Ieri

Agota Kristof, Ieri, Einaudi, 1997-2002, 10,00 €
Piove. Una pioggia sottile e fredda che cade sulle case, sugli alberi, sulle tombe. Quando vengono a trovarmi, la pioggia scorre sul loro viso scomposto, fluido. LORO mi guardano e il freddo diventa più intenso, i miei muri bianchi non mi proteggono più. Non mi hanno mai protetto. Tanta solidità non è che un’illusione e il loro candore è imbrattato.
Ieri ho vissuto un istante di felicità inattesa, immotivata. È venuta verso di me attraverso la pioggia e la nebbia, sorrideva, fluttuava al si sopra degli alberi, mi danzava davanti, mi circondava.
Io l’ho riconosciuta.
Era la felicità d’un tempo remoto, quando il bambino e io eravamo tutt’uno. Io ero lui, avevo solo sei anni e la sera nel giardino sognavo guardando la luna.
Adesso sono stanco. Sono quelli che vengono la notte a stancarmi così. Stanotte, quanti saranno? Uno solo? Un gruppo?
Se LORO avessero almeno un volto. Ma sono tutti vaghi, sfocati. Entrano. Restano in piedi a guardarmi e dicono:
– Perché piangi? Ricordati.
– Che cosa?
LORO si mettono a ridere.
Più tardi dico:
– Sono pronto.
Apro la mia camicia sul petto e LORO alzano quelle mani tristi e pallide.
– Ricordati.
– Non so più cosa.
Le mani tristi e pallide si alzano e ricadono. Qualcuno piange dietro i muri bianchi.
– Ricordati.
Una nebbia lieve e grigia fluttuava sopra la casa, sopra la via. Un bambino stava seduto nel cortile e guardava la luna.
Aveva sei anni, io lo amavo.
– Ti amo, – gli dissi.
E il bambino mi fissava con uno sguardo severo.
– Bambino, vengo da lontano. Dimmi, perché guardi la luna?
– Non è la luna, – rispose irritato il bambino, – non è la luna, è l’avvenire che io guardo.
– Io vengo da lì, – gli dissi dolcemente, – ci sono solo campi morti e fangosi.
– Tu menti, menti, – gridò il bambino. – C’è argento, luce, c’è amore. Ci sono giardini pieni di fiori.
– Io vengo da lì, – ripetei dolcemente, – ci sono solo campi morti e fangosi.
Il bambino mi riconobbe e si mise a piangere.
Erano le sue ultime lacrime calde. Anche su di lui cominciò a piovere. La luna scomparve. La notte e il silenzio sono venuti da me per dirmi:
– Che ne hai fatto di lui?
Ieri è un libro cupo che racconta una storia cupa, una storia di incubi che sono presagi, di fabbriche che sono prigioni, di boschi in cui si vuole morire, di autobus fatti solo per piangere il tempo di una corsa. Ti rifugia in un luogo straniero, in una lingua straniera, in una pioggia che bagna e annega, in pensieri che si scrivono in mente e a matita su fogli da bruciare per tenersi più al caldo, lì dove è inverno anche nei giorni di sole. Niente ha davvero un contorno, niente ha davvero una storia, tutto è confuso e cerca di confondere. Tobias è Sandor, Yolande è l’amore, tutte le donne sono Line. Un luogo straniero, una lingua straniera con cui scrivere le proprie menzogne per rendere anche la vita una straniera, una bugia che si separa da noi, così che forse è più facile accettare la morte che arriva e quella che non sappiamo mai dare davvero, l’amore che è lì dove non vorremmo che fosse e quello che non c’è dove abbiamo sempre creduto che sia.
Ieri fa riscoprire la ricchezza che solo le cose scarne riescono a contenere.
Mi lascia un pensiero.
Nel cupo dell’ombra dove non c’è sole,
è più facile trovare altro che sia luce,
è più facile diventare luce,
e imparare che ogni Line arriva per poi ripartire.
E, forse, accettare la solitudine della nostra compagnia.
M.
voto: 8



