Incontro con Dacia Maraini
Quando Dacia Maraini è apparsa sulla terrazza della biblioteca sociale “Giacomo Leopardi” di Casalnuovo, ho capito perché i suoi occhi azzurrissimi innamorarono Moravia e il suo portamento costrinse Pasolini a chiamarla principessa facendo riferimento anche alle sue nobili origini. È a Casalnuovo per visitare le opere autografe di Giacomo Leopardi in mostra fino al 16 giugno e per presentare il suo ultimo libro Corpo felice. Storia di donne, rivoluzioni e un figlio che se ne va, edito da Rizzoli. La grazia dei movimenti è quella di una donna che percepisce l’amore che la circonda mentre un filo d’emozione le segna il viso, umilmente imbarazzato, nonostante l’esperienza, nonostante la vita le abbia già consegnato tutti gli onori della letteratura, del teatro, del cinema, delle arti in genere. La stessa vita che le ha dato tanto ma che le ha anche tolto tanto dal punto di vista personale. La stessa vita che lei ha cercato di raccontare donando le sue parole.
“Sinceramente non lo so quale sia stato il mio ruolo nel mondo della letteratura perché non si sa mai cosa noi riusciamo a dare, a comunicare agli altri. Spero che grazie ai miei libri io sia riuscita a mettere in moto l’immaginazione. L’immaginazione è il motore di tutto. Senza immaginazione saremmo dei vegetali. L’immaginazione è quello che ci fa capire il dolore degli altri e se capiamo il dolore degli altri abbiamo già fatto nostri i principi dell’etica perché l’etica consiste nel comprendere il dolore degli altri e quindi porsi dinnanzi ad esso in una condizione di rispetto. Se siamo chiusi in noi stessi l’etica ci è estranea. Nonostante la lettura possa sembrare lontana dall’etica invece non lo è perché, secondo me,per leggere bisogna sforzarsi di decifrare e immaginare. Io dico sempre che chi legge un libro, lo riscrive. Nel momento in cui il lettore lo riscrivi, diventa egli stesso il protagonista della storia. Viaggia nel tempo e nello spazio. In quel momento il lettore crea perché la lettura sviluppa in lui la capacità creativa che è capacità etica.”
Dacia Maraini è seduta con le gambe accavallate, il leggero giacchettino bianco ghiaccio e il foulard azzurro. Si sofferma sull’ultimo libro.
Questo non è un vero e proprio romanzo. Parte in maniera autobiografica per completarsi con riflessioni dettate dalle esperienze personali che possono diventare questioni universali, come ad esempio la questione della maternità nella storia. Il libro parte dal dato biografico quale la perdita di mio figlio. Ho immaginato che questo figlio morto a sette mesi potesse diventare grande, crescesse, avesse un itinerario di vita che sta tutto nella mia immaginazione. Il racconto di questa cicatrice molto dolorosa mi è stato utile per riflettere sulla maternità. Mi sono chiesta come mai tutte le arcaiche religioni partono dalla sacralità del diritto della madre come elemento inviolabile per approdare poi alla costruzione di una società patriarcale in cui la maternità improvvisamente sembra appartenere all’uomo. Io credo che per comprendere questo mutamento di canone bisogna riferirsi all’Oreste di Eschilo. In breve: Eschilo racconta che Oreste viene perseguitato dalle Furie dopo l’omicidio della madre. Allora non si poteva uccidere la madre per qualsiasi motivo, qualsiasi atto turpe avesse compiuto. La madre era sacra perché rappresentava la vita. Oreste, stanco della persecuzione delle Furie, chiede un tribunale degli Dei. Gli Dei, tribunale completamente al maschile tranne che per Atena nata dalla testa di Giove, decidono che Oreste non ha commesso un delitto perché il principio di vita non è nella madre ma nel seme del padre. La madre è semplicemente un involucro. La colpa di Oreste non può essere eterna perché egli ha semplicemente rotto un vaso. Eschilo ha conosciuto i misteri eleusini che sono i più antichi misteri rappresentati nelle caverne prima dell’apoteosi delle divinità greche, racconta molto bene il passaggio dal diritto della madre al diritto dei padri. Molti antropologi