Gravity
Titolo Originale: Gravity
Regia: Alfonso Cuarón
Genere: Fantascienza
Durata: 90 minuti
Lingua originale: Inglese
Cast: Sandra Bullock, Gorge Clooney
Soggetto e sceneggiatura: Alfonso Cuarón, Jonas Cuaron
Fotografia: Emmanuel Lubezki
Montaggio: Alfonso Cuarón, Mark Sanger
Distribuzione: Warner Bros.
Uscita nelle sale: 3 ottobre 2013
Gli astronauti Ryan Stone e Matt Kowalsky lavorano ad alcune riparazioni di una stazione orbitante nello spazio, quando un’imprevedibile catena di eventi gli scaraventa contro una tempesta di detriti. L’impatto è devastante, distrugge la loro stazione e li lascia a vagare nello spazio nel disperato tentativo di sopravvivere e trovare una maniera per tornare sulla Terra.
La fantascienza, al cinema come in letteratura, è stata per anni il luogo dell’immaginazione, della premonizione e della metafora. Se si prova a sfogliare uno di quei bellissimi romanzi (supponendo che si ami il genere, beninteso) pubblicati negli anni ’60 da Mondadori nella collana Urania, scritti da maestri della letteratura come Asimov, Clark o Dick, si capisce cos’è che ha ispirato quella denominazione di “fantascienza adulta” che sarebbe poi stata usata per qualificare pellicole come 2001: Odissea nello Spazio, Blade Runner o Alien, film di grande spessore espressivo e concettuale, che talvolta, come nel caso del capolavoro di Kubrick, si fa perfino fatica a restringere nel campo della fantascienza.
In linea con l’impoverimento generale dei valori dell’arte pura, la science fiction si è negli ultimi anni ridotta alla sbiadita immagine della sua natura spettacolare, in parte “salvata”, ma certo non rivitalizzata, dalle immancabili pellicole di George Lucas o Steven Spielberg.
Questo Gravity del messicano Alfonso Cuarón ha il merito di riportare la fantascienza a una natura finalmente cinematografica, in contrasto con la tendenza fracassona e fatalista che ha visto in Roland Emmerich, coi suoi Indipendence Day o 2012, il profeta di un cinema in cui il massimo del godimento intellettuale è vedere la Casa Bianca distrutta dagli alieni o dalle profezie Maya.
Che in questo film si respiri cinema puro lo si nota da tre aspetti fondamentali. Il primo sta nel soggetto e nella sceneggiatura. Tutto lo script è costruito come un affascinante road movie che dalla stazione orbitante conduce alla Terra. Un tema, quello del viaggio, caro a tantissimi maestri del cinema, dal Bergman de Il Posto delle Fragole al Ridley Scott di Thelma & Louise, dal Kurosawa di Dersu Uzala al Coppola di Indipendence Day, fino al dissacrante Woody Allen di Harry a Pezzi. Un viaggio in cui l’umanità prevarica sulla tecnologia, dove l’istinto di sopravvivenza è il vero motore dell’uomo, dove l’eterno scontro tra vita e morte riempie di sé la narrazione. Una caratteristica della scrittura che viene perfettamente sottolineata da un uso sapiente, e tutto sommato sobrio, dei movimenti di macchina e della computer graphic, che nei momenti di maggiore tensione emozionale sanno concentrarsi sui personaggi, operando quella “missione” che Robert Bresson ha sempre auspicato per il cinema, cioè quella di sacrificare la tecnica e perfino la visione dell’autore in favore della rappresentazione.
Il secondo aspetto è proprio quello tecnico. Sopra si è detto di come Cuarón sappia, quando necessario, nascondersi, ma è impossibile non restare affascinati dalla lunga e meravigliosa parte introduttiva, costruita come un unico lunghissimo piano-sequenza, privo di stacchi di montaggio (a proposito, Cuarón, oltre che regista e sceneggiatore, è anche il montatore del film) e sottolineato da uno straordinario 3D, che si muove tra i personaggi, lo scafo della stazione, i relitti spaziali, con sullo sfondo la presenza fissa della Terra: un luogo che, nella celebrazione (sia visiva che discorsiva) della sua bellezza sembra desiderato dai protagonisti fin dalle prime battute del film. Una tecnica di rappresentazione che farebbe scomodare paragoni illustri, su tutti Hitchcock (Nodo alla gola) e Welles (L’Infernale Quinlan), ma che si differenzia dai due per la natura poetica dell’intera scena, volta a ricreare l’essenza fluida e aerea dello spazio, il suo silenzio che rende l’uomo ancora più indifeso e solo. Ancora sulla tecnica applicata allo stile: ottima la scelta del regista di “restringere” sempre di più, col passare dei minuti, il campo visivo dall’immensità dello spazio (talvolta addirittura con la cinepresa in soggettiva) agli spazi angusti e claustrofobici delle cabine, dove massima importanza viene data agli attori.
Due parole sul terzo e ultimo aspetto: l’interpretazione intensa e credibile di una straordinaria Sandra Bullock, spesso impegnata in completa solitudine. Nulla di tutto ciò che abbiamo analizzato sopra avrebbe senso senza un protagonista capace di riempire di sé il film, dato che, come già detto, qui è l’umanità a trascendere la tecnologia e non viceversa. Bravo Cuarón a cogliere ogni sfumatura espressiva nel volto non più giovanissimo della Bullock, e brava lei ad assecondare la scrittura del suo personaggio così fragile e allo stesso tempo pieno di risorse.
Probabilmente questo film non rivoluzionerà né influenzerà il genere della fantascienza, anzi è possibile che resterà un unicum, ma la sua presenza nelle sale è incoraggiante, perché recupera pienamente una concezione matura di cui, francamente, si sente sempre più la mancanza nei prodotti di largo consumo commerciale.
Giuseppe D’Alessandro
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