleo mi ha richiamato l’immagine del rosso dell’uovo, del tuorlo appunto, che era anche l’unica parte che da bambino volevo mangiare perché ritenevo contenesse tutto il sapore (il bianco lo ingoiavo tutto d’un colpo con disgusto e forzandomi non poco). Inoltre il tuorlo dell’uovo richiamava in me l’idea di densità, la densità particolare del periodo che stavo rappresentando e dentro il quale è racchiuso gran parte del mio terzo decennio di vita, quello in cui il pensiero indipendente comincia a prendere sempre più campo (e anche il dualismo dipendenza/indipendenza è un grande tema sia di Tuorlo che di Spore).
Per quanto riguarda Spore, mi piaceva richiamare questi organismi in grado di disperdersi nell’ambiente per resistere a condizioni avverse e successivamente generare un individuo vitale in habitat più o meno adatti alle loro condizioni di vita. Volevo evidenziare questa relazione tra le avversità che ognuno è costretto ad affrontare e la grande quantità di insegnamenti (ed energia) che da esse si possono ricavare.

CALGOLLA, ARCHITETTURE DELL’ANIMO

In Tuorlo, che è stato concepito come un concept album, tutti i titoli delle canzoni sono anagrammi della parola “brano”. Una scelta esclusivamente stilistica o dietro ci sono motivazioni più profonde?

Beh, il tutto parte da una semplice constatazione: non ho mai pensato nessuna delle tracce realizzate come una canzone. Anche se penso che nella storia della musica la forma canzone non sia qualcosa di esattamente definito, credo che al giorno d’oggi abbia finito per definire in qualche modo qualcosa di destinato alle masse, di facile presa e assimilazione, mentre nel caso delle mie composizioni (e non è solo una mia impressione, ma anche il risultato di diversi giudizi critici su Tuorlo) e in generale del mio approccio alla musica, credo che ogni singola traccia, così come l’album in generale, necessiti di molti ascolti per essere assimilata. Quindi il nominare i brani in questo modo di sicuro non avvicina l’ascoltatore medio a quello che faccio, ma in fondo dichiara apertamente anche il mio totale disinteresse nel voler attirare attenzione, così come al dovermi conformare a ciò che non ritengo appartenere al mio modus operandi. In fondo so bene che si tratta di un lavoro destinato, almeno nel presente, a ben pochi ascoltatori. Una curiosità: tutti i brani contengono un numero tranne uno (norba), e la motivazione è semplice: il numero indica l’ordine cronologico in cui ho scritto il brano, ma il primo che ho scritto (norba) è privo di numero proprio perché, essendo il primo, non avevo messo in conto che sarebbe stato seguito da altri.   

Attualmente suoni la batteria nei berlinesi Fitzkarraldo, ma in passato hai suonato e collaborato con diverse band. Sai che noi cefali siamo pescetti particolarmente curiosi e arrivati a questo punto dell’intervista vogliamo conoscere meglio quali sono le tue influenze musicali. Ce ne parli?

Molto volentieri! Non mi è mai piaciuto distinguere per generi, ma più per attitudine e capacità magnetiche dei musicisti, però ho sempre ascoltato in prevalenza musica rock e in particolare il serbatoio da cui mi sono rifornito più copiosamente fa riferimento al macro-contenitore che è l’avantgarde-rock. Per citare alcuni dei nomi che hanno influenzato maggiormente il mio gusto, seguendo un ordine cronologico: Sun Ra, Velvet Underground, Faust, Can, Brian Eno e Robert Fripp, Sonic Youth, Jesus and Mary Chain, Slint. Per quanto riguarda strettamente Calgolla, invece, già in progetti musicali precedenti avevo adottato uno stile vocale vicino allo spoken-word, un po’ perché dopo le prime esperienze in band rock come cantante ho sentito la strana esigenza di abbandonare i vocalizzi più legati alla tradizione melodica, un po’ perché influenzato fortemente da altri artisti (Einstürzende Neubauten, CCCP, Massimo Volume, Protomartyr) dei quali ho voluto in qualche modo raccogliere una certa eredità.  Naturalmente, essendo un amante del sottobosco (o underground che dir si voglia) importantissimo è stato provare a conoscere la scena underground nostrana; artisti come Ovo, Trrmà, Teho Teardo, Zu, Quasiviri, Testadeporcu, Zeus, tanto per fare dei nomi.
CALGOLLA, ARCHITETTURE DELL’ANIMO

E per quanto riguarda la letteratura? Cosa leggi? Un libro che consiglieresti ai nostri lettori?

Questa è una domanda cattiva, anche perché presuppone che si debba leggere un libro alla volta! Io in realtà ne sto leggendo tre e li consiglio fortemente tutti e tre: Oblomov di Gončarov, Lettere dal carcere di Gramsci e Considerazioni sull’iniziazione di Guènon.

Come è stato lavorare con Riccardo Duranti di Coazinzola Press, coraggioso editore, poeta, narratore, nonché  tra i maggiori traduttori italiani? 

E’ stato innanzitutto inaspettato perché non credo avrei mai pubblicato Spore se non avessi conosciuto Riccardo. Dopodiché molto semplice perché è stato in grado di livellare egregiamente la differenza di preparazione che intercorre tra noi due, e perché umanamente ho sempre percepito una grande empatia nei suoi confronti. Riccardo ha creato una delle realtà editoriali più coraggiose che abbia mai conosciuto, con tante voci interessantissime del sottobosco letterario italiano, senza minimamente preoccuparsi dell’aspetto commerciale (basti pensare che le pubblicazioni della commercialmente debolissima poesia superano quelle in prosa). Anche qui consiglio assolutamente un paio di titoli: Nonostanze di M.G. Tonetto per la poesia e Una Perfetta Vicinanza di F. Ciriachi per la prosa. 

CALGOLLA, ARCHITETTURE DELL’ANIMO

Un’ultima cosa… ma a Berlino si vive così bene come tutti dicono? Secondo me quando puoi scappi per tornare nella tua amata Sicilia, non negarlo!

Devo dirti che a Berlino ci vivo bene e ad oggi non mi immagino da nessun’altra parte. Di sicuro quando torno in Sicilia sono sempre molto contento di farlo (lì c’è un gran pezzo della mia vita) e con la Sicilia ho sempre avuto un rapporto molto intenso e quasi mai conflittuale. Ma non ti nego che quando ho del tempo libero ho sempre voglia di viaggiare per conoscere luoghi in cui non sono mai stato, cercando di limitare le discese in quell’isola dotata di tentacoli dai quali è abbastanza difficile divincolarsi! 

Intervista a cura di Paolo Guazzo

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