Cefali live

Published on Luglio 1st, 2013 | by Carla De Felice

The National live in Roma, 30 giugno 2013 Carla&Mariangela

c&m

 

Dopo l’intervista doppia (ma abbiamo fatto anche quella, dopotutto), eccovi la recensione doppia.

Potremo dire quel giorno c’eravamo e quel giorno è stato più o meno così.

 

 

CARLA:

Aspettavo questo concerto dei National a Roma da mesi, da quando quel 20 febbraio io e Mariangela avevamo comprato i biglietti ed era cominciato il conto alla rovescia.

tickets
PREMESSA: Arrivata a Roma sembrava che ci fosse qualcuno a lanciarmi secce e la sfiga non voleva proprio darmi tregua… Come avvertimento sabato sera si è spezzato (così dal nulla) il mio bracciale portafortuna (e va beh ne compro un altro), mi si è allagata la borsetta stile piscina con una bottiglia di vodka aperta (e va beh si asciuga, per fortuna non è successo niente) ma domenica pomeriggio arriva la batosta finale. Stavamo per metterci a letto e riposare prima di andare al concerto quando Mariangela si siede sulla sua brandina e SBANG, in un secondo cedono entrambe sul mio piede. Un male cane! I miei primi pensieri nonostante il dolore e le urla: “No devo camminare! Devo andare al concerto! Matt! Non mi posso fare male!”. Per fortuna Io&Mariangela&Francesca (l’allegro trio del concerto) siamo una squadra di pronto soccorso rapidissima (si vede che abbiamo tutte e 3 la sindrome della crocerossina) e nel giro di pochi minuti mi sono ritrovata con una busta di fagiolini biologici congelati sul piede e una pomata dagli effetti allucinogeni. Il piede si è miracolosamente sgonfiato (non aveva un bell’aspetto) ma il vero toccasana è stata una bottiglia di vodka congelata sul piede! È confermato: la vodka è la cura a tutti i mali! Cariche di adrenalina, armate di bottigliette di cocktail caserecci vodka&cola, ci siamo fatte un paio di shottini e via…

empty stage

TORNIAMO ALLE COSE SERIE: Siamo arrivate all’auditorium e sulla strada per ritirare i biglietti ogni tanto ci passava un National davanti: prima un gemello, poi l’altro (non so bene chi dei quattro prima o dopo), poi il bassista, il batterista… Solo Matt mancava all’appello (che peccato aggiungerei!). Eravamo brille per l’alcool e l’euforia, e io ero così nervosa che ogni cinque minuti dovevo andare a fare la pipì.

Poco dopo le 9 mentre la gente continuava ancora a entrare, dal nulla si accendono gli schermi e arrivano piano piano tutti i National sul palco! Tutti si alzano in un grande urlo e applauso: sono pronti per partire. 20130630_211424Si comincia con Squalor Victoria, poi I should live in salt e Don’t swallow the cap. Per queste prime canzoni c’è un po’ di tensione, tutti sono seduti, la gente continua a entrare e a passare davanti ed è snervante: io voglio vedere il concerto. Nel frattempo Matt non ce la fa a stare al suo posto, cerca sempre di avvicinarsi al pubblico (purtroppo solo quello privilegiato seduto in cavea) li abbraccia, si fa dare dei regali, gli dà la mano. Io sono esaltatissima, avrei voluto abbracciarlo anche io e dirgli “Matt ti voglio bene”. A un certo punto si apre una bottiglia di vino tirando via il tappo con i denti: è ufficiale, io amo quest’uomo. La sua voce calda, forte e sensuale rende perfettamente anche dal vivo. Tanta gente continua a ripetere che è brillo. Sì è vero, ma dov’è il problema? Non siamo ubriache anche noi?

Il momento di svolta del concerto per me è stato Sea of love. Matt la introduce dicendo: “There’s a sea of love between us and the audience” e da quel momento in poi io non ho capito più niente. Tutti dal pubblico si sono alzati in piedi ed è scattato il delirio. Come le sirene di Ulisse che incantano i marinai con il loro canto, Matt ci ha stregato con la sua voce. Tutto il gruppo è riuscito ad ipnotizzare il pubblico dimostrando una forza e un talento estremi. Io ho abbandonato il mio posto, la mia borsa, la mia giacca per correre vicino alla ringhiera e vedere meglio. Mi sentivo attratta come da una forza magnetica e volevo stare più vicino possibile. Ero in estasi, il cuore mi batteva a mille. Sarei saltata giù tra quelli in cavea se avessi potuto, guardavo quelli intorno a me con un sorrisino stampato in faccia e una faccia da idiota e ogni volta che Matt camminava tra il pubblico ho odiato profondamente quelli seduti giù. È stato un concerto catartico, emozionante, intenso. I National sono davvero “i numeri uno” e sono riusciti ad alternare momenti più raccolti e intimi a altri più forti in maniera del tutto disinvolta. Un misto straordinario e il tempo sembrava volare.Con Terrible Love, mentre Matt cantava “It takes an ocean not to break” sono esplosa e sono scoppiata a piangere. E non erano le lacrime di una quindicenne al concerto dei Take That, ma lacrime liberatorie. 20130630_230954E mentre ancora mi asciugavo gli occhi tutti i musicisti si avvicinano al palco, Matt abbandona il microfono e comincia a cantare in acustico Vanderlyne Crybabe Geeks. Solo gli strumenti, la nostra e la loro voce in un coro che ha creato un momento che penso che né io né gli altri presenti al concerto di Roma riusciranno mai a cancellare dalla memoria. La conclusione di un concerto che (e lo posso dire senza bisogno di pensarci su) è ai primi posti dei CONCERTI della mia vita, quelli che mi hanno lasciato un segno e che non potrò mai dimenticare.

