Interviste

Published on Novembre 26th, 2018 | by Carla De Felice

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Numero zero – Intervista a Enrico Bisi e DJ Double S

“Non volevamo fare Yo!Man! Volevamo dì Bella zì!”
(Danno – Colle der Fomento)

In Italia, negli anni ’90, si è vissuta un’epoca a dir poco magica per l’hip hop made di Italy. Un’epoca in cui nasce e si sviluppa un vero e proprio movimento di artisti provenienti da ogni parte della penisola, di dischi che hanno lasciato il segno, di jam sparse per l’Italia, di brani che arrivano addirittura nei palinsesti nazionali raggiungendo un pubblico inaspettatamente ampio. Questi anni hanno segnato la storia della musica, ma anche la vita di migliaia e migliaia di persone che in quel movimento potevano rispecchiarsi, evadere dalle proprie realtà, esprimere la propria rabbia e così via. Sebbene quegli anni continuassero a restare impressi nel cuore di queste persone, sembrava però che in giro non se ne parlasse più, come se fossero un po’ sfumati dalla memoria collettiva. Ma in realtà c’era solo bisogno di qualcuno che li raccontasse. Ecco perché Numero Zero, il fantastico documentario di Enrico Bisi, è arrivato a colmare una gravissima lacuna del nostro panorama culturale: quella di documentare il significato di quegli anni, di dare voce ai protagonisti, di far conoscere a chi non c’era e far ricordare a quelli che c’erano. In maniera oggettiva ma appassionata, senza prendere parti ma con sentimento, lasciando parlare apertamente e onestamente i pionieri di quegli anni come Neffa, Fabri Fibra, Dj Double S, Danno Iceone e tantissimi altri. Un lavoro che cerca di ripercorre in circa 90 minuti più di 10 anni di storia della musica, con tante chicche di materiale inedito proveniente da quegli anni evidenziando molto bene anche la tensione di quel movimento in bilico tra le regole dell’impegno e l’inclinazione a divenire popolare e scendere a patti con il mainstream. Un lavoro che emoziona, diverte, ricorda e cerca di spiegare qualcosa di importante anche a chi non c’era, quindi adatto a tutti, anche a chi non sa o non ha mai sentito parlare di certi nomi o certi dischi. Dopo aver visto questo film varie volte, ho deciso di contattare il regista Enrico Bisi, che ho intervistato la scorsa estate in compagnia del mitico Dj Double S. Buona lettura!

Ciao Enrico e Rino, benvenuti su Una banda di cefali.
Enrico, nel tuo Numero Zero racconti di un periodo magico, non soltanto per chi era attivo nella scena. Io, ad esempio, nonostante fossi piccola, sono molto legata a quegli anni. Vivevo in provincia, e ascoltare quel tipo di musica rappresentava un’evasione. E non sono l’unica. Quelli sono stati anni bellissimi per chiunque, è bello che siano stati raccontati. Perché secondo te nessuno l’aveva fatto prima? Qualcuno ci aveva pensato e poi aveva desistito?

Enrico Bisi: Sicuramente qualcuno ci ha anche pensato ma aveva un po’ paura. Era una cosa complicatissima, difficile sia per la realizzazione che per le situazioni umane che dovevano essere affrontate. Bisognava impegnarsi in prima persona per un documentario del genere, non poteva essere un qualcosa di pensato da una produzione o da una TV, perché bisognava riuscire a creare un feeling con i protagonisti. E probabilmente non poteva essere fatto da qualcuno appartenente alla scena perché il suo sguardo sarebbe potuto essere poco oggettivo: se quelli di cui racconti la storia sono o sono stati tuoi amici, non puoi avere il distacco necessario per dargli giusto valore. Io non avevo questo problema. È ovvio che ho i miei rapper preferiti, che amavo e amo ancora, ma non avevo amici nella scena a cui dovevo necessariamente dare un contributo. Perciò ho cercato di essere il più oggettivo possibile mettendo anche artisti che a me personalmente non piacciono e non mi sono mai piaciuti ma che secondo me erano comunque importanti…

Quindi era un terreno insidioso…

Enrico Bisi: Eh sì. Ho scoperto che in tanti ci avevano pensato, molti mi hanno anche scritto per dirmelo, ma alla fine nessuno l’aveva fatto. C’erano enormi difficoltà nel fare una cosa del genere, il rischio era il massacro.

