Interviste

Published on marzo 30th, 2018 | by Fabio D'Angelo

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Tutti schiavi in Portogallo – intervista ad Andrea D’Angelo

Sarà che stiamo ancora nel vivo del post elezioni e attendiamo la prossima #maratonamentana, con tanto di analisi dei sondaggi, con una foga pari solo a quella che mostriamo davanti a un barattolo di nutella. E così, complice la lettura del libro Tutti schiavi in Portogallo, Ofelia Editrice, e le vacanze pasquali, che al pari di quelle natalizie e di ferragosto, coincidono con l’esodo di ritorno di quelli che vivono fuori, mi sono posto la seguente domanda: come se la passano ora gli italiani che vivono fuori?
Ho girato il quesito all’autore del libro, che non mi ha mandato a lavorare per Nando Pagnoncelli. Anzi, come potete vedere qui sotto, ha anche risposto.

Tutti schiavi in Portogallo, andrea d'angelo, intervista, una banda di cefali

Andrea D’Angelo, Tutti schiavi in Portogallo, Ofelia Editrice.

Ciao Andrea, bentornato su Una banda di cefali. Come nel tuo primo romanzo L’inafferrabile estetica delle scelte azzardate, anche in Tutti schiavi in Portogallo racconti la vita di chi decide di vivere all’estero. Come Marta, la tua protagonista del libro, anche tu vivi in Portogallo. Come se la passa oggi un italiano all’estero? E con che occhi guardate le vicende del Paese?
Ciao a tutta la banda! Dunque, è innegabile che ci sia un filo conduttore che congiunge L’inafferrabile estetica delle scelte azzardate a Tutti schiavi in Portogallo. Ambedue sono storie di viaggio, ambedue prendono spunto da tanto materiale, messo insieme giorno dopo giorno, nella vita reale. In generale mi sento di confessare che nella mia esperienza di scrittura fino a ora, forse solo in qualche racconto sapevo fin dall’inizio del percorso – che è la costruzione di un testo – dove sarei arrivato. Credo sia dipeso fortemente dal fatto che il desiderio di descrivere la condizione di un italiano all’estero, che è partito per un qualsivoglia motivo, rende l’oggetto stesso della descrizione molto articolato. È una materia informe, che sfugge dalle mani, mentre si cerca di afferrarla. Ci sono per esempio gli italiani all’estero che non se la passano affatto bene, che arrivano in un Paese e pensano che tutto si rivelerà più facile di quello che possa sembrare. Questi poi restano atterriti già nelle prime battute del viaggio, a volte restano comunque, a volte se ne vanno ancora prima di arrivare. Ci sono quelli che partono preparatissimi, ma poi la burocrazia, le promesse o le aspettative gli remano contro. Infine ci sono quelli a cui va bene, che si accontentano, ma solo quanto basta per riuscire ad adattarsi, senza svendersi a salari miseri o a condizioni che rendono vano il viaggio stesso. Il Portogallo al momento è un esempio lampante di queste dinamiche. È un Paese che accoglie forse più di altri, ma allo stesso tempo ti mette in una posizione che si rivela essere come un “Lascia o raddoppia”, soprattutto per quanto riguarda gli stipendi. Non è il Paese delle grandi speranze – malgrado la politica degli ultimi anni abbia rilanciato uno sviluppo dei più inaspettati – eppure ti spinge a chiederti costantemente “Cosa mi ha portato in Portogallo? Come ha fatto a legarmi a sé senza che me ne accorgessi?”
andrea d'angelo, tutti schiavi in portogallo

Ci sono tanti motivi che spingono le persone ad andare via, cito in ordine sparso: la  ricerca di un lavoro;  imparare nuove lingue e conoscere nuove culture; fuggire, perché ci si sente ingabbiati dal luogo d’origine o dalla famiglia; la Tv, perché dopo aver visto tutte le puntate di Ulisse, il piacere della scoperta, da grandi vogliono diventare come Alberto Angela. Marta sembra condensare in sé quasi tutti questi motivi, per cui alla fine del libro al lettore rimane quasi un dubbio esistenziale, che è lo stesso di Lello Arena  quando in Ricomincio da tre, sentenzia:  Gaeta’, chi parte sa da che cosa fugge, ma non sa che cosa cerca. Ecco, Marta alla fine cosa cercava veramente?
Marta cercava l’illusione di una soluzione facile. Sfortunatamente non ha mai considerato di non essere Alberto Angela e di avere molto meno metodo di lui. È così semplice trovarla. È quella sensazione di leggerezza che si prova quando ci si lascia tutto improvvisamente alle spalle, come quando si chiude una relazione travagliata e per un po’ si gode solo della libertà. Non dura molto, giusto il tempo di rendersi conto che il luogo, il contesto e i personaggi cambiano, ma l’essenza delle cose resta sempre la stessa. Allora lì comincia la vera ricerca. Ho un’altra confessione da fare: spesso mi sento in colpa per il povero protagonista senza nome de L’inafferrabile estetica delle scelte azzardate, non si meritava così tanto accanimento. Con Marta sono stato consapevolmente più indulgente.