dicono che questo passaggio è coinciso col passaggio dalla società nomade alla società stanziale. È con la proprietà della terra che diventa più importante il padre. È con quell’atto di possesso che la madre viene in qualche modo depotenziata. È l’uomo che ha a che fare con la proprietà e le donne a causa di quella proprietà diventano minorenni a vita, serve. In quel momento anche la maternità perde la sua sacralità. Oggi, è necessario sottolineare che la maternità è un fatto naturale ma è anche un fatto soprattutto culturale. La maternità è diventata una sorta di colpa, una sorta di introiettato sacrificio imposto dal destino che si fa obbligo di rinuncia ad altro. Se le donne non rinunciano si sentono in colpa. L’identificazione del corpo della donna con la funzione generatrice è totale e la sua mancata osservanza diventa colpa. Noi italiani in questo senso siamo indietro perché abbiamo troppo valutato la famiglia non dando credito alla meritocrazia. Abbiamo dato più importanza alla famiglia che alla meritocrazia. Si va avanti per ragioni di clan, di appartenenza, non grazie alla meritocrazia. Il discorso sulla maternità è molto complesso perché è un discorso sulla cultura. Un esperto d’arte mi faceva osservare una cosa molto interessante. Nel medioevo e fino al Rinascimento la Madonna, tratteggiata come una bambina sposata con un uomo che non è suo marito, molto più anziano di lei e con cui probabilmente non ha rapporti, è raffigurata sempre nell’atto dell’allattamento in maniera più o meno evidente. Guardatele ora le Madonne. Le madonne sono coperte di un manto azzurro, con le stelle sulla testa: è scomparso l’allattamento. Non si vede più neppure un seno. Si è persa persino la maternità sacra. Si è dissacrata la maternità. Questa è una cosa da ridiscutere. Quanto meno una cosa su cui riflettere.

Dacia Maraini ospite presso la biblioteca sociale “Giacomo Leopardi” di Casalnuovo di Napoli. Foto di Enzo Paliotti
Dacia Maraini non nasconde la sofferenza per la perdita del figlio. La sottolinea come elemento che le ha permesso di scrivere e di rinascere scrivendo. Di rinascere a modo suo e di scrivere a modo suo.
Oriana Fallaci per me è una grande scrittrice e una donna coraggiosissima. Ho molto ammirato il suo coraggio. Ho letto di qualcuno che ha avvicinato il mio testo e Lettere a un bambino mai nato ma non sono tanto d’accordo perché quel testo faceva parte di una battaglia contro l’aborto. A me l’aborto non piace come bandiera perché è una violenza comunque contro il corpo femminile, contro un progetto di nascita. Però, l’alternativa all’aborto è solo la maternità responsabile. Non quella della galera o della legge contraria all’aborto. Le donne sono state costrette a fare dell’aborto una bandiera perché giustamente da millenni non hanno potuto disporre del proprio corpo. Purtroppo è una bandiera perdente secondo me. Non si può sventolare la bandiera di una violenza. Quindi, io non sono d’accordo sullo scopo che aveva la Fallaci. Però sia chiaro che la necessità di parlare con un figlio mai nato non è che è venuto solo a lei o a me. Ad esempio in questi giorni è uscito un libro di Erri De Luca dove lui racconta di avere avuto una fidanzata che era incinta di lui ma ha deciso di abortire. Lui continua un dialogo con questa bambina. Per cui, voglio dire che questo tema non è che lo ha inventato la Fallaci ma esiste nella letteratura. Esiste ad esempio in Pinocchio. Anche lui è un bambino non nato che poi nasce nel ventre di una balena ma che ha un dialogo con questo padre, Geppetto, molto simbolico ma estremamente significativo. Dunque, questo dialogo è cosa che esiste da molto tempo nella letteratura e ognuno la articola a modo suo, secondo il proprio stile. Io ai giovani suggerisco sempre di leggere. Non si può scrivere senza leggere. È un po’ come dire “compongo musica ma non ho mai ascoltato musica”. Che senso ha? Io ho sentito dire da qualcuno che non legge perché non vuole essere influenzato. Ma che vuol dire? Sei comunque influenzato. È molto