DJ Double S: Sono molto d’accordo sulla parte iniziale. Io sono convinto che qualcuno ci avesse pensato, ma quando rifletti che devi contattare Tizio, Caio, se non contatti quello ci resta male, poi mi insultano, mi infamano, cambi idea. Perché purtroppo la situazione era questa. Di scazzi se ne sono vissuti tanti negli anni ’90, io ci sono passato. Enrico invece era un esterno, un non addetto ai lavori, quindi solo una persona così poteva prendersi la briga di fare questo lavoro. La prima volta che mi ha contattato io gli ho detto: “Ma sei proprio sicuro di farla sta roba? Perché secondo me ti stai mettendo in un ginepraio.” Ma non credo di essere stato l’unico a dirglielo.
Enrico Bisi: Diciamo che nessuno mi consigliava di farlo.
DJ Double S: è che ti volevamo salvare la vita. Alla fine però hai fatto bene a farlo!

Perché secondo te era così importante colmare una lacuna del genere?

Enrico Bisi: Senza questo documentario mancava una cosa in cui rivedersi e dire: “L’abbiamo vissuto, era bello” e lo condividiamo. Altrimenti cosa resterà degli anni ’90? Quello che ci racconta Fabio Fazio? Quello che ci racconta TG2 Dossier? Sono storie importanti, che la gente vuole conoscere oppure che conosce e vuole ricordare. Ci sono sottoculture che hanno segnato percorsi, svolte artistiche, creato un pensiero che si tende a considerare, a torto, di basso profilo. Noi vogliamo ricordare che questi ce l’hanno fatta da soli e hanno lasciato il segno. Con le loro paure, passione, sudore, cosa che in Italia è strana. Ciò che hanno creato e che continuano a fare ha salvato un sacco di gente. Letteralmente.

Tipo me 🙂

Rino, tu invece hai accettato subito la proposta di prendere parte al documentario?

DJ Double S: Ero un po’ scettico all’inizio, ma al tempo stesso anche lusingato. Non me l’aspettavo. Molti artisti si sono rivisti e hanno pensato “Wow, abbiamo fatto della roba che obiettivamente è rimasta!”. Però quando sei nel mezzo e fai delle cose non te ne rendi conto. Io negli anni ’90 non pensavo di far parte di un movimento o di un periodo storico che si sarebbe ricordato nel 2018. Non avevo questa percezione. Ero un ragazzino che aveva voglia di fare il DJ, amava l’hip hop, aveva voglia di stare in giro a suonare e si divertiva. Io mi ci sono trovato in mezzo e grazie a quel periodo sono nel documentario, ma non me l’aspettavo proprio. Ci sono pochissimi DJ, solo Fish e Fritz. Ho fatto da collante da metà degli anni ’90 fino alle nuove generazione. Ho vissuto anche quel periodo buio, quando gli artisti smettevano, AL chiuse, non si vendevano i dischi.