La vicenda di Marta un po’ insegna come la differenza culturale, la visione del mondo, le chiusure mentali di chi ti sta intorno, l’effetto claustrofobico tipo sardina prodotto dal luogo in cui sei nato, e finanche la paura di affrontare la propria complessità, incidono nel tentativo di costruire la propria felicità. Il risultato è che la tua protagonista, quasi avesse ereditato questo sentirsi perennemente sola dalla madre, sperimenta forme di solitudine che non avremmo pensato possibili. Secondo te è possibile imparare a convivere con questa perenne solitudine ed essere al tempo stesso felici?
Ho voglia di dire semplicemente “no”, ma volendo anche evitare di finire per citare Salvatore Quasimodo, mi concentro e dico “dipende”. Dipende da come si interpreta la felicità. Non credo che nella vita lo stato di grazia sia un’aspettativa ragionevole e andare alla ricerca di una condizione del genere è forse il modo per assicurarsi una continua e faticosa infelicità. Ci sono tante cose che possono rendere felici, ogni tanto, e quando smettono di farlo vuol dire che è il momento di cercarne un’altra.

Per vincere la solitudine, lo stallo esistenziale e quel senso di apatia, Marta si affida alla compagnia di un amico immaginario, dottor Martins, e uno reale, Marco, che non lesina a dispensare consigli e massime sull’esistenza, come quando dice: la vita non è altro che una ricerca infinita della felicità e questa ricerca comporta necessariamente dei rischi. Scusami per questa fuga in avanti di stampo vagamente marzulliano, ma secondo te fin quanto si è disposti effettivamente a rischiare?
Penso sinceramente che il rischio peggiore che si possa correre è quello del fallimento. Per esempio, vivere una vita che non si vuole è una scelta in un certo senso confortevole: nel caso in cui qualcosa andasse storto in fin dei conti non ci sarà niente che potrà far veramente male. Al contrario si può rischiare tantissimo inseguendo qualcosa che si vuole veramente. Il fallimento e la paura del fallimento possono essere devastanti. Mi fa molto piacere sapere di aver conosciuto finora molte persone che inseguono i loro sogni, investono su se stesse, rischiando di fallire. Comunque non ho mai detto che il dottor Martins non esiste, l’unico ad averlo detto è stato lui.

Anche tu hai paura dei cani come Marta?
Molta. Ho un rapporto molto complicato con gli animali in generale. Condivido in buona parte le parole che ho messo in bocca alla psicologa di Marta. Spero che questo non offenda nessuno.

Ultima domanda, giuro. Ogni tuo libro è strettamente legato al posto in cui hai vissuto. Hai in progetto un nuovo trasloco e quindi un nuovo progetto editoriale?
Mi cogli impreparato. Da quando è uscita la pubblicazione di Tutti schiavi in Portogallo a inizio febbraio mi sono dato del tempo per pensare e non nego di aver considerato una partenza. Lisbona però non sembra avermi dato tutto quello che doveva, al contrario sta nutrendo nuove idee che potrebbero portarmi su un filone tematico diverso rispetto a quello affrontato finora, senza però mai prescindere dall’idea dell’estero come terra di confronto. Insomma, per adesso non mi sbilancio, ma di sicuro presto ci sarà un nuovo progetto editoriale da scoprire su Penelope a pretesto.

 

Grazie mille Andrea e speriamo di avere presto altre novità.

Fabio D’Angelo

 

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è una persona semplice: ama la pasta e patate con la provola, la pizza, il sole, il mandolino e la SSC Napoli 1926. Alla domanda “Progetti per il futuro?”, generalmente risponde: non sottovalutare le conseguenze di una parmigiana di melanzane.



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