La vita di Adele

Provo una grandissima tenerezza per te. La proverò sempre. Per tutta la vita.
Titolo: La vita di Adele (La vie d’Adèle – Chapitres 1& 2/ Blue is the warmest colour)
Regia: Abdellatif Kechiche
Genere: Drammatico
Durata: 179′
Lingua originale: Francese
Cast: Léa Seydoux, Adèle Exarchopoulos, Jérémie Laheurte, Stéphane Mercoyrol, Mona Walravens
Sceneggiatura: Abdellatif Kechiche, Ghalia Lacroix
Soggetto: Julie Maroh
Fotografia: Sofian El Fani
Montaggio: Sophie Brunet, Ghalia Lacroix, Albertine Lastera, Jean-Marie Lengelle, Camille Toubkis
Distribuzione: Lucky Red
Uscita nelle sale: 24 ottobre 2013
Trama: Adèle è giovane e ha fame di libri e di vita. È bella e un ragazzo carino la vuole per sé, ma quando lei prova a imbastire una relazione con lui i conti non tornano. “Manca qualcosa al cuore” indica l’autore di un libro che ama e, quando un giorno incrocia una ragazza dai capelli blu, il senso di predestinazione, il presente e il futuro avranno per sempre quel colore come dominante di ogni sfumatura della sua esistenza. La nascita, la formazione, il dolore e la forza di un personaggio che parte come tela bianca e diventa contenitore di un futuro radicato nel passato. Una storia d’amore semplice e totalizzante che porta, al centro del suo cuore, una tinta unita che ha in sé il significato della vita di tutti noi.
Ci sono film che arrivano e, anche se ci siamo preparati, con innata delicatezza o cruda irruenza, ci smontano pezzo per pezzo, quasi senza permetterci di rendercene conto. Poi, con semplice noncuranza, ci mostrano pazienti come tornare a incastrare i pezzi e solo alla fine ci rendiamo conto di come la somma delle nostre stesse parti sia mutata, ora irrevocabilmente trasformata dalla presenza di quel qualcosa che ci ha investito in pieno, non senza averci chiesto prima il permesso di poterlo fare.
E come Adèle e la sua Vita lavorano su di noi, così Emma e il colore blu lavorano su Adèle, con Adèle, per Adèle. Perché il film di Kechiche (già esploso con lo splendido Cous Cous e prima ancora con l’esordio di Tutta colpa di Voltaire) è uno di quei mostri irripetibili che senza lo spettatore e la sua stessa esistenza, la sua carne e il suo dolore, non avrebbero motivo di essere mostrati. Semplicemente non sarebbero nulla, neppure semplice narrazione, senza qualcuno a riempirne gli spazi bianchi.
In un’opera d’arte perfetta al millimetro, che si spera influenzerà il cinema a venire, Adèle dunque ci chiede di appoggiarci alla sua schiena, ci fa mangiare con lei senza riuscire a non guardarle in bocca, ci lascia entrare nel suo letto mentre dorme o piange, chiedendo all’essere umano che è in noi, con le sue esperienze e le sue convinzioni date dal singolo romanzo formativo di cui siamo composti, di scriverne la storia non dettata, quella che non vediamo ma che è lì, grondante di una voracità spiazzante e bellissima, commovente e sincera, come le interpretazioni sconvolgenti della tormentata Seydoux e della straripante esordiente Exarchopoulos.
Grazie a un sistema di ripresa mai convenzionale, anche se non certo originale, Kechiche rapisce le sue due muse, le segue e insegue nella quotidianità, le porta allo sfinimento per immedesimazione, sfuma i contorni dei suoi personaggi per farli combaciare con le interpreti non definendo mai con loro il limite tra lavoro e vita. Così la sua pellicola scorre sempre e comunque, anche quando in teoria non si sta girando, o si sta semplicemente vagando per la città e con questa tecnica, legata a un’improvvisazione costante basata sulla ricerca alternata a indicazioni ben precise, mescolando tutto con un’alchimia spaventosa rafforzata dalla fortunata complicità creatasi tra le due, forse anche grazie alle difficili (così dicono, è in corso una guerra giornalistica sulla questione) e prolungate condizioni di ripresa (parliamo di quasi sei mesi contro i due preventivati, di cui l’ultimo periodo trascorso a lavorare sette giorni su sette con riprese maniacali su ogni singolo gesto, basti pensare che per la scena dell’incontro sono stati superati i cento take per un passaggio di dieci secondi massimo di durata sullo schermo), la relazione tra le due si trasforma con naturalezza impressionante da recitazione a realtà e cade sui nostri sguardi con una semplicità disarmante, grazie anche a una costruzione narrativa al limite della banalità.
