Libri

Published on Gennaio 22nd, 2019 | by Fabio D'Angelo

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Tu che eri ogni ragazza 

Tu che eri ogni ragazza

Emanuela Cocco, Tu che eri ogni ragazza, Wojtek edizioni (2018)

«Fare del bene mi fa stare male.
Votate Pietà»

Ci sono libri che divori con una voracità tale che finisci con l’appiccicare la faccia alle pagine. E allora osservi l’impronta del tuo naso, l’alone del respiro sulla carta, qualche dettaglio della stanza che sfugge di lato al libro, le parole che più ti avvicini e più diventano sfocate. Alla fine, termini la lettura e quello che ti manca fisicamente del libro è la visione d’insieme: la copertina, i contorni, alcuni dettagli. Allo stesso modo, la voracità con cui l’hai letto ti impone di recuperare la giusta distanza dalle parole, per  mettere in fila e in ordine i pensieri, le suggestioni. Tu che eri ogni ragazza di Emanuela Cocco (Wojtek, 2018) è un libro così.
E allora, chiedo scusa se lo dico senza tanti giri di parole: ma dalla lettura di Tu che eri ogni ragazza si esce letteralmente storditi. Ed è una cosa veramente fantastica, lo dico senza ironia, perché oltre al mistero che si rinnova ogni qual volta un libro riesce a scavare a fondo dentro di noi, c’è questa logica del lettore criceto che va finalmente in frantumi.


Il lettore criceto

Avete presente la ruota del criceto, no?
Beh, c’è per l’appunto questa ruota che rappresenta un po’ il modo di fare di noi lettori medi – mi ci metto anch’io in mezzo, eh –  su cui, un po’ per pigrizia, obblighiamo a far muovere lì sopra i nostri pensieri e le nostre emozioni. Il lettore criceto è un animale particolare che non si pone domande complicate, d’altronde perché dovrebbe farlo, ha tutto quello che serve: un genere letterario, un autore e una trama collaudata. Per cui, la ruota non è altro che la sua comfort zone emotiva su cui far correre i pensieri, con la certezza di rimanere sempre nello stesso punto. Ecco, se ti riconosci nella descrizione del lettore criceto, hai il diritto di sapere che il libro Emanuela Cocco sarà in grado di creare un corto circuito tra te e il libro, in grado di disintegrare qualsiasi comfort zone con una sola domanda: secondo voi esiste un dolore universale, che possa rappresentare tutti i dolori del mondo?

Il dolore universale

Non so se lo abbiate mai provato, parlo, ad esempio, del dolore di essere quel che si è: un male diffuso e generalizzato, privo di un centro di irraggiamento, che dal libro parte e travolge protagonisti e lettore. Se ve lo chiedo nei prossimi giorni di persona, faccia a faccia, allora significa che starete assistendo ancora al dramma di un lettore medio che ha visto la sua comfort zone andare in brandelli pagina dopo pagina. E quindi magari mi chiederete, sbagliando, per sviare il discorso: di cosa parla Tu che eri ogni ragazza?

Con buona probabilità, risponderò così: Tu che eri ogni ragazza  è un libro polifonico che si sviluppa lungo tre assi narrativi,  o se preferite, traiettorie che si intersecano, finendo per contagiare le varie storie. E poi aggiungerò che c’è questa distanza che a un certo punto sembra incolmabile tra i protagonisti, il lettore e il mondo esterno. Ma è solo una cattiva impressione.

La distanza di Jungla

«Nella vetrina di un negozio Jungla riconosce il suo cuore. Ogni cosa ha il suo prezzo. Il cuore di Jungla , smartphone Wiko Sunset 2, bianco, con lo schermo a bassa risoluzione, un’innata riluttanza a prendere decisioni e qualche limite nella durata della batteria, costa 51 euro e 89 centesimi. Jungla  legge il prezzo sul cartoncino, accanto al piedistallo su cui è adagiato. Il suo cuore è in svendita.»

Quanto dolorosa possa essere la solitudine e quanto amaro sia accorgersi di essere afasica, di non riuscire a esprimere emozioni? Chiedetelo a Maria Concetta detta Jungla, una adolescente romana dalla vita complicata, fatta di solitudine e servizi sociali. Una ragazza dal fisico possente, che ha una fissa per un gioco on line, Red Jungle. Vive come se nulla dell’esterno veramente le importasse, rinchiudendosi così in un contesto di emarginazione e solitudine. In verità Jungla arranca, non ha le parole per esprimere i sentimenti, ma ha  la rabbia per cercare di picconare il muro che si è creata con il mondo esterno. Crea un varco e fugge, scappa di casa, alla ricerca di  quello che manca: rapporti fatti di emozioni.

