Cinecefali

Published on Ottobre 4th, 2016 | by Giuseppe D'Alessandro

Café Society

Café society

Regia: Woody Allen
Paese: USA
Durata: 96 Min
Genere: Commedia , Sentimentale

Cast: Jesse Eisenberg, Kristen Stewart, Steve Carell, Blake Lively, Jeannie Berlin, Sheryl Lee, Corey Stoll, Parker Posey, Anna Camp, Stephen Kunken, Paul Schneider, Ken Stott, Paul Schackman, Sari Lennick, Don Stark, Gregg Binkley, Anthony DiMaria
Sceneggiatura: Woody Allen
Fotografia: Vittorio Storaro
Distribuzione: Warner Bros. Italia

Data di uscita:

Trama: A metà degli anni ’30, Bobby, giovane ebreo newyorkese, decide di tentare la fortuna a Hollywood, dove suo zio Phil è un pezzo grosso di una importante casa di produzione cinematografica. Incontrerà Vonnie, di cui si innamorerà, e sarà coinvolto nella lussuosa e pretenziosa vita mondana della West Coast.

È un esercizio naturale e intuitivo, quando guardiamo un film, chiedersi che tipo di persona si nasconda dietro alla cinepresa, quale sia la sua visione del mondo, che rapporto abbia con gli altri, o anche semplicemente se preferisca la pizza o lo schnizel. Ancora più legittimo è chiederselo se di un autore possiamo disporre di molte opere che contribuiscano a reiterare o approfondire l’idea che ci siamo fatti di lui; assolutamente inevitabile farlo quando di quell’autore conosciamo anche dettagli biografici che finiscono, per gioco contrario, con l’influenzare il nostro rapporto con le opere stesse. Così finiamo curiosamente col voler vedere un Caravaggio sanguinario nella Decollazione di San Giovanni  o crediamo di scorgere segnali di antisemitismo nel Parsifal di Wagner.

È materia di riflessione, questa, decisamente appropriata se parliamo di Woody Allen, di cui sappiamo in pratica tutto ciò che si può sapere: la sua filmografia è sterminata e copre un arco di tempo lunghissimo, e la sua persona è stata oggetto di saggi, interviste, studi di psicologia e semiotica, ed è finita perfino al centro di scandali sbattuti in prima pagina su tutti i giornali. Occorre quindi un notevole sforzo intellettuale per estraniarsi da ogni tipo di pregiudizio (positivo o negativo) che probabilmente assale lo spettatore medio quando approccia a ogni suo nuovo film.

Eppure sarebbe quanto mai necessario recuperare una certa “verginità” della visione per apprezzare al meglio Café Society, opus 47 del vecchio cineasta. Si potrebbero scorgere, ponendosi le domande di cui sopra, le affettuose farneticazioni di un vecchietto intrappolato in un passato che guarda con nostalgia, ma di cui conosce anche le criticità e le ipocrisie; si noterebbe senza dubbio il disincanto di un uomo che ha vissuto interrogandosi sulla natura umana e sulla sua fragilità. Ma soprattutto si apprezzerebbe lo stupefacente magistero cinematografico con cui narrazione, dialoghi e immagini entrano in assoluta simbiosi, tanto da rendere così chiare e sincere le idee e le intenzioni del loro autore.

Ma quali idee? Dimentichiamoci del nostro gioco di far finta di non sapere nulla di Allen, e torniamo con la mente a film come La Rosa Purpurea del Cairo o Radio Days o ancora Pallottole su Broadway. Esercizio ricorrente per Allen, quello di riferirsi a tempi in cui c’erano stupore e incanto per il cinema, la radio e il teatro, è questo un espediente che può essere narrativo, nel senso che il passato è il contenitore delle sue storie (e quindi lo sceglie per un senso di “comodità” di un uomo cresciuto in quel tempo e con quei valori), ma può essere anche un espediente tematico, quando intende riferirsi precisamente a quell’epoca per rimarcarne aspetti che poi col suo sguardo sapiente sa rendere universali e, quindi, attuali.