Eppure, come a dimostrare per l’ennesima volta che al cinema non è ciò che si racconta ma come lo si racconta il fulcro di ogni cosa, ecco esploderci in faccia l’Amore. Quello che vuoi così tanto da finire col distruggerlo, quello di cui hai bisogno e paura assieme, quello che aspetti e che se non arriva cancella ciò che sei, quello che ingaggia con la mente una guerra fredda destinata a scivolare nell’autodistruzione, nella perdita e nell’inganno reciproco.
Perché Emma e Adèle si amano sempre, dal primo incontro e anche dopo la loro stessa fine, perché non sono mai le parole a esprimere la verità nel film di Kechiche ma le azioni, i corpi, gli sguardi a tavola che non si incrociano ma che riescono a dirsi tutto e non hanno bisogno di spiegazioni. Il mangiare che diventa sopravvivere, avere e chiedere sempre di più, anche quando sarebbe meglio fermarsi, perché qui ogni personaggio si apre e rapporta all’altro attraverso la fame e la voracità, i piatti cucinati in casa e il masticare l’altro per assorbirlo, comprenderlo, conoscerlo.
Le dissertazioni scandiscono la narrazione come un tappeto necessario al procedere dei capitoli interni della protagonista. Marivaux, Antigone, Tiresia, Schiele funzionano come da centine o pennelli, là dove il colore è Emma, che ingombra la mente e i desideri di Adèle sbilanciando troppo gli equilibri di due persone che potrebbero ma non riescono, semplicemente non possono, perché una di loro è in divenire mentre l’altra è quasi in dirittura d’arrivo.
Emma è ovunque per Adèle, perfino prima dell’incontro, in ogni inquadratura i dettagli o le pareti, le luci o gli oggetti sullo sfondo, sono blu. Sempre blu. Il colore del titolo (immagine forse tra le più concrete nello scegliere cosa prendere in prestito dalla graphic novel di Julie Maroh Le bleu est une couleur chaude, distante anni luce dal suo adattamento cinematografico) insegue la sua eroina fino a spingerla a un’immersione totale e simbolicamente così conclamata da diventare organo vitale nel corpo stesso della storia, il mare diventa il cuore stesso di Adèle e lo stallo sembra non finire mai.
Può essere finita, può aprirsi un altro ciclo, ma verso il tramonto l’abito che indossa rimane di quel colore.
Così come per Emma ‘lei è ovunque, lei c’è sempre’, perfino quando non c’è più nemmeno la forza di provare. Perché Emma e Adèle si cercano e si incatenano l’una all’altra con l’ausilio di due amori troppo diversi per quanto di pari intensità, e il fatto che siano due donne è così irrilevante da risultare l’unica scelta ovvia, la vera scelta geniale alla base di tutto il film. Non è mai un legame omosessuale quello che viene messo in scena, apparendo più come una scelta casuale, uno sguardo che vagando nella folla inciampa su una macchia blu, concentrandovisi perché più intensa, non perché diversa.
Allo stesso modo le tanto temute scene di sesso altro non sono che la logica conseguenza dei gesti compiuti, delle decisioni prese, dei tempi costruiti. C’è l’urgenza, l’abbuffata, il parallelismo col cibo che non solo sazia e riempie, ma rimanda a nuovi bisogni e torna necessario giorno dopo giorno. Se è pornografia vedere due corpi in ricerca costante l’uno all’altro in uno spasmodico e disperato bisogno di (impossibile) completezza, allora abbiamo sbagliato tutto. Culturalmente e non solo.
Natural love is sometimes ugly, but you are so involved that you just have the pleasure of the body dice la Exarchopoulos al Boston Globe, chiudendo definitivamente il discorso.