importante capire la capacità formativa della lettura. Devo fare una piccola parentesi per sottolineare la differenza tra formazione e informazione. Noi oggi abbiamo l’impressione di essere formatissimi perché siamo informati. Effettivamente basta premere un bottone e tutto il mondo è a nostra disposizione. Per cui ci sentiamo colti, ci sentiamo informati. Io non ho niente in contrario ma la formazione non è una questione di accumulazione di informazioni. Non è una questione di quantità ma è una questione di qualità. Non è che essere informati su tutto significa essere formati. Anzi, è il contrario perché quella informazione corrisponde a una formazione molto superficiale. Non andiamo a fondo di nulla. Scendere a fondo lo si può fare solo coi libri. Non serve leggereuna enorme quantità di libri ma alcuni libri diventano modelli dentro di noi, modelli formativi e modelli di vita. Tra l’altro, secondo me, ogni scrittura ha una sua struttura musicale. Nella poesia si sente il ritmo, la musica; nella poesia è evidente perché lì abbiamo un fonema e un semantema in cui il fonema prevale sul semantema. Il suono della parola è fondamentale. Basta vedere Leopardi. Se cambi una parola, crolla tutto. Per questo è difficile tradurre la poesia. Però anche nella prosa esiste la sua struttura musicale. La prosa ha un suo ritmo. Chi conosce bene la letteratura del mondo, se chiude gli occhi e ascolta, sa riconoscere Svevo, Verga, Pirandello, Tolstoj perché c’è una struttura musicale all’interno della loro prosa. Secondo me, ciò che comunica col lettore è proprio quella struttura musicale. Una persona può avere la più bella storia del mondo ma se non ha questo ritmo che incalza e incanta l’immaginazione dell’altro non comunica niente. Le storie non c’entrano niente. Ricordiamoci che le storie per secoli e secoli sono appartenute a tutti. La Medea non apparteneva a una persona in particolare, era del popolo greco. Poi, è rimasta quella di Euripide perché è quella la struttura più straordinaria. Come l’Edipo con Eschilo. Edipo apparteneva al popolo greco ma ci è arrivato da Eschilo. In Grecia tutte le grandi storie appartenevano a tutti. Oggi, noi ci abbeveriamo molto alla fonte della cronaca che adesso con la moda dei gialli è di fondamentale importanza. Però la cronaca appartiene a tutti. Poi un libro di Carofiglio è diverso da un libro di Camilleri perché ognuno ha il suo stile e lo stile non si copia. È uno e basta. Le storie si possono anche copiare benissimo, non ha nessuna importanza. L’importante è lo stile e lo stile non si può copiare. Per questo dico che è importante leggere. Perché con la lettura noi ci confrontiamo. La conoscenza è un confronto e se non ti confronti, non puoi capire te stesso, non puoi capire di cosa sei capace, quali sono i tuoi talenti, qual è il tuo ritmo, qual è il tuo stile che sarà del tutto personale come le impronte digitali. Si deve sempre potere riconoscere l’impronta di uno scrittore che è una e unica. In tal senso, io ho scritto un libro che si chiama Buio. È una raccolta di storie raccolte dalla cronaca che raccontano di violenza sui bambini ma io l’ho scritto a modo mio. Sono storie agghiaccianti però io ho cercato di raccontare mettendoci tanto pudore, tanta delicatezza anche tanto struggimento perché contro un bambino indifeso è il crimine peggiore. Lo segni per la vita, come il fatto di cronaca della giovane olandese che si è lasciata morire ancora adolescente. Tra l’altro lo scrittore francese Paul Nizan, autore di Aden Arabia, giustamente diceva: “l’età in cui si pensa di più alla morte è proprio l’età adolescenziale”. Ed è vero perché dopo si impara a convivere con la morte, con l’idea che siamo tutti condannati a morte, che viviamo tutti nel braccio della morte. Ma la voglia di vivere deve essere sempre più forte del desiderio di morire.
Una risata. Dacia Maraini pronunciando la supremazia della vita nei confronti della morte si scioglie in una risata gentile. Poi, sgrana gli occhi e parla di femminismo e femminicidio.