P.S. I National sono riusciti a farmi passare per una serata anche il male al piede, che stamattina si è risvegliato in tutta la sua potenza
P.P.S. questa è la sedia del nostro prof Luigi Mauriello che avrebbe dovuto essere al concerto. E stranamente questo posto vicino a noi è sempre rimasto libero.

sedia vuota

MARIANGELA:

caveaLa Cavea dell’Auditorium di Roma per me finisce sempre per essere una specie di strano mondo acquatico. Sarà che l’ultima volta con Vinicio che suonava sul palco, se ti giravi sembrava di avere alle spalle enormi balene d’argento su cui si riflettevano le luci e le ombre del suo cappello da marinaio e della sua nave d’orchestra. Anche per i The National ora è come essere nel mezzo di un oceano umano, all’inizio calmo, acqua piatta come una tavola, un mare assorto e silenzioso su cui navigare facile con quella voce, la voce di Matt Berninger, profonda, baritonale, perfetta. E allora ti giri e quelle che una volta ti erano sembrate balene, ora ti sembrano enormi barattoli di metallo in cui vorresti soltanto poter chiudere quel suono e lasciarlo vibrare perfetto lì dentro per sempre. Penso che sia questo quello che più mi 20130630_222944incanta di tutto il concerto. Come se la sua voce non cantasse semplicemente ma richiamasse immagini, pensieri, suoni dalla profondità di un altro tipo di mare, un mare che hai dentro, nascosto, burrascoso. Così il concerto che vedo, forse non è altro che il concerto che credo di vedere e che invece è solo nella mia testa, e Matt Berninger e i suoi gemelli cantano e suonano le corde delle cose che penso, di quelle che sento. Il mare che vedo, allora, è un mare che si attraversa sfidando onde di braccia che cercano di stringerti, accorciando le distanze nonostante i cavi ti trattengono, tendendo la mano per cercare di aggrapparti a qualcosa o a qualcuno (e chi c’è e vede lo stesso dei miei occhi, ora sa esattamente l’immagine che vedo io). Un mare di chitarre che pestano il pavimento, letteralmente, e di microfoni che non sono da meno. Un mare che si annacqua con bottiglie di falanghina e lacrime di stupida commozione per annegare meglio e annegare più ubriachi, e sentirsi piccoli e più piccoli ancora in tutta quell’acqua salata dal vino e dal pianto. E se succede che piango io, al concerto che ho in testa, è per il coraggio e la premura, è per chiedere scusa per tutto, è perché così forse annega anche il male che mi appartiene, è perché se resto qui tutto quello che non voglio mi troverà sempre, è perché “I’ve never thought about love when I thought about home” e dicono che l’amore, invece, sia una virtù. No?

20130630_213314

Il concerto che ho in testa è durato due ore, tutto quello che c’era da cantare è stato cantato e chi se ne frega se i The National sono un gruppo da club o da stadio e di tutte le domande fuorvianti post serata fatte da intervistatori di tv troppo hipster. Penso che il trasporto non è qualcosa che si finge senza che il pubblico non se ne accorga e che se ti lanci tra le sue braccia fino quasi ad ammazzarti per poter toccare anche la mano più in alto di tutte, mandando nel panico il fonico che non sa più come seguirti col filo del microfono, non è solo per fare scena ma è perché te lo senti fin nello stomaco tutto quello che vedi, che canti e lo vuoi toccare. Certo, è anche per il vino, ma non siamo tutti bravi all’occorrenza a dire in vino veritas? E allora facciamo che questa è la verità, che importa. Il concerto che ho in testa è un concerto che ha superato bracciali persi, borse annegate, piedi rotti, farmacie aperte di domenica, metro nella direzione opposta e treni sbagliati per troppa fretta e troppo sonno, che siano state le bestemmie in Vaticano, il malocchio o una sfilza di nomi su cui scommetterei e su cui allegramente ci rido. Il concerto che ho in testa è un concerto in cui dici grazie alla cotta di turno e al tuo animo stalker, ché i ragazzi passano anche senza averli mai conosciuti, ma la musica resta e senza About Today mandata un giorno via chat con tanto di istruzioni all’ascolto (“The National: Fake Empire per iniziare, About Today e Slow Show per finire”), io non avrei né iniziato e né finito, qui, stasera. Il concerto che ho in testa è un concerto che non avrebbe avuto il bis senza le “doti” di Carla e che mi lascia il retrogusto di nuovi ricci, incontri ravvicinati del terzo tipo, case da pinterest anche se poi dormi su una brandina rotta stesa sul pavimento, rossetto rosso, leoni e deflusso, bande di cefali, pennette all’arrabbiata di antiche ricette calabresi accompagnate da Diet Vodka Coke, unguenti miracolosi che fanno sparire lividi e inibizioni, fagiolini scongelati e ricongelati che te la meriti tutta la cacarella, patatine di Burger King servite da Antonio “Sei un po’ della Campania?” “No, io in campagna non ci ho vissuto mai…”, un’ora di lungo Tevere notturno fino a “Quello mi sembra un fatto famoso”, decine di foto sceme e “Crybaby, cry. Oh, the waters are rising…”. And it takes an ocean not to break.

 

http://youtu.be/zbg7SZ1wsxo

 

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L'unico vero realista è il visionario.



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