Morrissey – 19 ottobre Pescara
Arriviamo al Palasport verso le 16, e c’è già qualcuno in fila. Facce giovani con magliette d’ordinanza o con look misto dark, gothic, post punk e chissà che altro ancora. Ma c’è anche una coppia di inglesi di mezza età, marito e moglie, che viene da Manchester, e che è lì dalle 14. Il famoso stoicismo inglese. Ci sediamo a terra insieme agli altri, e procediamo ad espletare i riti del “popolo dei concerti”, cioè come ti chiami, da dove vieni, quante volte hai visto il Moz, qual è stato l’ultimo concerto che hai visto, eh mi ricordo al concerto di Billy Idol abbiamo dovuto correre una maratona di 1 km per arrivare sotto al palco, al concerto di Tom Waits era una palla perché si stava tutti seduti e non si potevano scattare foto, io però a quel concerto mi sono fatto la foto con Manuel Agnelli, io con Capossela ci ho passato una serata intera, e cose così.
C’è un ragazzo di Padova che a sentir lui ha visto tutto, ha fatto tutto, e che potrebbe raccontare cose che voi umani… fino a domani. E lo fa. Parla ininterrottamente, si è autoproclamato showman della serata, ci intrattiene tutti anche contro la nostra volontà. Due ragazze di Teramo gli danno spago, un gruppetto che viene da Bari manifesta insofferenza, una ragazzina di 17 anni che è venuta da sola lo guarda con gli occhi sbarrati – forse per le battutacce a sfondo sessuale che ogni tanto gli partono – e si pone sotto l’ala protettiva di un ragazzone di Pescara che più o meno avrà la sua età.
Poi iniziano ad arrivare “le pantere grigie”, persone che seguono il Moz dai tempi di The Smiths e che probabilmente non hanno mai visto “500 giorni insieme”. Guardano i ragazzi con l’aria di chi la sa molto più lunga, e i ragazzi li ricambiano con uno sguardo tipo “noi abbiamo il fervore della giovinezza, il Moz ora appartiene a noi”.
Sopra le nostre teste, campeggia il cartello che vieta di introdurre e consumare alimenti che contengano carne. Questo non sembra scoraggiare affatto i proprietari dei camioncini che vendono porchetta e salsiccie, che mandano effluvi tentatori o rivoltanti – a seconda delle preferenze – al nostro indirizzo. Ma le uniche cose che riescono a vendere gli “eretici” sono le birre, l’acqua, e sacchetti di patatine. Nemmeno durante la lunga attesa si consuma carne, per convinzione, o per rispetto, o per entrare nel mood giusto.
Alle 20.00 vengono aperti i cancelli, si corre verso la meta, l’agognata transenna. Arrivati lì, ci accasciamo tutti a terra. C’è ancora un’altra ora di attesa, la stanchezza inizia a farsi sentire, il caldo all’interno del Palasport è intollerabile. Partono le prime liti sull’eterno leit motiv: c’ero prima io, no io; una ragazza si sente male, sviene, e viene portata nel backstage accompagnata da sospirati “beata lei”.
Di fianco a me c’è una ragazza di Roma che ha visto già tutti i concerti del Moz in Italia, conosce tutte le variazioni possibili della scaletta, e ci informa che se si parte con The Queen is dead, allora quella è la migliore scaletta possibile.
Dopo una pasticciata mezz’ora – i primi 15 minuti senza audio – in cui viene proiettato un video col manifesto politico e culturale di Morrissey, che va dai Ramones a Charles Aznavour, dai New York Dolls alle drag queen e a tanto altro ancora, il palco si illumina, ed entra il Moz accompagnato dalla sua band.
Partono le note di The Queen is dead, ed è delirio. La stanchezza, il caldo, le liti sotto palco… tutto viene dimenticato, perché il Moz è lì ed è in forma smagliante. Il suono è abrasivo, giusto, arrabbiato, post punk, questo non è un brano di 28 anni fa ma è di adesso, perché il post punk non è mai finito, ci siamo ancora dentro fino al collo.
Lui si protende verso di noi e le nostre mani lo cercano, lo sfiorano, vogliono amarlo, perché Morrissey è capace di farci sentire che lì, in quel momento, noi siamo importanti per lui. Siamo in un anonimo Palasport, in una delle innumerevoli tappe del suo tour, in un luogo che domani Moz avrà già dimenticato, ma in quel momento lui “c’è” per davvero, cerca di guardarci negli occhi, di comunicarci qualcosa e di sentirci allo stesso tempo, cerca di dare e di ricevere. Per questa sera, lui è nostro e noi siamo suoi. Incondizionatamente.
I brani da World peace is none of your business, il suo ultimo album, dal vivo spaccano, grazie anche alla band. Arrangiamenti perfetti, le chitarre che si esaltano sui ritmi spagnoleggianti, la voce del Moz che taglia come un rasoio.
Ma il cuore del Palasport batte più forte sui vecchi brani di The Smiths, dove i ragazzi e le “pantere grigie” si sbirciano gli uni con gli altri, i primi per vedere l’effetto che fa un’emozione vecchia di quasi 30 anni che si rinnova, e i secondi per vedere se quell’emozione vissuta come nuova conserva ancora lo stesso impatto. Sì, lo conserva. Su Meat is murder un ragazzo sviene, forse per la crudezza delle immagini di macellazione di animali che scorrono sullo schermo. How soon is now ci esalta tutti, ma è su una meravigliosa versione di Asleep che vedo che il miracolo si è compiuto di nuovo. Vedo il signore inglese di mezza età col viso segnato dalle lacrime. Mi giro, e vedo che il ragazzo di Padova che ha visto tutto e fatto tutto, e che non è stato zitto un momento, è ammutolito e piange anche lui.
Questo è uno di qui momenti per i quali vale la pena farsi ore di autobus, e passare più di 8 ore nella calca e nel caldo. Morrissey ci mette l’anima cantando Asleep, e noi lo ripaghiamo con la moneta dei sogni che non si sono realizzati e di quelli che ancora speriamo che si realizzeranno, cioè le lacrime.
L’ultimo brano è Everyday is like Sunday, e tutti cantiamo con lui, oggi è domenica e sta per finire un’esperienza unica che porteremo per un pò nel nostro “everyday”.
Morrissey cerca ancora di stringere quante più mani è possibile, ci saluta, la ragazza di Roma di fianco a me gli porge una lettera, lui la prende e la mette in tasca.
Sulle ultime note, come sempre, il Moz si toglie la camicia e la getta verso di noi. Gente dietro di me si picchia quasi per afferrarla, ma io guardo il petto e il ventre nudi dell’uomo che si offre al nostro sguardo. Penso alle sue ultime dichiarazioni, a quando ha detto di essere malato, al suo lapalissiano “se devo morire, morirò”. Mi viene in mente a tradimento il titolo di un suo brano, First of the gang to die. Lo fisso ancora mentre sta per andarsene, vorrei essere uno sciamano, uno di quelli – se esistono davvero – che ti guarisce con la forza del pensiero. E’ andato via. Lo ringrazio dentro di me e penso: “There is a light that never goes out”. Qualunque cosa accada.
Daniela Alfano





