La carna trista: Intervista a Mario Visone
Raccontare Mario Visone non è impresa semplice, perché Mario stesso è il racconto di tante esperienze e di molteplici attività intraprese e vissute tutte con grande passione. Proverò a citarne soltanto alcune: Mario Visone è un amico storico dei cefali, un Cultore della materia in Letteratura Italiana presso l’Università di Roma Tor Vergata, membro del Comitato Nazionale di Un Ponte Per…, co-fondatore di Resistenza Civile, Blogger per l’edizione italiana di Huffington Post e scrittore con tre romanzi all’attivo.
La carna trista, l’ultimo lavoro letterario di Mario, pubblicato da Castelvecchi Editore per la collana Le Vele curata da Raffaele Mozzillo, è un mondo denso. Densa è la storia che racconta. Densi sono i personaggi. Denso è il linguaggio che lo scrittore adotta. Per comprendere la natura compatta del libro, ho deciso di scambiare quattro chiacchiere con l’autore. Buona lettura.
Ciao Mario, bentornato su Una banda di Cefali. Il tuo nuovo romanzo, La carna trista, uscito a fine aprile del 2022 per Castelvecchi, sembra quasi essere un elogio della complessità, una parola che dopo due anni di Covid e un conflitto dentro l’Europeo che ci ha riportato a un clima da guerra fredda, sembra quasi una bestemmia. Ti senti un temerario per questo?
Prima di tutto lasciami ringraziare te e Una banda di cefali per questa chiacchierata. Tornare sul vostro sito è un po’ tornare in terra lieta, mettere il cuore al sicuro, ammainare la vela dell’esilio fisico oltre che letterario. Detto ciò per piacere di cronaca, non mi sento affatto un temerario e neppure un impavido, come ha scritto qualcuno, per avere scritto un libro sul terrorismo mentre i lettori e le lettrici vogliono storie pacificate o imperniate su generici Io in formazione. Scrivere di complessità – ti ringrazio per questo termine –in un mondo complesso è una dichiarazione d’amore verso la verità. Ecco, magari, se ci fosse più verità e meno ricerca ossessiva della fiction nella costruzione del romanzo, si riuscirebbe a parlare anche del Covid, della guerra, della povertà, delle classi subalterne, della crisi ecoclimatica in maniera più organica e meno raffazzonata; e la letteratura potrebbe nuovamente essere l’arte che non solo narra ma intravede, anticipa, prepara la storia.
Complessa, ad esempio, è la storia che racconti. Chi erano i Nap e chi era Nicola Pellecchia?
Anche qui una precisazione doverosa per rispetto a chi nutre memoria di chi è mancato: il romanzo non è la storia dei NAP e non è la storia di Nicola Pellecchia. Sia il movimento di cui si parla che il protagonista sono una interpretazione di fantasia per cui non si tratta di una biografia né di una agiografia. Né i NAP né Pellecchia me le perdonerebbero. Non mi sottraggo alla tua domanda però. Stiamo parlando di una delle avanguardie più avanzate nel movimento di contestazione rivoluzionaria armata a cavallo tra gli anni Sessanta e Ottanta. Dal punto di vista della pratica politica e della analisi siamo di fronte allo stravolgimento più profondo del pensiero rivoluzionario. Lo sintetizzo in una battuta: non ricercare l’avanguardia tra i ceti Borghesi ma nelle carceri, tra gli ultimi. La formula entrista nelle dinamiche carcerarie dove in un certo qual modo catechizzare gli ultimi alla lotta armata fu cambio di prospettiva totale.
L’Isola si mostra al lettore del tuo romanzo come una folgorazione. È l’incrocio dei venti cantato da De Gregori, che travolge Nicola, ponendo di fronte a una verità ineluttabile: al destino non si sfugge.
Il romanzo si ambienta per la sua gran parte su un’isola perché avevo necessità di compensare la struttura mentale contraddittoria e corrosiva del protagonista con un paesaggio che potesse tranquillizzare. In più punti del testo ho cercato di fare dell’isola un personaggio del volume a sé stante con una sua un’anima , una sua storia, una sua risposta cortese basata sulle tradizioni e sulla loro trasmissibilità. In un mondo velocizzato, cybernetico, pretenzioso e che si mostra provo di capacità analitica, il luogo della fuga è una prospettiva di necessità per chi vuole deporre metaforicamente le armi. Poi, però, scopri che questa umanità che insegue la sua stessa fine con ostentata ostinazione, non è dissimile se sei a Cinecittà, a Trieste, a Procida o nel bel mezzo dell’Africa intera e allora i fantasmi tornano, i fantasmi crescono e come direbbe Ryszard Kapuscinski si fanno “fiamme coagulate” e quelle fiamme bruciano.
