Mood Indigo – La schiuma dei giorni
L’écume des jours, Francia/Belgio 2013

Regia: Michel Gondry
Genere: drammatico
Durata: 125 minuti
Lingua originale: francese
Cast: Roman Duris, Audrey Tatou, Gad Elmaleh, Omar Sy, Aissa Maiga
Sceneggiatura: Luc Bossi
Soggetto: Boris Vian
Fotografia: Christophe Beaucarne
Montaggio: Marie-Charlotte Moreau
Distribuzione: Koch Media
Uscita nelle sale: giovedì 12 settembre 2013
Tratto dal romanzo cult della letteratura francese, L’écume des jours di Boris Vian del 1947, il film racconta della storia d’amore tra Colin (Romain Duris), un ricco parigino che si dedica a curiose invenzioni, e Chloé (Audrey Tautou), che sembra uscita fuori da una canzone di Duke Ellington. I due si innamorano perdutamente, si sposano ma, durante la luna di miele, Chloé si ammala di una rara e strana malattia.
C: Stasera vado al cinema, andiamo a vedere Mood Indigo. Lo aspetto con ansia da mesi ma ho un po’ di timore.
G: E di cosa?
C: Audrey Tautou, non la sopporto.
G: Manco io, ma pure Jim Carrey mi stava sulle palle prima di vedere “Se mi lasci ti cancello”.
Questo mio amico aveva ragione. Ma le premesse a questo film mi facevano temere il peggio. Il binomio Audrey Tatou e la promessa della “più dolce e straordinaria storia d’amore di tutti i tempi” non potevano non far pensare al Favoloso mondo di Amélie, film che io personalmente non tollero ma non voglio dilungarmi sui motivi. Mi limito solo a dire che non è così, anzi. Mood Indigo (e per fortuna, aggiungerei) non ha nulla a che vedere con Amélie: Mood Indigo è un film di Michel Gondry e il suo marchio si riconosce da subito.
Non ho mai letto il romanzo di Vian (anche se adesso ho tanta curiosità) e non so quanto Gondry sia stato fedele al testo originale, ma quello che so per certo è che per Mood Indigo il regista francese è ritornato alla sua attitudine visionaria e onirica che non esplodeva in maniera così dirompente dai tempi dell’Arte del sogno.
Questo film è un puzzle di personaggi strampalati e atmosfere surreali. Solo in Mood Indigo possono esistere appartamenti all’avanguardia con campanelli che camminano, corsi di cucina interattivi con un insegnante che che ti segue dal frigo al forno, anguille che scappano dai rubinetti, topolini domestici, agende come i cubi di rubik, pianococktail che se suoni le note troppo forti rischi di bere un’omelette. Solo in un film di Gondry i personaggi si danno strette di mano roteanti, ballano lo sbircia-sbircia per far innamorare le ragazze, hanno scarpe dispettose che scappano dal piede o si nascondono, festeggiano con tanto champagne il compleanno di un cagnolino, viaggiano su una nuvola a gettoni sopra un cantiere a cielo aperto perché “il tipo là su, da solo, mi fa pena” o inventano canzoncine senza senso. E c’è anche una storia d’amore. Colin ama Chloé ma non ha il coraggio di chiederle di sposarlo perché teme un rifiuto, lei d’altro canto non capisce perché lui non lo faccia, e alla fine lui prende l’iniziativa solo per una scommessa con l’amico Chick. In chiesa vale la regola del “chi prima arriva, si sposa” con tanto di corsa in macchinina tra le due coppie sfidanti. Finita la cerimonia si esce dalla chiesa nuotando sott’acqua per andare a fare un pic-nic viaggiando in una macchina trasparente. E il tempo è bruttissimo. A casa le stanze diventano tonde quando ascolti Duke Ellington e sei innamorato. Tutti sono felici e contenti ma poi una ninfea si impossessa del polmone di Chloé. La ninfea continua a crescere, le fa male, la fa tossire e non vuole andare via. Risucchia energia, fa appassire tutti i fiori, fa diventare le stanze buie e tetre e fa invecchiare i personaggi a vista d’occhio.
Fedele al libro o no, Gondry ha dimostrato in questo suo ultimo lavoro di avere una mente così creativa da riuscire a rappresentare l’irrappresentabile in maniera grandiosa. E non parlo solo di immagini fantasiose o oniriche, ma anche di momenti grotteschi portati sullo schermo con grande classe. L’arrivo del filosofo tuttologo Jean-Sol Partre (inutile stare a fare supposizioni su chi sia il suo alter-ego) alla conferenza su una specie di carro armato, protetto da soldati armati di mitra, che calpesta decine e decine di persone come fossero carne macinata è solo uno dei tanti esempi.
L’unica pecca di Mood Indigo per me è che c’è troppa visione, c’è troppo di tutto e in certi punti la storia ne soffre. Io, in quanto spettatrice, mi sono sentita spesso solo affascinata ma non emotivamente coinvolta in “questo sogno visivo” e non sono riuscita a essere partecipe pienamente. Forse ho bisogno di vederlo un’altra volta, forse Gondry ha un tantino visto troppo oltre o forse io preferisco altro. Sicuramente non ricorderò Mood Indigo come il mio film preferito di Michel Gondry, ma va visto assolutamente, anche solo per farsi una propria opinione. Gondry è sempre Gondry, e questa gliela posso perdonare, soprattutto perché come mi fa viaggiare lui, ci riescono solo pochi altri.
Carla De Felice
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