Per me il femminismo come ideologia è morto. È morto insieme col sessantotto, con le ideologie che allora erano vive. È morto come ideologia e come utopia. Chiaramente non c’è più, però la prassi è rimasta. Quando io vado nelle scuole, le ragazze detestano definirsi femministe ed effettivamente la parola femminismo è stata demonizzata. Ma che importanza ha questo termine? Nessuna. L’importanza è la prassi. In effetti, un sistema ideologico femminista non esiste più però esiste il fatto che molte persone si rimboccano le maniche in modo utile per fare un lavoro sulle donne, con loro, in loro difesa. Io lascerei la parola femminismo e punterei alla prassi dell’essere dalla parte delle donne per migliorarne le condizioni. Sostituirei il termine col senso più ampio della protezione dei diritti civili che in realtà riguardano anche gli uomini. Il femminismo era per la separatezza e in quel momento aveva la sua importanza perché le donne dovevano riappropriarsi della loro identità. Oggi, è più importante dire “facciamo una battaglia per i diritti civili che riguardano tutti, donne e uomini”. Dove c’è ingiustizia, dobbiamo intervenire. Come dobbiamo intervenire nelle relazioni alla base dei femminicidi, che è un fenomeno moderno con basi antichissime. Secondo me il fenomeno del femminicidio deriva da uno dei mali arcaici che sono rimasti oggi che è il concetto di proprietà. È nella storia dell’umanità il possesso degli uomini sugli uomini e sulle donne. È nella Bibbia. Nel libro sacro si possedevano le persone. Si possedevano i figli che si potevano anche ammazzare. Secondo la legge romana il figlio o la figlia dovevano essere esposti davanti al padre e questi poteva decidere se tenerlo o buttarlo via. Per fortuna grazie alla rivoluzione francese, all’illuminismo, alla rivoluzione americana, si è arrivati al concetto che non si può possedere una persona. Però questo valeva per la schiavitù. In famiglia la pratica è continuata e continua così ancora molti pensano che si possa possedere: “Cara donna, perché io ti amo quindi tu sei mia”. Allo stesso modo coi bimbi, io ti ho procreato quindi tu sei mio. Il femminicidio in tal senso è un fenomeno nuovo con cui alcune persone inferiscono per ragioni culturali, non di sesso, perché si identificano con il concetto del possesso per cui quando questo concetto di proprietà viene messo in discussione entrano in uno stato tale di crisi, di devastazione che si può trasformare in assassinio. Gli assassini non sono tutti dei criminali. Dalla cronaca possiamo leggere che in alcuni casi sono anche dei buoni padri di famiglia prima di quel momento, però poi quando la moglie afferma “io me ne vado”, lui non lo sopporta al punto che preferisce ucciderla piuttosto che lasciarla andare. È una prassi che si ripete sempre, sempre allo stesso modo, sempre uguale. Il femminicidio è questo. Prima non c’era il femminicidio perché prima le donne non affermavano “io me ne vado”. Dove vuoi che andassero? Vivevano della loro casalinghità, non potevano muoversi. Nel momento in cui la donna ha la libertà di andarsene, grazie all’indipendenza dei tempi e soprattutto grazie all’indipendenza economica, scatta l’omicidio di possesso. Io voglio ricordarvi la bellissima storia scritta da un uomo qual era Ibsen, Casa di bambola, in cui questa donna amatissima dal marito come una bambina comincia ad essere odiata perché comincia discutere di economia. Lui non la riconosce più e la comincia a trattare male. Finché lei è subalterna viene accettata e amata, dopo non più. Allo stesso modo La mite di Dostoevskij oppure EffiBriest di Fontane oppure la Madame Bovary di Flaubert in cui l’autore francese afferma che, essendo la donna prigioniera in casa e non potendo fare niente altro che la moglie, il suo unico modo di uscire dalla famiglia era l’adulterio. Il libro costò caro a Flaubert che fu denunciato per esaltazione dell’adulterio. La cosa comica è che Flaubert disprezzava come scrittori Victor Hugo e de Lamartine, perché li considerava due scrittori popolari ma proprio loro andarono a testimoniare in suo favore facendolo assolvere grazie alla loro autorità di scrittori popolari, amati dal popolo. Al di là delle vicende processuali, Flaubert in realtà aveva affermato che una donna, la cui famiglia è una prigione, l’unica sua fuoriuscita di libertà può trovarla solo nell’adulterio. Flaubert osservava, constatava la realtà dei primi decenni dell’Ottocento. Quindi, questa realtà non è tanto lontana da quella che ci portiamo dentro culturalmente tutti. Culturalmente, non biologicamente perché quando si comincia a parlare di biologia e di differenze biologiche, si inizia a ragionare di razzismo.
Il termine razzismo fa infervorare Dacia Maraini che specifica il suo ruolo di intellettuale attenta alle dinamiche sociali.