In Café Society succedono entrambe le cose. L’epoca d’oro di Hollywood, celebrata da nomi mitici come Spencer Tracy o Barbara Stanwyck che compaiono nei cartelloni dei cinema, e dallo stile ora brillante, ora patinato (per cui Vittorio Storaro alla fotografia ha fatto un eccellente lavoro) che rimanda direttamente ai film di Ernst Lubitsch, non solo fa da cornice temporale e geografica al film, ma ne è anche la sua stessa ragione, l’impalcatura che giustifica le caratteristiche dei protagonisti. Popolata da una sua stessa mitologia, è un’epoca in cui più di altre l’uomo viene costretto a sognare una vita che non può avere, in cui l’impatto mediatico lo costringe a celebrare le apparenze, a sbandierare o millantare conoscenze illustri o partecipazioni a feste o cene con star dell’ultima ora. Allen ha la capacità di guardare quest’epoca (e rappresentarla) con nostalgia, ma sa anche intuirne le problematiche, che con raffinato gioco di scrittura riesce a trasportare con credibilità anche nella sfera privata dei suoi protagonisti. Attraverso un classico artificio narrativo, quello del ménage à trois in cui i due contendenti non sanno l’uno dell’altro, l’autore trova il sistema di condensare questa visione pessimistica di Hollywood nel personaggio di Vonnie. Lei è una ragazza semplice e con la testa sulle spalle ma, per opportunismo, finisce col diventare tutto ciò che aveva demonizzato, forse con un pizzico di ipocrisia. Il tempo saprà farle capire di aver ingannato i suoi stessi sentimenti. Allen insiste come sempre sul dolore che comportano le scelte, e sulla responsabilità dell’uomo quando commette atti che hanno effetti su altre persone, ma di cui non deve rispondere se non alla propria coscienza. In questo trova un perfetto interprete delle sue angosce esistenziali nel personaggio di Leonard, buffo intellettuale ebreo e comunista che però sarà l’unico a nutrire senso di colpa e di responsabilità per gli errori in cui è coinvolta la sua famiglia.

Il nichilismo tipico di Allen qui si stempera insomma in una commedia spesso divertente e ben congegnata, con un triangolo amoroso e un protagonista diviso tra due città e due diversi modi di vivere: la prosaica e dura New York, con la sua realistica e modesta famiglia ebrea, e la lussuosa Los Angeles, con i suoi divi, le sue case sfarzose, le sue feste. Un meccanismo perfetto che viene condotto in parallelo con un’analisi spietata dell’animo umano, come sempre accade nei film del maestro newyorkese.

Giuseppe D’Alessandro

Facebook
Facebook
Google+
Google+
https://www.bandadicefali.it/2016/10/04/cafe-society/
Instagram
Twitter
Visit Us
LinkedIn
RSS
Follow by Email
Café Society Giuseppe D'Alessandro

Summary:

4


Tags: , , , , , , , , ,


About the Author



Back to Top ↑
  • Iscriviti alla nostra Newsletter

    Privacy Policy
  • Seguici su facebook!

  • #unabandadicefali su instagram

    • #Repost @ssimonadirosa with @get_repost・・・"Eravamo tutte esaltate e terrorizzate: si stavano avvicinando i mondiali ISI, la gara più importante dell'anno. Non capivo perché fosse così importante. Una vittoria non qualificava per nessun'altra competizione. Nessuna di noi sarebbe andata alle Olimpiadi. Eravamo solo prigioniere nel ciclo continuo del pattinaggio agonistico di medio livello."La recensione su @unabandadicefali, qui basti dire che questo mattone di 400 pagine si legge super velocemente (forse anche troppo) e racconta una deliziosa storia di formazione. Un primo passo per conoscere il talento di Tillie Walden anche in Italia 💙
    • Uno #streetcefalo Batllò, grazie @giorgiare #unabandadicefali #barcelona #instatravel #instatraveling #igersbarcelona
  • Vincitori del premio Radiolibri

    Vincitori del premio Radiolibri
  • BBB (Book Bloggers Blabberling)

    BBB (Book Bloggers Blabberling)
  • Verità per Giulio Regeni

    Verità per Giulio Regeni

Informativa

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie. Cookie policy