La distanza di  Duca

«Alle sette del mattino era già in strada alla fermata del 49. Una decina di persone erano come lei in attesa, tutti ben coperti, alcuni con il cappello, altri con una larga sciarpa a coprire quasi il viso. Nessuno parlava. Duca, con le cuffie nelle orecchie e l’ombrello ancora aperto e sgocciolante in una mano, ascoltava Wunthering Heinghts di Kate Bush, pensava al romanzo della Brontё, al fatto di trovarsi nei pressi della Pineta Sacchetti e non nella brughiera e di avere più probabilità di incontrare uno scontroso controllore dell’Atac che un qualche appassionato di Hearthcliff.»

Pensateci! Lo facciamo in modo implicito, quasi automatico: misurare il grado di sofferenza di ognuno. Più soffri, più riesci a mostrare empatia, più sei vivo. Duca  è un’educatrice, ha a che fare col dolore e la miseria tutti i giorni. Ne è abituata, assuefatta, anestetizzata e non ne è più partecipe. Duca diventa spettatrice passiva del dolore. Cerca Jungla  forse per misurare il proprio stato di passività, quell’involucro protettivo con cui ci si ripara dal dolore del mondo.

La distanza di Gesù

«Ho trovato un posticino, la mia base per questa attività improvvisata di ridistribuzione delle risorse, chiamiamola così. Perché si tratta di questo, è così semplice da capire: dobbiamo ridistribuire quello che abbiamo, fare in modo che tutti abbiano tutto quello che gli serve, così non verranno da noi, a puntarci il coltello alla gola. Si tratta di sopravvivenza, si tratta di correre ai ripari. Dobbiamo dare spontaneamente, finché siamo in tempo, dare quello che poi ci verrà comunque strappato se arriviamo all’appuntamento con le tasche troppo pieni. Non è stato così che ho perso te?»

Gesù dei poveri, padre di una ragazza uccisa dopo uno stupro, rappresenta il senso di colpa: quello di non aver protetto la figlia.
La colpa è un fatto oggettivo, implica la violazione di una legge, di un precetto morale o di un qualcosa che si perde nella notte dei tempi, fino alla radice religiosa di ogni colpa: il peccato “originale”. La colpa si espia con la pena.
Il senso di colpa è una condanna che non si può eliminare. E non può che avere la forma della confessione. Quello del padre è il racconto di un confessante che con i suoi monologhi consolatori consegna il cuore al lettore, invocando perdono e misericordia. Questo senso di colpa spinge il padre in lutto per la morte della figlia verso una via crucis: si trasforma in un Gesù dei barboni, un benefattore che dona spiccioli ai senzatetto della stazione Tiburtina.
Il suo agire rappresenta il metro con cui misurare la distanza che c’è tra la coscienza privata di ognuno, posta a  protezione una vita agiata, con la realtà che c’è fuori: un mondo vilipeso e deviato da povertà, dolore e violenza.

Tu che eri ogni ragazza 

Emanuela Cocco fa coesistere con maestria stili e registri differenti: la voce fuori campo che insegue Jungla, i monologhi del padre Gesù, i dialoghi teatrali tra A e B che universalizzano e spogliano della pietà la tragedia. Tu che eri ogni ragazza è un romanzo dotato di un’enorme potenza empatica, in cui la scrittrice spinge il lettore a inseguire e affrontando di petto l’orrore che c’è all’esterno e quel dolore universale che ognuno di noi disperatamente prova a tenere fuori dalla propria esistenza. Parla di violenza, solitudine, espiazione e sensi di colpa quasi senza pronunciarli, per cui di quel dolore universale che non scappa e non ci abbandona. Quel dolore che distrugge, invece di costruire. Di quel dolore che è orrore che incendia irrimediabilmente le nostre esistenze. Di quel dolore di cui quasi finge di non conoscere il nome, lascia al lettore il compito di pronunciarlo e trasformarlo in una richiesta: “votate pietà!”

Fabio D’Angelo

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Tu che eri ogni ragazza  Fabio D'Angelo

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è una persona semplice: ama la pasta e patate con la provola, la pizza, il sole, il mandolino e la SSC Napoli 1926. Alla domanda “Progetti per il futuro?”, generalmente risponde: non sottovalutare le conseguenze di una parmigiana di melanzane.



2 Responses to Tu che eri ogni ragazza 

  1. Emy says:

    Cavolo, scrivi veramente bene. Hai mai pensato di scrivere tu un libro?

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