Cefali TFF

Published on Novembre 24th, 2012 | by Mariangela

TFF30 – I giorno, 23 novembre 2012

MARIANGELA:

Comincia in questa giornata di sole che ha tanto di primavera e poco di novembre, il giorno che stiamo aspettando da mesi, forse da un anno. E noi non ci facciamo sorprendere più da nulla, allenate come siamo a essere le prime di tutte le file e a sapere a memoria i posti migliori da accaparrarci. Il Torino Film Festival tira fuori il brio dalla città che già sembra ritirarsi per l’inverno. Ti giri e vedi tutti affannarsi dietro i programmi stropicciati, gli orari da incastrare alla perfezione, gli abbonamenti, gli accrediti, i biglietti blu. Sbucano anche quelle facce che avevi lasciato l’anno scorso una volta scoppiata la bolla del festival e che ti fanno sembrare tutto più familiare. Ecco, mi sembra di essere a casa mia, nel mio salotto, sul mio divano ad aspettare che il film cominci.

 

Il TFF30 apre il suo sipario portando in scena ossessioni e possessioni. Un inizio di certo non facile per la sua ormai classica rassegna “Rapporto confidenziale”.

Sullo schermo, CHAINED di Jennifer Lynch, figlia bionda e rasta di David, che sceglie di raccontare una storia difficile. Basta un tassista sbagliato ed ecco che mamma e figlio si ritrovano catapultati in un incubo. Per lei avrà fine presto, per il bambino durerà anni di prigionia.

 

Sono i mostri a creare i mostri, così come gli uomini creano gli uomini. Forse è per questo che, come la stessa Jennifer Lynch afferma prima della proiezione del film, i peggiori, quelli veri, sono gli umani.

E quando il mostro ti “incatena” sin da bambino, si finisce con l’abituarsi ai suoi gesti, le sue abitudini, i suoi capricci, il suo terrore. La mostruosità diventa l’unica forma di vita conosciuta, l’unico modo che si ha e si conosce per stare al mondo.

Ci si trova forse anche “conforto”? Probabile.

Se gli uomini sono come un grande e complesso puzzle che rende ai nostri occhi un’unica figura superficiale, forse anche i mostri devono contenere in sé milioni di pezzi diversi, e chissà che uno di essi non sia rifugio dell’anima, o di ciò che ne resta.

Difficile dire qualcosa alla fine del film: colpisce l’intera struttura anatomica dello spettatore, la stessa che studia Tim “Rabbit”, il protagonista di questa storia, il bambino in catene. Primo tra gli organi, ovviamente, lo stomaco. Ma apprezzo il “fegato” della Lynch per aver composto un così crudo e limpido puzzle dell’anatomia del mostro e del coraggio di ribellarsi alla propria e altrui mostruosità, restando in qualche modo umani.

 

Finisce presto il mio primo giorno di TFF, ma forse, per oggi, è meglio così.

 

M.

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CARLA:

Stamattina mi sono alzata tutta energica, nonostante le poche ore di sonno e il mio primo pensiero è stato: Torino Film Festival si parte…
E mi è bastato passare per Via Montebello e vedere le lunghe file alla biglietteria per immergermi subito nell’atmosfera di questa settimana che aspetto con ansia da mesi e mesi…

Ho ritirato l’accredito (la borsa di quest’anno è davvero tremenda però, bisogna dirlo) e poi subito a guardare e riguardare il programma per incastrare  tutti i film possibili (anche se so già che il mio programma cambierà almeno un’altra decina di volte). Il primo film cominciava alle 17:30, ma noi, esperte ormai, eravamo in fila già dalle 16:30 tutte in ansia ed emozionate… Naturalmente già sapevamo quali sarebbero stati i nostri posti, quindi non appena siamo entrate nella sala 1 del cinema Massimo, ci siamo subito catapultate verso la nostra amatissima fila Q.
” Alla gente non devi badare, solo i posti migliori ti devi accaparrare”: questo è il nostro motto per il TFF quest’anno.

Dopo un po’ sono cominciate le presentazioni ufficiali, e a sorpresa è arrivata Jennifer Lynch, la figlia di David, a presentare il suo CHAINED.

Una donna sulla quarantina Jennifer Lynch, solarissima e piena di rasta, ha raccontato sorridendo del suo lavoro, augurandosi di dare spunti di riflessione al pubblico, che avrebbe potuto parlarne dopo il film bevendo un espresso o prendendo un aperitivo.

Come si può mai riuscire a mangiare dopo un film così? Questo il mio primo pensiero mentre scorrevano i titoli di coda…

La storia è terribile: una mamma e un figlio per ritornare dal cinema prendono un taxi ma scelgono quello sbagliato. Il tassista li porta nella sua casa isolata in campagna, dove uccide lei e tiene  il ragazzo in prigionia per anni e anni, trattandolo come uno schiavo e donandogli una nuova identità: Rabbit! Il giovane è costretto non solo a vivere incatenato senza possibilità di uscire, ma anche a fare da “assistente” a questo mostro nei numerosi assassini che compie…
Un film diretto con estrema bravura e lucidità, ma crudo, spietato, un pugno nello stomaco, che infligge allo spettatore quasi le stesse torture a cui vengono sottoposte le varie donne e il ragazzo.
Durante il film mi sono dovuta girare più volte per non guardare (sono una femminuccia a volte, lo so) e non appena finito ci ho messo qualche momento per riprendermi, ma per “fortuna” mi aspettava subito dopo HOLY MOTORS, di Leos Carax…

Era da tempo che cercavo di vedere questo film, quindi è stata una grande gioia sapere che era al TFF quest’anno.

 

È difficile riassumerne la trama: un certo Monsieur Oscar (interpretato da un bravissimo Denis Lavant) gira a bordo di una limousine guidata da una donna per andare a vari appuntamenti. Per ogni appuntamento assume un’identità diversa e diventa un padre di famiglia, un criminale, una vecchia mendicante, un uomo in fin di vita etc… Nonostante molti pareri discordanti io l’ho trovato magnifico, anche solo per le immagini. Un viaggio visivo estremo ed intenso, con una fotografia ipnotizzante e pieno di citazioni e poesia. Ho sempre avuto un debole per i film “dichiarazioni d’amore al cinema” e anche se questo mi rendo conto non sia dei più semplici o immediati, per me è stato proprio meraviglioso!

Purtroppo domani sono costretta mio malgrado a prendermi un giorno di pausa,  per fortuna che c’è ancora un’altra settimana;)

Carla

Carla&Mariangela, due cefale al Torino Film Festival

 

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