PPP
Entri in libreria, chiedi al commesso del nuovo libro di Carlo Lucarelli e senza neanche guardarti, lui ti indica lo scaffale dei thriller. Forse l’hanno messo lì per abitudine, pensi, perché in verità, PPP (sottotitolo: Pasolini, un segreto italiano) è un romanzo-inchiesta. Altro genere ma poco importa, perché se la vita di Pasolini fosse stata un romanzo giallo, come spesso si domanda l’autore nell’introduzione di una delle storie raccontate in TV, forse sarebbe stata un noir italiano, di quelli con un commissario integerrimo che si batte contro una verità ufficiale e alla fine viene a capo di un pasticciaccio brutto, per dirla alla Gadda.
In questo caso il pasticciaccio brutto è quello successo la notte tra il 1 e il 2 novembre del 1975, quando Pier Paolo Pasolini morì, ufficialmente, per mano di un prostituto diciasettenne, Pino Pelosi, detto “la rana”, abbordato poche ore prima presso la stazione Termini. Pelosi confesserà subito il delitto, archiviando la morte di una delle più importanti figure della cultura e della vita di questo paese come un fatto tra culattoni finito male. “Così muoiono gli omosessuali”– si dirà poi.
Carlo Lucarelli ripercorre la vicenda partendo da un ricordo adolescenziale (nel 1975 lo scrittore aveva 15 anni), da una foto e una suggestione che l’accompagneranno per sempre: ”Ecco, io credo che a farmi così male in quella fotografia di PPP massacrato in quel modo sia stato proprio il suo naso storto. Tutto in quella foto era osceno: la canottiera nera di sangue e terra arrotolata sulla pancia schiacciata, i capelli a ciocche appiccicate alla testa, quell’espressione che hanno i bambini quando riemergono da un tuffo nell’acqua troppo fredda. Però, se ci ripenso, la cosa che mi dà più fastidio ricordare, che mi fa più male, è quel naso spezzato, piegato da una parte”.
Un’immagine che rimanda all’olfatto o fiuto, cioè il senso che quelli come Pasolini usano per dare una lettura diversa della realtà.
Dicevamo del pasticciaccio brutto di Ostia chiuso in meno di 16 ore. Un record nel suo genere. Tutto chiaro. Invece no, perché la tesi ufficiale dell’omicidio a sfondo sessuale, sposata dagli inquirenti, fa acqua da tutte le parti. Lo evidenzieranno da subito il regista Sergio Citti e Oriana Fallaci, solo per citare qualche nome. Lo ammetterà lo stesso Pelosi molti anni dopo, durante una trasmissione TV, in cui ritratterà la sua confessione di 30 anni prima, avvallando l’ipotesi più realistica di PPP vittima di un agguato premeditato (probabilmente fatto da manovalanza fascista) per eliminare l’intellettuale inviso e odiato dai cosiddetti poteri occulti. L’Italia in quel periodo era destabilizzata da una serie di trame nere messe in piedi dalla P2 e dai servizi stranieri che puntavano a “normalizzare” un Paese che aveva approvato da poco lo statuto dei lavoratori e la legge sul divorzio (dopo verranno anche la legge la legge Basaglia e quella sull’aborto). Dice Lucarelli: “Sono quegli anni lì, in cui succedono anche tante cose belle, ma dove è facile ammazzare chi non la pensa come te, chi ritieni un nemico da eliminare e punire, o anche solo chi ti sta antipatico e non ti piace. Per come parla o scrive, per come vota, per quello che fa o quello che è”. PPP era il Personaggio scomodo per definizione, malvisto anche ad un’opinione pubblica bacchettone (basti pensare al fatto che i suoi film subirono ben 33 denunce), da “ammazzare con un agguato programmato per uccidere da gente che lo odiava per quello che era, per quello che aveva fatto e per quello che stava facendo”.
Se il romanzo-inchiesta di Lucarelli fosse stato un giallo, si sarebbe chiuso con la formula cara ai registi d’inchiesta: “i fatti e le persone trattate sono frutto dell’immaginazione, mentre il contesto no, quello è reale”. A distanza di anni, è palese, infatti, l’impossibilità di separare la vicenda di PPP dal quel contesto. L’eredità di Pasolini del “io so ma non ho le prove” è anche questa: l’esigenza di ricostruire una verità o leggere la realtà guardando dalla parte della faccia scura della luna, di cui proprio in quegli anni i Pink Floyd ci dimostrarono l’esistenza. Quello che rimane è il segreto chiuso in un cassetto di chi voleva mettere a tacere una voce critica, l’intellettuale scomodo, e invece finisce col commette un crimine enorme, immenso, perché come diceva Moravia con la morte di Pasolini abbiamo perso prima di tutto un poeta. E poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono tre o quattro soltanto in un secolo…il poeta dovrebbe esser sacro.
Fabio D’Angelo
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