Si potrebbero inoltre trascorrere ore ad analizzare la struttura circolare del film. Nella prima scena il professore che tenta di aprire la mente ai suoi studenti così come Adèle imparerà a desiderare di fare, cominciando un percorso personale scollato e in senso inverso rispetto alla sua maturazione sentimentale, più incontrollabile e involontaria, a tratti quasi rifiutata. O le due scene realmente fondamentali nel rapporto con Emma, ovvero il primo e l’ultimo dialogo in un bar, così antitetiche eppure perfettamente sovrapponibili nel definire in pochi tratti le differenze che le separano (per chi scrive la seconda è senza alcun dubbio la scena regina del film e tra le più belle viste in sala negli ultimi anni).
La vita di Adèle è una salita verso le cime del sentimento, verso il senso che le ferite più profonde possono avere sulla nostra costruzione come individui, su come vivere non sia solo costruire una pragmatica sequenza di azioni accettate dalla società quanto sporcarsi la bocca mentre si mangia, tentare sempre anche finendo con l’umiliarsi, annoiarsi, mangiare dolci perché non si capisce dove sbattere la testa, dire la frase sbagliata nel momento sbagliato, avere il dubbio di un tradimento quando la percezione è falsata da un senso di inferiorità irreale, avere paura, sentirsi soli, desiderare qualcosa purché non se ne conoscano i limiti.
Un canto del primo amore, ma soprattutto, tema caro al regista franco tunisino, del contrasto tra ambienti formativi diversi. Lo scarto tra il background di Emma e quello di Adèle non è dato solo dalle due scene coi reciproci genitori, gli attriti culturali emergono sin dal primo dialogo e persistono in un insistente botta e risposta tra il bianco e il nero, ma anche dal modo in cui il sesso viene mostrato nei due ambienti. Aperto e carnale da un lato, silenziato e intenerito dall’altro. Una compenetrazione totale in cui l’amante si fa protettore e guida verso ciò che si potrebbe voler essere, in cui la negazione di sé è totale e accettata come naturale, mai rinfacciata o appesantita da recriminazioni di sorta. Così la lesbica convinta che cita Sartre per sottolineare l’importanza dell’impegno, finge di avere un uomo con lavoro stabile e ben retribuito pur di proteggere l’adolescente spaventata in cui si è persa, da cui beve un sentimento che scorre come un fiume in piena e della cui natura inarrestabile non sembra preoccuparsi mai, se non quando arriva il momento necessario e intollerabile di perderla per poter sopravvivere.
Paradossalmente Emma sceglierà una stabilità che la inquieta, come suggerito da una voce in sottofondo che insegue i passi incerti di Adèle nel preambolo dell’ultima scena, mentre i suoi occhi seguiranno sempre quella persona che ormai si è fatta donna e persona completa per ‘colpa sua’, grazie alla resa totale nei confronti della vita, dove il dolore persiste e la quotidianità svuotata dell’intensità si fa più accettabile con la comprensione che la sofferenza non si cancella, si impara solo a indossarla meglio.
Solo quando Adèle capisce di poter sopravvivere a Emma può andare, provare a vivere senza di lei.
La complessa eleganza di questo film arriva sibillina utilizzando una grammatica cinematografica imperniata sui primi piani o close-up sul corpo, dove l’occhio si incolla alla pelle e la insegue dappertutto per svelarne i segreti, per vedere fino a dove si può arrivare. La musica e il suono sono sempre e solo diegetici, con l’esclusione degli ultimi dieci secondi, tristemente desiderosi di chiudere definitivamente un pezzo di vita, il capitolo 2, con l’amara consapevolezza che un finale non è mai una fine. Avremmo voglia di inseguirla Adèle, per tutto il resto della sua vita, ma è anche questo a rendere il cinema grande, e in questo caso il cinema di Kechiche. Non c’è bisogno di vedere tutto, non fa niente se non vediamo tutto. Quello che si nasconde tra una scena e l’altra è lì, c’è sempre stato. Emma e Adèle rivivranno a ogni proiezione, a ogni carezza scambiata alla fine di un pomeriggio trascorso a scatenarsi, a ogni bacio ricordato come un pugno e, perché no, a ogni proiezione del Diario di una donna perduta di Pabst, dentro e fuori le tre ore (incredibilmente impercettibili) di questo capolavoro del cinema mondiale che, con la dovuta predisposizione, saprà spaccarvi il cuore come poche cose a questo mondo.
Angelica Milia
Summary:




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