Catarsi
Il 7 gennaio 2015 per Rénald Luzier, in arte Luz, è un giorno qualunque. Certo, è il giorno del suo compleanno, ma un compleanno normale, di quelli che trascorrono senza troppi fronzoli, semplicemente, tra famiglia, lavoro e amici. E’ in ritardo, si alza un po’ trafelato, si prepara e si avvia al lavoro. Prima, però, deve passare in pasticceria a ritirare la tradizionale torta da mangiare assieme ai suoi colleghi, compagni di vita da quasi 25 anni. Un ritardo di mezz’ora in un compleanno come tanti. E invece no. Quando Luz fa il suo arrivo alla redazione di Charlie Hebdo capisce che nulla sarà mai più uguale a prima.
I suoi amici, infatti, sono scomparsi per sempre, uccisi per mano di due attentatori dell’Isis, e il mondo come Luzier lo conosceva crolla per sempre.
E’ così che nasce Catarsi, pubblicato in Italia dalla Bao Publishing. Una vera e propria purificazione dell’anima, così come l’etimologia del termine vuole, un’elaborazione del lutto che permette all’autore di accettare l’idea della morte dei propri colleghi-amici, di superare il senso di colpa per essere sopravvissuto loro e, soprattutto, di riconciliarsi col disegno, scomparso lo stesso giorno della carneficina, come Luz stesso ci racconta nell’incipit della sua opera:
“Un giorno il disegno mi ha abbandonato. Lo stesso giorno in cui se n’è andato un pugno di cari amici. Con la differenza che lui poi è tornato. Un poco alla volta. A volte più serio, a volte più lieve. Con lui ho parlato, ho pianto, urlato, mi sono riconciliato man mano che il segno diventava più chiaro. Abbiamo cercato entrambi di comprendere. Ci siamo detti, il disegno ed io, che non saremo più gli stessi. Come tanti altri. Questo libro non è una testimonianza, ancor meno un’opera a fumetti, ma è piuttosto la storia di come si sono ritrovati due amici che hanno rischiato di perdersi di vista per sempre.”
L’artista dunque, non solo affronta i propri demoni, ma li esorcizza imprigionandoli nelle pagine di questo graphic novel, autentico punto di collegamento tra il vecchio e il nuovo se stesso.
Le tavole non hanno un vero e proprio ordine cronologico, ma si presentano come tanti piccoli frammenti che, però, seguono un unico filo conduttore: il dolore e il tentativo estremo di comprendere un gesto che difficilmente può essere compreso. Il tutto viene affrontato con una forte dose di umorismo pungente, di vivace intelligenza e, in alcuni punti, con una spiccata vena poetica.
Difficile non farsi scappare un sorriso amaro quando Luz ci descrive come un nodo allo stomaco il suo dolore per la tragica perdita, la sua angoscia per il suo futuro di disegnatore, il suo senso di colpa tipico di quanti sono sopravvissuti ad avvenimenti tragici, ma lo combatte e, allo stesso tempo, ne accetta ironicamente l’esistenza, battezzando tale nodo con il nome di Ginette. Probabilmente perché la paura fa un po’ meno paura quando le si dà un nome.
Impossibile non rimanere affascinati e, allo stesso tempo, rabbrividire un po’ quando le immagini dei due attentatori armati che corrono per le vie di Parigi, rese note al mondo intero attraverso i video diffusi sui vari network e su internet, si trasformano, disegno dopo disegno, nelle figure di ballerini che si esibiscono e si inchinano davanti al pubblico.
Commovente il punto in cui il disegnatore francese dialoga con la tomba del collega Charb, direttore di Charlie Hebdo, raccontandogli della sua sepoltura e comprendendo perfettamente che, suo malgrado, l’amico non può più sentirlo per raccogliere la sua testimonianza, e ridere assieme a lui dei buonismi e delle strumentalizzazioni che, inevitabilmente, accompagnano avvenimenti di questa portata mediatica.
Non bisogna pensare, però, che il dolore impedisca a Luz di essere pungente, o addirittura infuriato, in alcuni passaggi: basti pensare all’evidentissima insofferenza verso gli uomini di scorta, affidatigli dalle forze dell’ordine nei primissimi giorni dopo l’attentato, recanti il compito di seguirlo e proteggerlo in ogni suo minimo spostamento. O ancora, il fastidio provato verso i complottisti, verso gli sciacalli, verso coloro che si nutrono delle tragedie e delle sofferenze altrui per un proprio profitto personale, o, più semplicemente, perché la cosa li fa sentire meglio con loro stessi.
Un ruolo cardine, all’interno dell’opera, è sicuramente rivestito da sua moglie Camille, co-protagonista di alcune delle tavole di Catarsi e testimone oculare della caduta e della rinascita dell’autore sia dal punto di vista professionale che da quello psicologico.

Graficamente parlando, quest’opera è contraddistinta da disegni piuttosto essenziali, ma non per questo poveri di potenza espressiva, resa ancora più evidente dall’uso dei colori. Questi, infatti, intervengono solo in alcune tavole, rendendole ancora più cariche di significato: ad esempio l’uso del rosso nelle vignette che ritraggono Luz mentre fa il suo ingresso nella redazione di Charlie Hebdo subito dopo la strage, o in quelle che raffigurano l’autore durante una vera e propria crisi di panico, tempestivamente e pazientemente sedata dalla amatissima Camille.
Il romanzo grafico, nelle sue ultime pagine, ci fa capire che qualcosa è cambiato per sempre in Luz, motivo per il quale l’artista ha in seguito preso la decisione di abbandonare la redazione di Charlie Hebdo per poter definitivamente chiudere quel capitolo della sua esistenza. Tuttavia non manca uno spiraglio alla speranza. La speranza di poter riprendere a vivere serenamente, la speranza di poter accettare che il mondo, a volte, è davvero un brutto posto, e anche la speranza di non rinunciare mai, nonostante tutto, a cambiarlo. E’ in questo modo che un po’ di Charlie Hebdo, con tutti i suoi disegnatori, scomparsi in quel freddo 7 gennaio, continuerà a vivere per sempre nel cuore di Luz.
Giorgia Recchia
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