In Italia, negli anni ’90, si è vissuta un’epoca a dir poco magica per l’hip hop made di Italy. Un’epoca in cui nasce e si sviluppa un vero e proprio movimento di artisti provenienti da ogni parte della penisola, di dischi che hanno lasciato il segno, di jam sparse per l’Italia, di brani che arrivano addirittura nei palinsesti nazionali raggiungendo un pubblico inaspettatamente ampio. Questi anni hanno segnato la storia della musica, ma anche la vita di migliaia e migliaia di persone che in quel movimento potevano rispecchiarsi, evadere dalle proprie realtà, esprimere la propria rabbia e così via. Sebbene quegli anni continuassero a restare impressi nel cuore di queste persone, sembrava però che in giro non se ne parlasse più, come se fossero un po’ sfumati dalla memoria collettiva. Ma in realtà c’era solo bisogno di qualcuno che li raccontasse. Ecco perché Numero Zero, il fantastico documentario di Enrico Bisi, è arrivato a colmare una gravissima lacuna del nostro panorama culturale: quella di documentare il significato di quegli anni, di dare voce ai protagonisti, di far conoscere a chi non c’era e far ricordare a quelli che c’erano. In maniera oggettiva ma appassionata, senza prendere parti ma con sentimento, lasciando parlare apertamente e onestamente i pionieri di quegli anni come Neffa, Fabri Fibra, Dj Double S, Danno Iceone e tantissimi altri. Un lavoro che cerca di ripercorre in circa 90 minuti più di 10 anni di storia della musica, con tante chicche di materiale inedito proveniente da quegli anni evidenziando molto bene anche la tensione di quel movimento in bilico tra le regole dell’impegno e l’inclinazione a divenire popolare e scendere a patti con il mainstream. Un lavoro che emoziona, diverte, ricorda e cerca di spiegare qualcosa di importante anche a chi non c’era, quindi adatto a tutti, anche a chi non sa o non ha mai sentito parlare di certi nomi o certi dischi. Dopo aver visto questo film varie volte, ho deciso di contattare il regista Enrico Bisi, che ho intervistato la scorsa estate in compagnia del mitico Dj Double S. Buona lettura!

Ciao Enrico e Rino, benvenuti su Una banda di cefali.
Enrico, nel tuo Numero Zero racconti di un periodo magico, non soltanto per chi era attivo nella scena. Io, ad esempio, nonostante fossi piccola, sono molto legata a quegli anni. Vivevo in provincia, e ascoltare quel tipo di musica rappresentava un’evasione. E non sono l’unica. Quelli sono stati anni bellissimi per chiunque, è bello che siano stati raccontati. Perché secondo te nessuno l’aveva fatto prima? Qualcuno ci aveva pensato e poi aveva desistito?

Enrico Bisi: Sicuramente qualcuno ci ha anche pensato ma aveva un po’ paura. Era una cosa complicatissima, difficile sia per la realizzazione che per le situazioni umane che dovevano essere affrontate. Bisognava impegnarsi in prima persona per un documentario del genere, non poteva essere un qualcosa di pensato da una produzione o da una TV, perché bisognava riuscire a creare un feeling con i protagonisti. E probabilmente non poteva essere fatto da qualcuno appartenente alla scena perché il suo sguardo sarebbe potuto essere poco oggettivo: se quelli di cui racconti la storia sono o sono stati tuoi amici, non puoi avere il distacco necessario per dargli giusto valore. Io non avevo questo problema. È ovvio che ho i miei rapper preferiti, che amavo e amo ancora, ma non avevo amici nella scena a cui dovevo necessariamente dare un contributo. Perciò ho cercato di essere il più oggettivo possibile mettendo anche artisti che a me personalmente non piacciono e non mi sono mai piaciuti ma che secondo me erano comunque importanti…

Quindi era un terreno insidioso…

Enrico Bisi: Eh sì. Ho scoperto che in tanti ci avevano pensato, molti mi hanno anche scritto per dirmelo, ma alla fine nessuno l’aveva fatto. C’erano enormi difficoltà nel fare una cosa del genere, il rischio era il massacro.

DJ Double S: Sono molto d’accordo sulla parte iniziale. Io sono convinto che qualcuno ci avesse pensato, ma quando rifletti che devi contattare Tizio, Caio, se non contatti quello ci resta male, poi mi insultano, mi infamano, cambi idea. Perché purtroppo la situazione era questa. Di scazzi se ne sono vissuti tanti negli anni ’90, io ci sono passato. Enrico invece era un esterno, un non addetto ai lavori, quindi solo una persona così poteva prendersi la briga di fare questo lavoro. La prima volta che mi ha contattato io gli ho detto: “Ma sei proprio sicuro di farla sta roba? Perché secondo me ti stai mettendo in un ginepraio.” Ma non credo di essere stato l’unico a dirglielo.
Enrico Bisi: Diciamo che nessuno mi consigliava di farlo.
DJ Double S: è che ti volevamo salvare la vita. Alla fine però hai fatto bene a farlo!

