L’amore e la lotta – Biografia irregolare de E’ Zezi: intervista a Mario Visone
Mario Visone, nel suo ultimo lavoro letterario, L’amore e la lotta. Biografia irregolare de E’ Zezi, ci introduce nel mondo complesso e affascinante degli E’ Zezi, gruppo operaio napoletano che ha da poco festeggiato cinquant’anni di vita. In questo libro, Visone scava a fondo nella storia del gruppo, esplorandone le origini, le influenze musicali, l’evoluzione artistica e il contesto sociale in cui si è sviluppato. Con uno stile che mescola analisi critica e passione partecipata, l’autore ci restituisce un ritratto vivido degli E’ Zezi, svelandone la forza innovativa e l’attualità del messaggio. Scopriamo di più su questa storia di musica e impegno sociale insieme all’autore Mario Visone.

Mario Visone, L’amore e la lotta. Biografia irregolare de E’ Zezi – Gruppo Operaio. Wojtek Edizioni, collana FLIP.
Ciao Mario, bentornato su Una banda di cefali. Il tuo ultimo libro, “L’amore e la lotta – Biografia irregolare de E’ Zezi” (Wojtek Edizioni, collana FLIP), sintetizza perfettamente la complessità di una storia artistica, culturale e politica in senso pieno. Una storia straordinaria, nata a Pomigliano d’Arco dall’incontro tra operai, studenti e contadini, tutti uniti nel voler dare una voce a chi non l’ha mai avuta. O, come dici tu nel libro con un’espressione bellissima, “una voce di voci”. Che forza aveva e ha questa voce?
Bentrovato a te e bentrovati ai Cefali, caro Fabio. Lasciami dire prima di tutto che scrivere della storia de I Zezi – Gruppo operaio è stato per me un privilegio che difficilmente potrò rivivere per intensità e senso. Vedi, quando entri in una vicenda come la loro lo devi fare in punta di piedi e soprattutto con una distanza quasi ascetica altrimenti sei sopraffatto dalle emozioni. Ogni verso, ogni nota, ogni esperienza, ogni passaggio da un’avventura all’altra è lì pronto a farti a pezzi proprio perché I Zezi non sono una persona, non sono un monolite autoreferenziale ma una massa critica di persone unite da un obiettivo nobile e utopico insieme: dare giustizia agli ultimi e alle ultime, offrire una speranza, denunciare la violenza padronale, difendere il mondo. La voce di voci di cui parlo nel libro è l’insieme dei sogni che reggono il mondo, che valgono il sogno stesso. Che mondo sarebbe senza un sogno, senza un sogno da conquistare a ogni costo e a costo di ogni cosa? La dinamica che sta alla base di ogni canzone è questa: noi sappiamo che c’è un mondo migliore e ve lo cantiamo in faccia. Vi piaccia o no, ve lo cantiamo in faccia. Certo, è il principio di ogni canzone politica ma la forza di cui mi chiedi è potente, irrompe nella realtà perché è la voce di chi lotta in prima persona e ha deciso di non delegare. Nella musica de I Zezi manca la mediazione borghese della delega autoriale. In sostanza, è rivolta allo stato puro.
Gli Zezi, nelle loro canzoni, parlano dei lavoratori, della vita in fabbrica, dell’ingresso nel mondo industriale, dell’impatto sociale, del rischio di iperproduzione e della mancanza di sicurezza, mantenendo sempre un forte legame con il territorio. Tutto questo si condensa in una canzone manifesto, “A Flobert”, ispirata alla tragedia di una fabbrica di proiettili per armi giocattolo che esplose, disintegrandosi completamente. Una canzone che è come sale sulle ferite. Un antidoto efficace contro la pericolosa normalizzazione del rischio inaccettabile che molte persone corrono quotidianamente per guadagnarsi da vivere?
Permettimi prima di tutto di ricordare Sara, Aurora e Samuel le ultime vittime della strage che ogni anno si consuma sul lavoro. Ricordo loro perché la vicenda della fabbrica di Ercolano è fin troppo simile a quella della Flobert. Ancora una volta la polvere da sparo, ancora una volta lavoratrici e lavoratori senza alcuna garanzia di sicurezza in un paese – il nostro – che nel nome del profitto e della produttività concepisce la sicurezza solamente come un costo o come un ostacolo. Purtroppo, non credo che la musica in sé possa essere un antidoto. Non è neppure il suo ruolo. La musica come ogni altra forma d’arte denuncia, deve smascherare il volto del potere, deve sovvertire l’ottica imposta e il senso comune. La musica deve fare riflettere. Deve offrire il punto di vista degli sconfitti e pertanto deve uscire dalla narrazione dei vincitori. La musica appartiene alla memoria, non alla storia. Perciò, la musica non si storicizza e una canzone come A Flobert emoziona ancora. Vive oltre il tempo. Lo stesso tempo in cui noi invece siamo immersi consapevolmente o meno in una costante crisi antropologica che ci impedisce di ribellarci anche davanti alla morte perché siamo stati derubati della dimensione del sogno del Novecento e non siamo stati in grado di costruirne uno nuovo. E senza sogno, tutto si normalizza, si banalizza. Persino, la morte non diventa una diga oltre la quale il padrone non deve andare.
Negli ultimi anni, il mondo del lavoro è cambiato radicalmente, con l’avvento di nuove tecnologie e la precarizzazione sempre più diffusa. Come vedi riflessa questa trasformazione nel mondo della canzone, della letteratura e, più in generale, nell’attività artistica di oggi?
