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Published on Febbraio 16th, 2016 | by cefalo precario

The end of the tour

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The end of the tour

Regia: James Ponsoldt

Durata: 1h 46′

Cast: Jason Segel, Jesse Eisenberg, Anna Clumsky, Mamie Gummer, John Cusak

Uscita nelle sale: 11 febbraio 2016

Distribuzione: Adler Entertaiment

Trama: The end of the tour è la rievocazione, attraverso un lungo flash back, della manciata di giorni che David Lipsky, romanziere dal magro successo e giornalista per la rivista Rolling Stone, trascorse con lo scrittore David Foster Wallace, documentando gli ultimi scampoli del suo tour in giro per gli Stati Uniti per promuovere il suo capolavoro, The Infinite Jest.

Se dovessimo trovare un termine di paragone cui accostare il film di James Ponsoldt, il primo a venire in aiuto sarebbe Il soccombente di Thomas Bernhard, nel quale viene illustrato come la comparsa di un genio indiscusso, in quel caso Glenn Gould, si ripercuota sui contemporanei e colleghi, eclissandoli e costringendoli a porsi scomode domande su se stessi e il proprio talento. Il centro del film, infatti, è il rapporto ambivalente fra due scrittori, Lipsky e Wallace, in un gioco di ruoli dove le regole vengono spesso infrante e le parti invertite. Insieme al personaggio interpretato da Jesse Eisenberg, entriamo nella vita molto privata e semplice di un gigante (in senso anche fisico) della cultura, al quale presta efficacemente il volto Jason Segel. La riuscita del film è tutta caricata sulle spalle dei due attori principali. Jesse Eisenberg conferma lo stato di grazia che lo contraddistingue al momento, inanellando una lunga serie di interpretazioni ben riuscite (dalle commedie indie e adolescenziali, Adventureland e Benvenuti a Zombieland al recente American Ultra; a film belli e impegnati, come The Social Network e soprattutto il quasi invisibile The Double di Richard Ayoade).

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Jason Segel, d’altro canto, per scrollarsi di dosso il personaggio di HIMYM, ha scelto di misurarsi con un ruolo importante e impegnativo. A lui spetta il compito più gravoso, perché gli viene chiesto di lavorare di sottrazione, affidandosi in buona parte alla sua fisicità, con un personaggio schivo, introverso e fragile, senza renderlo in maniera stereotipata e bidimensionale.

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Nella realtà Lipsky si propose per questo incarico per scoprire, e magari rubare, il segreto di un talento che egli poteva chiaramente riconoscere – o provare a ridimensionare, per evitare di ridimensionare se stesso. E se all’inizio del film si sforza di accantonare i pregiudizi e la – legittima – invidia, nel corso dell’ora e mezza con Wallace finirà risucchiato da una personalità sfuggente ed enigmatica, contraddittoria, la cui profonda consapevolezza di sé, presente in tutte le sue opere, non gli ha regalato un rapporto più sereno con la realtà. Conosciamo un genio, sì, ma anche il prezzo di una condizione fatta di solitudine, piccole manie, puerili dipendenze e una relazione controversa con la sua stessa vita, ancor più dopo il raggiungimento di un successo che non lo lusinga come ci attenderemmo noi e l’intervistatore, ma che invece lo bracca, l’insegue, e lo brama. La tensione si spezza, com’è ovvio che sia, e i due protagonisti non mancheranno di scontrarsi, ma tutto si stempera, insabbiato dalle pesanti coltri di coperte delle camere d’albergo, dalla neve, e dai grandi giacconi di DFW. Assistiamo al tentativo fallito di instaurare un rapporto sincero e di reciproca conoscenza fra due spiriti, affini eppure differenti, che si sfiorano, si cercano, ma non riescono ad accettarsi, incapaci di scardinare i paletti che hanno posto fra loro e che gli impediscono di compiere il passo necessario di fidarsi l’uno dell’altro.

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Il film lascia con un senso di rimpianto e qualcosa d’inesprimibile, felicemente ascrivibile alla saudade: nostalgia per qualcosa che non è mai accaduto, che è poi il sentimento che la figura di DFW rievoca nei suoi lettori. Un autore  dal talento abbacinante, che trascende l’ammirazione letteraria e si accosta di più a un’amicizia platonica, e verso il quale non si può che provare un senso di profonda mancanza e di rimpianto per tutte le parole che avrebbe potuto continuare a dire, e per una voce perduta che a distanza di anni continua a mancare ai suoi lettori, che ne sentono il bisogno, oggi più di ieri.

Gustav Berenson

 

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4

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