Film

Published on Febbraio 5th, 2014 | by Giuseppe D'Alessandro

The Wolf of Wall Street

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Regia: Martin Scorsese

Genere: biografico

Durata: 179 min.

Lingua Originale: inglese

Cast: Leonardo Di Caprio, Jonah Hill, Margot Robbie, Mattew McConaughey, Jean Dujardin

Sceneggiatura: Terence Winter

Fotografia: Rodrigo Prieto

Montaggio: Thelma Schoonmaker

Musiche: HowardShore

Produttore: Martin Scorsese, Leonardo Di Caprio, Riza Aziz, Joey McFarland, Emma Tillinger Koskoff

Uscita nelle sale: 23 gennaio 2014

Trama: La storia reale di Jordan Belfort, vero “lupo” della finanza newyorkese, che fonda l’agenzia di brokeraggio Stratton Oakmont, e attraverso mezzi illegali la rende così potente da assicurargli denaro, donne, droga.

Sembra uno Scorsese nuovo, quello che a 18 anni di distanza torna sul tema del capolavoro Casinò: il denaro. Nel 1995, forse ancora memore dell’ultimo straordinario Bresson, il cineasta americano sembrava preoccupato di mostrare la natura tragica e nichilista del vile argent, usato come costante e come ombra perenne che accompagna le passioni umane, in particolare l’amore e l’amicizia. Nel dipingere con la consueta titanica abilità narrativa la complessa figura di Jordan Belfort, broker di Wall Street realmente esistito e autore dell’autobiografia che sta alla base di questo lavoro, Scorsese sembra invece voler dare del denaro un aspetto completamente diverso, quello dello stordimento, dell’affabulazione, del paradiso artificiale se vogliamo citare Baudelaire. La sete del possesso, la dipendenza dalle droghe e dal sesso, l’abuso di alcool, qui sono una gabbia che imprigiona il protagonista (incapace di uscirne perfino quando la Legge minaccia seriamente di distruggere il suo impero) e il mondo della finanza rappresentato con ironica spietatezza. E Scorsese questo ce lo dice subito: non a caso nel prologo del film, dove Jordan parla in prima persona rivolgendosi direttamente agli spettatori, il denaro viene decantato come la più sublime delle droghe, superiore alla cocaina e alle strane pasticche che tutti ingurgitano con abbondanza.

È un mondo a sé stante quello di Belfort, un impero che viene descritto secondo tempi e luoghi assolutamente autonomi, slegati dall’altro mondo che non viene quasi mai citato: quello dei poveri, dei deboli, degli oppressi, insomma delle persone “normali”. La mancanza di una controparte esterna a questo “pianeta” finanziario impoverisce un po’ – dobbiamo ammetterlo – la dialettica drammatica del soggetto, che cerca piuttosto di descrivere la finanza dal suo interno, calandosi coraggiosamente nei pensieri dei protagonisti, e sforzandosi – con successo – di non giudicare il delirio di onnipotenza di Belfort. Ed è proprio nel contrasto tra il tentativo di umanizzare, utilizzando toni da commedia spesso anche spassosi, questi squali della finanza e l’orrore intrinseco delle loro azioni che risiede l’unicità di questo film. Nessuno dei protagonisti ha l’aria sgradevole, hanno volti paffuti o sorridenti, tutti inebetiti da dipendenze che impediscono loro di avere un punto di vista oggettivo sul mondo e sulle loro azioni.

Ecco perché, più che di Casinò, questo lavoro sembra essere la prosecuzione ideale di Hugo Cabret, solo che ne è la copia in negativo: nel capolavoro ambientato a Parigi i personaggi, ciascuno intrappolato nel proprio mondo, trovano nell’arte e nell’immaginazione un rifugio concreto di bellezza e di purezza per riscattare le loro piccole miserie umane; stavolta invece Scorsese ci mostra degli uomini che cercano bellezze illusorie, appagamenti momentanei che la loro forza autodistruttiva vorrebbe diventassero fissi, perenni, immutabili. E nell’impossibilità di trasformare in reale qualcosa di finto, come d’altronde è il denaro, si compie la tragedia.

Nonostante la linearità (in sintesi: ascesa e caduta del protagonista) e una leggera ripetitività della sceneggiatura, questo film, della durata di tre ore circa, ha il merito di non stancare davvero mai lo spettatore: merito di un cast di caratteristi davvero straordinario, in primis un Di Caprio ineccepibile; ma anche e soprattutto del montaggio di Thelma Schoonmaker, che conferisce un ritmo serrato e senza respiro, sottolineato da una brillante colonna sonora in cui i brani jazz di Ahmad Jamal, Charles Mingus e Cannonball Adderley rafforzano l’immagine scintillante e brulicante del mondo della finanza.

Insomma la forma è perfetta, e anche l’obiettivo è pienamente centrato. Resta solo il lieve rammarico che questa pellicola, pur grandiosa nell’inseguire con maestria l’esercizio di stile, pecchi in ciò che ha sempre reso monumentali i film di Scorsese, cioè nel dire una parola davvero definitiva: manca un po’ quella forza tragica, anche beffarda come nel recente Shutter Island, che sconvolge lo spettatore e lo manda a casa frastornato. Qui si esce invece dalla sala solo con la sensazione di aver visto un gran bel film, punto. Che di questi tempi, in effetti, è già un risultato colossale.

Giuseppe D’Alessandro

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The Wolf of Wall Street Giuseppe D'Alessandro

Summary:

3,5

Voto


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