Perché secondo te era così importante colmare una lacuna del genere?

Enrico Bisi: Senza questo documentario mancava una cosa in cui rivedersi e dire: “L’abbiamo vissuto, era bello” e lo condividiamo. Altrimenti cosa resterà degli anni ’90? Quello che ci racconta Fabio Fazio? Quello che ci racconta TG2 Dossier? Sono storie importanti, che la gente vuole conoscere oppure che conosce e vuole ricordare. Ci sono sottoculture che hanno segnato percorsi, svolte artistiche, creato un pensiero che si tende a considerare, a torto, di basso profilo. Noi vogliamo ricordare che questi ce l’hanno fatta da soli e hanno lasciato il segno. Con le loro paure, passione, sudore, cosa che in Italia è strana. Ciò che hanno creato e che continuano a fare ha salvato un sacco di gente. Letteralmente.

Tipo me 🙂

Rino, tu invece hai accettato subito la proposta di prendere parte al documentario?

DJ Double S: Ero un po’ scettico all’inizio, ma al tempo stesso anche lusingato. Non me l’aspettavo. Molti artisti si sono rivisti e hanno pensato “Wow, abbiamo fatto della roba che obiettivamente è rimasta!”. Però quando sei nel mezzo e fai delle cose non te ne rendi conto. Io negli anni ’90 non pensavo di far parte di un movimento o di un periodo storico che si sarebbe ricordato nel 2018. Non avevo questa percezione. Ero un ragazzino che aveva voglia di fare il DJ, amava l’hip hop, aveva voglia di stare in giro a suonare e si divertiva. Io mi ci sono trovato in mezzo e grazie a quel periodo sono nel documentario, ma non me l’aspettavo proprio. Ci sono pochissimi DJ, solo Fish e Fritz. Ho fatto da collante da metà degli anni ’90 fino alle nuove generazione. Ho vissuto anche quel periodo buio, quando gli artisti smettevano, AL chiuse, non si vendevano i dischi.

Quindi gli artisti erano consapevoli di quello che stavano mettendo su?

Enrico Bisi: Secondo me gli artisti della scena non si rendevano conto all’epoca che oltre al pubblico di quelli che andavano alle jam e con cui avevano un riscontro diretto, c’era anche il pubblico dei ragazzini chiusi nella cameretta, quelli che ascoltavano in periferia e non potevano andare alle serate. Oggi grazie ai social sarebbe stato un pubblico più facile da individuare. Invece all’epoca la gente era molta di più di quella che pensavano, e questo era difficile da capire – non c’erano gli strumenti per capirlo.

Hanno accettato tutti subito di partecipare come ha fatto Double S?

Enrico Bisi: Con alcuni ho dovuto insistere, altri non hanno accettato. La stragrande maggioranza ha accettato, e non ho dovuto insistere, ma ho dovuto spiegare molto bene che cosa avevo in testa. Cosa giusta, visto che si trattava delle loro vite.

Dj Double S: Devi essere molto attento, preciso, esporre il progetto. Non sono tutti malleabili, quindi bisogna avere il giusto tatto altrimenti qualcuno potrebbe rifiutarsi di far parlare di sé. E siccome alcuni di questi un po’ spigolosi sono cardini di quegli anni, devi essere attento, perché se perdi quelle carte rischi che il documentario non lo fai.

Com’è stato il tuo approccio all’intervista?