In realtà, credo che, a parte meritori tentativi chirurgicamente ignorati, il tema della precarietà non sia mai entrato veramente nell’attività artistica. E credo anche che, proprio per la complessità di cui tu parli, il mondo del lavoro sia stato quasi espunto dalle parole artistiche. Permettimi una battuta. Il lavoratore più cantato negli ultimi anni è il pusher. La lavoratrice di cui più si è scritto è la psicologa. Di che parliamo? Questo è un paese in cui i salari delle lavoratrici e dei lavoratori sono i più bassi d’Europa, in cui muoiono centinaia di persone all’anno su un cantiere o in una fabbrica, in cui i medici e i docenti sono umiliati quotidianamente, in cui la cagnara della massa addomesticata dà addosso a chi sciopera ma tutto ciò non si trasforma in letteratura o in canzone o in arte. È lo spirito del tempo? È l’eccessivo concentramento della proprietà editoriale e non in poche mani? È il mercato? Io non lo so. Io la verità non ce l’ho però invito chi ne ha la possibilità a riflettere su questi temi.
La forza del rapporto con il territorio, invece, è tutta dentro una canzone: “Vesuvio”. In essa il vulcano, elemento iconico del paesaggio campano, profondamente radicato nell’immaginario collettivo, diventa simbolo delle forze distruttive del capitalismo e della società industriale. Rappresenta la precarietà, lo sfruttamento, la rabbia repressa che covano sotto la superficie. Il Vesuvio finisce col trasmettere un senso di oppressione, di paura, ma anche di ribellione e di speranza. Roba da pelle d’oca, eh?
Vesuvio è un viaggio di andata e ritorno dentro l’anima di un popolo. È terrificante quanto testo e musica siano in grado di trasmettere un messaggio di una violenza drammatica, di una violenza disvelatrice. Te lo dico io l’effetto che fa: ti sbircia dentro, ti squarta, ti sfibra fino alle lacrime e, mentre stai per mollare, ti dice: “uè, che stai a fare? Forza, alzati e preparati che si torna a casa”. E tu non hai le parole per rispondere e non hai neppure la forza per farlo; però, sai che in fin dei conti non sei solo perché c’è quella cosa terribile che è il Vesuvio che ti aspetta e tu continui a chiamarla casa. Non lo so se mi sono spiegato.
Per scrivere il libro sei stato a stretto contatto con il professor Angelo De Falco, anima instancabile degli Zezi. Com’è stata questa esperienza? C’è un episodio o un aneddoto che vuoi raccontarci?
Mi scuserai se non racconto episodi particolari perché alcune cose voglio egoisticamente che rimangano solo mie. Quello che ti posso dire è che Il Professore De Falco è un uomo istrionico di una intelligenza sottile, di una lucidità intangibile. Inoltre, è instancabile. È stato faticoso stargli dietro ma credo di non essermi mai incantato tanto quanto nel sentire i suoi fattarielli. Andrebbe clonato.
“È meglio ‘na tammurriata ca ‘na guerra” esprime la superiorità della musica, della festa e della condivisione sulla violenza e la distruzione. La tammurriata rappresenta la gioia di vivere e l’aggregazione. Contrapporla alla guerra significa affermare il valore della pace e della vita. Secondo te, in un mondo così dilaniato da conflitti, a un passo da un folle trumpismo, ha ancora senso cercare la pace e costruire un futuro migliore attraverso la musica e la condivisione?
Fabio, ha sempre senso cercare la pace. Forse è l’unica cosa che ha senso in questo momento mentre si cerca di eternizzare lo stato di guerra rendendolo permanente, quasi immanente. La condivisione ha un ruolo fondamentale nella costruzione di una comunità di pace e la musica, in quanto elemento di ancestrale mezzo di comunicazione e di condivisione, è insostituibile. D’altronde, l’anarchica Emma Goldman diceva: “Se non posso ballare, questa non è la mia rivoluzione!”
Tornando al titolo, in che modo l’amore oggi, in tutte le sue forme (per la famiglia, gli amici, la comunità), può sostenere e alimentare la lotta, e viceversa?”
Io credo che al mondo ci voglia una buona dose d’amore. Se ami, sei pronto al sacrificio per l’altro perché quel sacrificio sarà ripagato dalla gioia di un sorriso. Se ami, quel sacrificio si chiamerà lotta e diventerà lotta per la casa, lotta per un lavoro dignitoso, lotta per la libertà dal patriarcato, lotta alla razzializzazione, al sessismo, lotta alla povertà. È l’amore che nutre la lotta, ma è anche la lotta che nutre l’amore. Da un lato la causa, dall’altro la gioia. È un continuo rincorrersi tra queste due forze che alimenta il modo giusto di stare al mondo. I Zezi lo avevano capito cinquant’anni fa. Siano benedetti…
Cosa speri che i lettori traggano dalla lettura di “L’amore e la lotta. Biografia irregolare de E’ Zezi”?
La dimensione del sogno. La sua necessità.
Caro Mario, l’ultima domanda di rito è immancabile: progetti per il futuro?
Negli ultimi tre anni ho lavorato molto per realizzare questo volume e quello precedente Qui in America si soffre di più d’altri punti in cui ho avuto il privilegio di collaborare con il Prof. Raffaele Giglio. Li ritengo due testi intensi e preziosi che mi hanno dato tanto dal punto di vista umano e culturale. Ora devo un po’ metabolizzare questi lavori e dedicargli anche pubblicamente il tempo che meritano. Per il resto, non ti saprei dire. È incerta la strada che vado cercando ma forse è quella incertezza che la rende intrigante. Vedremo.
Intervista a cura di Fabio D’Angelo
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