Secondo me l’intellettuale è un testimone. Non è un ideologo, un politico o un prete che deve dire quale possa essere la verità. Egli deve testimoniare del suo tempo. È come un vero testimone che ha assistito a un delitto. Cosa si chiede a qual testimone? Non gli si chiede che cosa sia il male o quali sono le ragioni del delitto, gli si chiede il colore dei capelli dell’assassino, con che macchina è scappato. Ecco, lo scrittore è un testimone che lavora attraverso i dettagli psicologici, storici, sociologici. Sono quelli che tirano fuori la verità. È su quello deve dire la verità. Non la verità assoluta ma la verità dei fatti minuti, piccoli. Sembra che questo non sia un discorso universale ma lo diventa perché i dettagli fanno parte della realtà e la realtà è quella con cui ci confrontiamo e con cui facciamo i conti. Lo scrittore deve non tanto propagandare delle grandi ideologie o delle grandi idee perché questo è il compito dei politici o dei filosofi. Egli deve racconatare proprio la realtà della vita comune. Il costo della vita è raddoppiato? Va raccontato. Il legame con gli anziani? Va raccontato. Non c’è una famiglia in Italia in cui non vi sia una badante e le badanti sono in gran parte straniere. Allora che vogliamo fare? Vogliamo permettere che vengano cacciate tutte fuori perché sono straniere? Allora lì si entra nei problemi. Li si racconta. Ricordo che quando ero piccola, l’omosessualità era considerata una perversione, una malattia. Si mettevano gli omosessuali in manicomio o in ospedale perché dovevano guarire. Oggi vediamo che le persone omosessuali sono considerare nella grandissima parte dei casi come persone e basta. Lo scrittore non deve confrontarsi con questo cambiamento? Non deve raccontarlo? Deve assolutamente farlo ma non dal punto di vista della morale o della legge, bensì della vita comune. Questo diventa realmente politico. Raccontare la realtà della vita comune è un atto politico molto più di una tessera di partito. A me importa che ci sia la libertà dei diritti civili e la garanzie di affrancamento di pensiero, di parola e di movimento. Questi sono per me i tre principali diritti che dovremmo chiedere.
E sul bisogno di verità e di scrittura, il discorso non può che decantare tra i ricordi di Moravia e Pasolini.
Moravia ha raccontato molto bene soprattutto nei suoi primi libri l’Italia e i suoi cambiamenti prossimi alla dittatura fascista. Lo ha fatto soprattuttonei suoi racconti che fanno parte della grande tradizione italiana, a differenza del romanzo. L’Italia non ha avuto i grandi romanzi dell’Ottocento perché purtroppo fino al momento dell’unità aveva lingue separate ed erano lingue non scritte. Moravia ha, insieme a pochi altri, il merito di avere introdotto il racconto del proprio paese nel racconto più ampio dell’umanità. Pasolini anche lui ha fatto in modo che l’Italia conoscesse sé stessa attraverso i suoi racconti, la sua scrittura saggistica ma anche poetica con Le ceneri di Gramsci. Certamente sono una forma di consapevolezza non soltanto sociologica ma anche linguistica. Per quanto mi riguarda però vorrei dire che io provengo da una famiglia di scrittori. Io ho una bisnonna inglese che scriveva libri per bambini. Poi ho una nonna che scriveva libri per cui nella mia famiglia la scrittura era un bene. Noi avevamo fame, eravamo poverissimi però eravamo ricchi di libri classici. Mio padre ha sempre scritto per cui io ho cominciato a 13 anni a scrivere sul giornale della scuola e poi ho fondato una rivista che si chiamava “Tempo di letteratura” e poi ancora ho scritto il mio primo romanzo a 17 anni. Quindi, il mio rapporto con questi scrittori è stato un rapporto di completamento con la scrittura. Non è che ho cominciato a scrivere perché ho conosciuto Pasolini o Moravia. Loro sono stati importanti non tanto per lo stile ma quello che mi hanno insegnato è la fedeltà alle proprie idee e una certa correttezza morale nel dire quello che si pensa, nel non adeguarsi alla convenienza in un atteggiamento antitaliano. Questa era al di là del merito artistico la loro caratteristica. Caratteristica non solo loro ma anche di altri che ho conosciuto, come Bassani, in un confronto di idee sempre aperto, grazie anche all’abitudine che si è ormai persa, almeno a Roma, di vedersi al di fuori dei contesti finalizzati a qualche scopo. Ci si vedeva per il puro gusto di stare insieme e di riflettere sulle questioni in un’ottica di amicizia e sensibilità. Noi quasi tutte le sere andavamo a casa di Natalia Ginzburg con suo marito Baldini e lì c’era Garboli, c’era Pasolini, c’era Bertolucci che ancora scriveva poesie prima di fare cinema, c’era Bassani, c’era Calvino che però viveva a Parigi. Ecco, questa abitudine è scomparsa ed è una grossa perdita perché il senso della comunità letteraria aveva un valore, un valore molto importante.
a cura di Mario Visone




