Interviste Tua figlia Anita

Published on Novembre 13th, 2024 | by Elettra Bernardo

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Intervista a Paolo Massari: Tua figlia Anita

Tua Figlia Anita

Paolo Massari, Tua figlia Anita, 2023 Nutrimenti, € 17,00

Devo ricordare, ripassare tutto, fare in fretta, altrimenti mi resterà solo la fine, la morte e non la vita. Finché mi ricorderò di lei Anita sarà ancora qui, almeno in parte. Sparirà ogni traccia quando non ci sarò più io, quando sarà assente e irreperibile in eterno chiunque l’abbia amata […]. Per questo mi auguro che avrai ancora la pazienza di ascoltarmi.”

Dopo la morte della moglie Anita, Giacomo confida al padre di lei, in un lungo flusso di coscienza che si muove tra passato e presente, tutti i ricordi, i sentimenti, i piccoli riti e le grandi eccezioni di una vita trascorsa insieme. Prima che la memoria inizi a sbiadirne i contorni, Giacomo restituisce un ritratto onesto della donna amata, una persona che ha vissuto evitando di produrre il minimo rumore e per cui nessuno, anche il giorno del suo funerale, ha voglia di perdere tempo. Ma questo tempo ora lui lo pretende, e tra rimpianti e memorie di attimi spensierati ripercorre i momenti di un’esistenza “piccola e mediocre” che nessuno ha interesse ad ascoltare, ma che ha la dignità di essere ricordata.

Tua figlia Anita (Nutrimenti, 2023), il romanzo d’esordio di Paolo Massari, è un libro sulla morte e la malattia, sul ricordo, sull’amore, sui legami familiari, ma è soprattutto un inno alle esistenze ordinarie, dove, per citare una famosa canzone, la vera impresa eccezionale è essere normali. Ne parliamo in compagnia dell’autore.

Ciao Paolo, grazie per essere qui e benvenuto su Una banda di cefali. Una delle prime cose che incuriosisce del tuo romanzo è la scelta di far dialogare Giacomo con il padre di sua moglie, un uomo che scopriamo essere stato assente e molto critico non solo nei confronti della figlia, ma anche del genero. Perché hai deciso di affidare questa confessione proprio a lui?

Grazie a voi per l’occasione. Quando l’idea del romanzo si faceva strada in me uno dei pochi elementi chiari da subito è stato proprio quello: il destinatario delle parole di Giacomo. È stata, in fondo, anche una scelta arbitraria, Giacomo avrebbe potuto rivolgersi ad altri interlocutori. Qui abbiamo da una parte un marito e dall’altra, anche se non c’è, il padre: il primo è il testimone della fine, oltre che il compagno di una vita, il secondo è il testimone dell’inizio, è colui che la vita l’ha data. Si confrontano due tra gli uomini più importanti della vita di Anita.

“Io lo so chi era Anita, anche se non so tutto di lei”, dice Giacomo al suocero. Quel “non so tutto di lei” dimostra una grande onestà da parte del marito che accetta e ammette la parzialità del suo racconto. Nella lettura ho spesso pensato a questa differenza di visioni, quella del padre e del marito, di due generazioni diverse che puntano il loro sguardo maschile sulla vita di una donna. Da una parte un padre che ha rimproverato alla figlia di non essere stata quello che, secondo lui, avrebbe dovuto essere, come ad esempio una madre, e in contrapposizione un marito che, con tutti i suoi limiti, cerca di ricostruire un ritratto a tutto tondo della persona amata, a prescindere dai ruoli e dai traguardi raggiunti nella vita.  Nel raccontare questo ricordo inevitabilmente parziale di lei, quanto ha contato la diversa prospettiva di genere dei personaggi narranti maschili?

Le prospettive sono sempre differenti. Hanno a che vedere con il vissuto che abbiamo in comune con quella certa persona, con le diverse percezioni che abbiamo avuto nel tempo, con quello che non ammettiamo con noi stessi, o rispetto al nostro rapporto con gli altri. La verità forse banale a cui giunge Giacomo, e che ho conquistato in fondo io stesso, scrivendo, è che anche se passi trent’anni con la stessa persona non puoi comunque avere l’ardire di affermare: “so tutto di lei”, ed è valido ovviamente anche al contrario.

Giacomo e Anita sono due persone che vivono una vita per loro stessa definizione “piccola e mediocre”. Le loro sono giornate scandite dalla routine, fatte di momenti cupi e di leggerezza, in cui si inframmezza ogni tanto un “poi faremo” mai concretizzato che li porta sempre a restare a un passo dai loro obiettivi. Quando la normalità, secondo te, diventa degna di essere raccontata?

In fondo credo lo sia sempre. Ho avvertito sempre una certa allergia per la locuzione “persone comuni”, che trovo sbrigativa e un po’ mortificante per quello che sottende. In ogni “normalità”, o meglio ordinarietà, può esserci un abisso vertiginoso di sensazioni, desideri, pensieri forti, tormenti. C’è quasi sempre, in realtà. Non a caso, un grande titolo di Pontiggia è Vite di uomini non illustri.

Anche il linguaggio scelto è molto misurato, quotidiano, così come le espressioni utilizzate dai personaggi. Come lo hai costruito, e in generale quali sono state le sfide e le difficoltà nello scrivere il tuo primo romanzo? Che consiglio ti senti di dare agli aspiranti scrittori che ci leggono?

Ho lavorato per sottrazione, cercando di togliere, togliere, togliere, essendo il vissuto dei personaggi già molto denso e “pieno”. La difficoltà maggiore è stata sicuramente la ricerca del tono, non volevo che Giacomo avesse una voce perentoria, di chi sa o pretende di sapere tutto, senza mettersi in discussione. A chi vuole scrivere consiglio, prima di tutto, di leggere, e di mantenere umiltà.

Momento marzulliano: in questo primo anno dall’uscita di Tua figlia Anita, c’è qualcosa che avresti voluto ti chiedessero e non ti hanno mai chiesto? Se sì, questo è il momento giusto per farsi una domanda e darsi una risposta.

Non ci ho mai pensato, non saprei, ma ci sono state tante domande, e credo che già questo sia un fatto positivo.

Infine, in chiusura. Progetti per il futuro?

Sto lavorando a un saggio narrativo che uscirà nel 2025 e sento vorticare un po’ di idee, ancora non così definite, per il nuovo romanzo.

Intervista a cura di Elettra Bernardo.

Clicca qui per acquistare il libro sul sito dell’editore.

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