La carna trista è un libro di libri. Nel senso che chi legge il tuo romanzo dovrà fare i conti con un numero significativo di riferimenti alla letteratura del 900. Questa scelta di tirare dentro la storia PPP, Joyce, Pavese, Saba, Moravia, Silvio D’Arzo è dettata dal fatto di essere un lettore “forte” oppure credi ancora nel potere della letteratura di cambiare le cose?
Io credo fermamente nello spazio di libertà della letteratura. In questo momento storico più che negli anni passati, negli anni delle ideologie forti, negli anni della critica letteraria delle riviste fiorentine o del Politecnico. Bisogna capire cosa se ne fa la letteratura di questa libertà di espressione. Si auto contempla o mette il proprio corpo in gioco? Per me la letteratura tutta deve abbracciare il concetto di parresia in pieno, cioè deve mettere le proprie parole al servizio della verità e sputarla in faccia al potere. Anche rischiando. Anche rischiando l’emarginazione, anche rischiando il collo. Siamo in tempo bui, si aggirano mostri tra noi, mostri spregiudicati e la letteratura deve costruire un pezzo di resistenza. Se non lo fa perde la sua funzione storica e si accontenta di essere escremento ludico massmediatico. Inutile.
Su Cesare Pavese ti prodighi quasi in un’operazione verità.
Pavese apre e chiude il mio romanzo. Lo apre con un omaggio alla prima traduzione italiana del fantastico Melville e lo chiude con il suicidio dell’hotel Roma. È uno dei più grandi scrittori e intellettuali italiani del 900 ma di lui si è data una interpretazione quasi diffamatoria. Si sono confusi in lui i concettid i amore e tempo, si è trasfigurata la nostalgia in remissione. Se proprio bisogna esprimere un interrogativo per spiegare Pavese non bisogna cadere nel tranello del “perché si vive?” ma bisogna rispondere alla domanda che si pone Oblomov dell’omonimo romanzo di Goncarov e cioè “quando si vive?”. Ecco la semplificazione per Pavese è vigliaccata bella e buona, è un avamposto del pettegolezzo di cui lascia testamento.
E poi c’è il poeta friulano Federico Tavan. Viveva a Andreis, un piccolissimo comune di 244 abitanti in Provincia di Pordenone e in una sua poesia diceva: se no tu scjampe pì tu devente Andrèes (Se non sfuggi, non sfuggi più/diventi Andreis). Una verità quasi inconfutabile, non trovi?
Federico Tavan ho avuto la fortuna di incontrarlo e conoscerlo tanti anni fa ormai in Friuli. Un uomo miracoloso, anima cristologicamente pura della consapevolezza delle impurità della sua mente. Una vita incagliata, una vita in croce spinta più giù per sentire l’erba che cresce sotto i piedi.
Da Tavan a Franco Basaglia e la legge che porta il suo nome è un attimo.
Una delle ultime leggi che hanno fatto dell’Italia un paese più civile. La storia di Marco Cavallo che riporto nel libro andrebbe raccontata ai bambini. Chi ha la fortuna di leggere i testi di Basaglia e le cronache di quegli anni, ne rimarrà sorpreso per l’umanità e l’immensa cura che si ha nello scegliere ogni singola parola. La libertà è una fortuna ma la gente non lo sa, la gente davvero non sa neppure cosa sia la libertà e questo è il germe di ogni principio di dittatura.
Il titolo del libro cita un vecchio detto popolare (La carna triste nan la vole né u diaue né Criste).
Chi è la“carna trista” oggi? Chi sono gli sconfitti e i reietti del nostro tempo?
Quando ho scelto quel titolo – per il quale ringrazio ancora Raffaele Mozzillo per averlo accettato –pensavo proprio a questo, a creare un legame tra passato e presente e futuro. Il nodo più stretto che attraversa da sempre il tempo dell’umanitàè la condizione di escluso. Chi sono gli esclusi della storia? Chi sono i subalterni? Non è complicato, basta guardarsi intorno. Purtroppo, per molti, a volte, basta guardarsi dentro.
Finisco, lo giuro, con una curiosità cefala. Progetti per il futuro per il Mario Visone scrittore?
Imparare. Leggere. Spendere buona parte di quello che guadagno in libri e abbozzare pagine su pagine. Imperativo categorico però è quello di provare a vivere nonostante Ibsen, nonostante la tragicità di quella consapevolezza per la quale pretendere di vivere autenticamente è una megalomania. Lascio io una domanda a te e chi leggerà questa chiacchierata: quanto è dissimile il nostro tempo da quello di inizio 900? Quanto è vera quella amara battuta di Karl Valentin, maestro di Brecht, che diceva “il futuro una volta era migliore”?
Intervista a cura di Fabio D’Angelo




