Lo stile paranoide nella politica americana di Richard Hofstadter
In un periodo di forte allarmismo per la paura dello scoppio di un conflitto globale guidato da autocrati quali Trump, Netanyahu, Putin, Khamenei, la comparsa di sette ultramanipolatorie come Qanon, lo straripare di dichiarazioni di annientamento dell’altro additato come nemico pubblico, ben venga la nuova traduzione de Lo stile paranoide nella politica americana (Adelphi, pp. 91, 5 euro), numero 10 nella distinta collana Microgrammi.
Il saggio è opera dello storico Richard Hofstadter, nato nel 1916, emigrato ebreo di origine polacca, docente dal 1946 alla Columbia University fino all’anno della sua morte, per una fulminante leucemia, nel 1970. Fin dalla pubblicazione di La tradizione politica americana (1948) si pose come acuto analista contrario alle tronfie celebrazioni storiche e sensibile al pericolo dell’intolleranza e del razzismo e di come esse vengano istillate nell’immaginario della popolazione, come dimostrano i libri L’età delle riforme (1955, Premio Pulitzer) e L’odio per gli intellettuali in America (1957).
Il trattato in esame nasce da una relazione tenuta nel 1963 ed è stato accresciuto e rivisto per essere pubblicato nel 1965, in un periodo estremamente delicato per l’equilibrio democratico USA: la baia dei Porci, Castro al governo di Cuba, l’assassinio di Kennedy, la morte di Krusciov, la massificazione di soldati in Vietnam per volontà del presidente Lyndon B. Johnson, le marce per i diritti dei neri capitanate da Martin L. King, l’elezione al senato del candidato di estrema destra Barry Goldwater, vera miccia per l’urgenza della monografia.
Richard Hofstadter usa la parola di una patologia neurologica diagnosticata per la prima volta da uno psichiatra francese nell’Ottocento per fissare un sentimento che serpeggiava nell’americano medio impaurito dallo scoppio di una guerra atomica, come dimostrano anche il successo delle opere di Philip K. Dick e dei film su questo argomento di Kubrick, Lumet, Schaffner, Kramer. La paranoia si identifica come «disordine mentale cronico caratterizzato da sistematiche manie di grandezza e di persecuzione» (p. 12) e Hofstadter la analizza non in un quadro clinico, ma di storia americana, argomento da lui meglio conosciuto. Un termine che il docente adopera più in senso dispregiativo: «ha più affinità con le cattive cause che con quelle buone» (p. 13). La sua esegesi vuole dimostrare come l’uso di questa disfunzione venga adoperato per agganciare la massa e ottenere un malsano consenso, chiarendo la differenza tra il rappresentante del mezzo paranoico e quello clinico: «sebbene tendano entrambi a essere estremamente sovreccitati, sospettosi, aggressivi, megalomani, apocalittici […] il paranoico clinico vede il mondo ostile e cospiratore in cui sente di vivere come diretto specificamente contro di lui; laddove il rappresentante dello stile paranoide lo trova diretto contro una nazione, una cultura, uno stile di vita, spesso la propria, il cui destino non tocca solo lui, ma milioni di persone» (p. 13); e da qui l’invenzione forsennata del nemico, la cui funzione «la si trova in ciò che non si può imitare, ma in ciò che si può condannare in maniera inequivocabile. La libertà sessuale che gli è stata spesso attribuita, la sua mancanza d’inibizioni morali, il possesso di tecniche particolarmente efficaci per realizzare i suoi desideri, danno agli esponenti dello stile paranoide l’occasione di proiettare ed esprimere liberamente gli aspetti inaccettabili della propria mente» (p. 63).
Da questo assunto parte la galoppata della nascita e dello sviluppo della comunicazione paranoide negli USA: dalle polemiche antigiacobine e antimassoniche esplose dai pulpiti nel New England a fine ‘700 contro la presunta cospirazione dell’ordine degli Illuminati, alla rinnovata crociata antimassonica degli anni ’20-’30 dell’Ottocento, contro i movimenti anticattolici e nativisti di cui si fece fervente sostenitore addirittura l’inventore del telegrafo Samuel F. B. Morse, fino alle cospirazioni contro il New Deal, alla politica intimidatoria del maccartismo (1950-1954) e all’ascesa dell’esponente radicalmente reazionario nel 1964. Al centro del ragionamento vi è sempre l’uso che ne fa il politico dello stile paranoide, «uno stile di pensiero non sempre collocato a destra», avverte, e non sempre relegato negli Stati Uniti, anzi «ingrediente tipico del fascismo e dei nazionalismi frustrati, sebbene attiri tanti non fascisti e lo si ritrovi spesso anche nella stampa di sinistra» (p. 18), certamente componente alla base di ogni forma di autoritarismo politico. In definitiva un saggio fluido e coinvolgente, punto di partenza per comprendere il modus operandi di alcuni politici contemporanei e di ciò che inquietantemente si sta verificando a livello globale.
Andrea Panico




