Gotico salentino, la ferocia e il coraggio di restare
Scrivo questa recensione per fatto personale.
Non me ne voglia l’autrice del volume, ma sfrutto questo spazio come un pretesto per parlare anche di altro. D’altronde, mi ero ripromesso — come mi ha insegnato il mio maestro Laelio Graffigie — di non scrivere più di autori o autrici viventi: troppi fraintendimenti e malsane polemiche. I vivi sono permalosi. I morti, invece, hanno il pregio di non offendersi.
Quindi, ripeto, non me ne voglia la bravissima Marina Pierri — autrice di Gotico salentino — se parlando del suo romanzo divagherò un po’, ma l’ho premesso: scrivo questa recensione per fatto personale.
Il libro Gotico salentino di Marina Pierri mi è stato donato da Marica in una bollente serata estiva della periferia di un’Ivrea nostalgica e livida. Quella sera stessa le scrissi che mi piaceva moltissimo la scrittura della Pierri: piena di figure retoriche di suono, d’ordine, di significato, eppure agile; ricca ma mai greve; costruita in una mescolanza felice tra italiano e forme dialettali, senza ostentazione, senza compiacimento. Una lingua fertile di istinto e di disciplina.
Non proseguii la lettura nei giorni seguenti. Avevo altri pensieri che pretendevano la mia attenzione totale. Gli stessi pensieri che da oltre un anno mi impedivano di scrivere qualsiasi cosa. Non proseguii neppure nelle settimane successive.
Tornai a Napoli e il libro venne con me. Mi avrebbe fatto compagnia durante il viaggio e, in effetti, ne lessi una gran parte. Più leggevo e più mi appassionavo alla storia di Filomena Quarta, ai fantasmi della casa di famiglia, alla sua visione di bambina stria, al ritorno nel paese natio. Potevo vedere le ombre di Mary Shelley e Shirley Jackson muoversi negli spazi della casa, ma soprattutto mi legavo alla scrittura, alle scelte linguistiche così mature per un’esordiente.
Tornato a casa, dopo qualche settimana, iniziarono i giorni più duri della malattia di mia madre.
Per mesi il libro è rimasto lì, sotto gli occhi, senza che ne leggessi il finale. Avrei avuto tutto il tempo per farlo, quando lei riposava. Ma il cervello era incapace di uscire dalle impellenze dell’oncologia, dagli affanni della respirazione, dalle vene sempre più sottili, dalle macchie di sangue sulle mani e sulle braccia, dal raggrumarsi dei muchi.
Avrei avuto il tempo e anche il modo. Ma da altro ero terrorizzato.
Avevo paura che, se ne avessi terminato la lettura, con lei sarebbe finita anche Marica — la cui mano, ricordo, aveva estratto il libro dalla borsa come se mi stesse passando la reliquia di un santo.
Una paura sciocca, evidentemente. Ma quando senti che tutto sta cadendo intorno, quando hai il proiettile della solitudine puntato alla nuca, ti aggrappi a tutto. Anche a un libro. Anche alle sue ultime pagine. A qualcosa che esiste, ma soprattutto persiste.
Così Gotico salentino è rimasto per mesi il volume sotto i miei occhi e che non riuscivo a finire. Non potevo finire. Non avevo il coraggio di finire.
Mia madre è finita prima del libro.
È finita all’alba, imbrogliandomi dopo una notte trascorsa al suo fianco.
È finita delicatamente.
A me, invece, è rimasta addosso la ferocia. Una rabbia selvaggia.
Una rabbia che provo — quotidianamente — ad alleviare nella lettura, come se le pagine potessero assorbire l’eccesso.
E così ho ripreso Gotico salentino tra le mani. L’ho ricominciato daccapo, perché meritava una lettura attenta.
L’ho letto una prima volta.
E poi ancora una volta.
La storia, tendenzialmente, è semplice. Filomena Quarta, quarant’anni, torna all’ovile dopo la morte del padre. Vuole scrivere un libro ma non riesce ad andare avanti. Sogna di trasformare la residenza di famiglia in un B&B. Ma il casolare, incastonato in un lirico intrico di pini marittimi e gramigna, è considerato infestato, tanto che gli abitanti di Palude si fanno il segno della croce al suo cospetto. Filomena ospita a casa la sua più cara amica lesbica e un amico d’infanzia dalle fattezze piacenti. I tre, con l’aiuto di una serie di fantasmi e del Santo, riusciranno a “bonificare” la casa.
La trama, per quanto io l’abbia potuta semplificare, nasconde però un substrato concreto di brutalità e denuncia, in cui la violenza di genere non è mai allegoria vaga ma carne, storia, retaggio.
Interessantissimo risulta l’utilizzo del topos dell’epistolario: le lettere alla psicoterapeuta, che sono confessione e costruzione, autoanalisi e messa in scena. Uno spazio di parola che dovrebbe essere sorvegliato ma che invece Marina Pierri dilata, ampliando la parola e la sua liturgia, rendendo la voce di Filomena sempre più stratificata, ironica e allo stesso tempo dolente.
Una voce — in quella mescolanza di dialetto e italiano, di alto e basso, di citazione e parlata — comunque mai urlata, non isterica, ma strutturata. Governata. Trasformata in forma.
Ciò avrebbe potuto giustificare una seconda lettura che, in realtà, era una terza?
No. C’era ancora qualcosa che non capivo. C’era ancora qualcosa che non mi era chiaro.
Era il fatto personale. Mi sentivo coinvolto ben oltre la bellezza della lettura. Poi ci sono arrivato: una frase messa lì chiara, evidente. Una vera e propria provocazione ripetuta due volte a svariate pagine di distanza.
“Scrivere non è un mestiere per vigliacchi.”
Ecco, questa evidente constatazione mi ha chiamato e ho sentito prepotente la necessità di riprendermi in un coro di una sola voce che mi ripeteva: “rivoglio il mio Mario”.
E alla fine, mentre guardo ancora ora Gotico salentino, ho capito che il libro non era solo un romanzo gotico da leggere, ma un dono complice che mi ha permesso di sganciare la ferocia, di guardarla in faccia, di sentirla vibrare nella lingua della Pierri e di trasformarla in qualcosa di sopportabile.
Scrivere non è un mestiere per vigliacchi, certo. Ma leggere, a volte, lo è altrettanto. Perché il regalo più grande che un libro può fare è ricordarti chi sei mentre continui a sognare Itaca.
Mario Visone