Enrico Bisi: Io non volevo chiedergli quello che volevano dire, volevo fargli raccontare tutto. Le mie interviste sono state sempre lunghissime, la più lunga credo sia quella fatta a Deemo, circa 7 ore di girato.Volevo trasportarli mentalmente in quel periodo, che man mano ricordassero cose, ripensassero a quello che avevano fatto, che era stato. Non mi interessava la collezione di “talking head” nel documentario. Volevo delle persone che mi raccontassero qualcosa. Con alcuni credo di esserci riuscito, con altri meno. Ma non sta a me il giudizio…


Tu avevi un’idea ben precisa dall’inizio del documentario oppure è un lavoro che si è sviluppato in corso d’opera?

Enrico Bisi: Avevo un’idea precisissima. Io pensavo che le cose fossero andate così, come ho raccontato. Era una cosa condivisa da molti, ma mai ben raccontata. Tutti lo sapevano, ma probabilmente il fatto che nessuno ne parlasse o avesse voglia di farlo faceva rimanere questa storia nel limbo del non detto.
Io volevo raccontare proprio questa cosa qua: una storia drammaturgicamente perfetta nasce da zero, fa i primi passi, si diffonde, va all’apice, poi torna giù e va a zero e poi riprende. Io volevo raccontare questo, ne ero sicuro, ma mi serviva la conferma da parte degli artisti. Quindi  partivo da questa tesi per poi confrontarmi e farmi raccontare. Alcune cose ovviamente sono entrate dopo. Una su tutte, la figura di Soulboy: lui era un personaggio che sapevo fosse stato importante, ma non così tanto. Credevo che la sua importanza si limitasse a Bologna, invece ho scoperto che andava al di là della singola città.

Con quante ore di materiale hai dovuto lavorare?

Credo di aver visto e essere a conoscenza di alcuni video che neppure gli artisti stessi conoscevano. Quando ho parlato con Neffa gli avevo chiesto video live dei SangueMisto. Lui disse che ce n’era solo uno ma che non l’avrebbe fatto vedere a nessuno. Io in realtà ne avevo già tre… Abbiamo cercato video ovunque e alcune persone ci hanno dato del materiale loro personale inedito: non smetterò mai di ringraziare IceOne che ci ha dato dei video bellissimi. Ci hanno aiutato molto anche Stritti, un b-boy di Ancona, e Drugo dandoci tanto materiale spaventoso. Si sono fidati e ci hanno dato tutti gli originali VHS. Alessandro Giorgio ha curato tutti gli archivi. Nel montaggio abbiamo lavorato tantissimo: non abbiamo preso i blocchi e li abbiamo utilizzati così com’erano. Abbiamo rimontato il tutto in modo da creare una sorta di film a sé fatto di memorie. Erano pezzi così belli ed evocativi che abbiamo deciso di mischiarli.

Com’è stato recepito Numero zero dai protagonisti della scena?

Enrico Bisi: Il 99% è contento che esista questo documentario, è stato recepito molto bene dalla scena, che per me era la cosa più importante. Io sono felicissimo per il fatto che sia piaciuto e i protagonisti di quegli anni si siano riconosciuti. Alcuni mi hanno detto che riguardando il documentario si sono rivisti in un altro modo. Questo vuol dire che abbiamo fatto davvero qualcosa di bello, abbiamo lasciato un segno.

Cosa facevi invece tu in quegli anni?

Ho sempre seguito il rap, pensa che mi sono iscritto a Lettere moderne perché volevo fare una tesi sul writing. Il colpo di fulmine fu quando il mio compagno di banco delle superiori mi fece ascoltare Stop al panico. Fu una folgorazione, si parlava di tante cose che in quegli anni sentivo vicine. Mi piaceva tutto. Verso la fine degli anni ’90 intensificavo gli studi legati al cinema, e quello è diventato il mio interesse e la mia passione.Vendevo i vinili e compravo i DVD. Andando avanti ho cercato di fare il contrario ma i vinili costavano ormai troppo. Dall’hip hop puoi anche allontanarti ogni tanto, ma è come un virus che hai dentro e non riesci a debellare. A volte torna, quando meno te l’aspetti (come una bomba!) 😀

Intervista a cura di Carla De Felice

 

 

 

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