Genesi 3.0
“Sulla riva c’era un bambino con la faccia da vecchio. Teneva in mano una bottiglia di vetro. La riempiva con l’acqua del lago e, quando era piena, la svuotava. Poi ripeteva l’operazione. Sono stato colto dalla vertigine, come in un volo infinito di altalene, e ho capito che l’acqua era il tempo, il bambino era il mondo e la bottiglia ero io.”
Prima di iniziare Genesi 3.0, l’ultimo romanzo di Angelo Calvisi pubblicato da Neo. edizioni, è giusto sapere che può succedere di imbattersi nella morte immotivata di innocenti, in scene di sesso con animali, di guerra, distruzione, amputazioni, onanismo, ferocia religiosa. Ma ormai siamo lettori adulti e vaccinati, e il Marchese De Sade ci ha spiegato ampiamente, e già un bel po’ di anni fa, che si può parlare di qualunque nefandezza, aberrazione, bassezza e violenza, a patto che sia supportata da una scrittura letteraria, solida e consapevole. Se siamo tutti d’accordo su questo, si può andare avanti e sostenere che ciò sia presente nella penna di Angelo Calvisi, che è un autore dalla scrittura mobile, che salva dalla noia della morte con una giusta, sottesa, impercettibile smorfia beffarda. Il suo grottesco assolve l’universo creato dai protagonisti di questo triste teatro degli orrori, dominato da due personaggi Beckettiani: il Polacco e Simon.
Vivono in un tempo storico indefinito, in un bosco ai limiti di una misteriosa, tossica e incollocabile Capitale; il Polacco, che pare non lo sia affatto, è un uomo crudele, vendicativo, insensatamente violento e sta per partecipare attivamente alla costruzione di un regime dalle sue stesse caratteristiche. Si porta dietro da sempre un ragazzo malconcio, Simon, che non sa assolutamente nulla del mondo oltre a quello che gli è stato detto dal Polacco. Quando comincia la costruzione di questo orrendo, ossessivo nuovo mondo, il Polacco viene chiamato a diventarne il Grande Urbanista e ascende al ruolo di gerarca di regime; Simon viene coinvolto in questo ciclo di eventi oscuri, privi di senso, in edifici fatiscenti abitati da presenze inquietanti, anaffettive fino al ridicolo, repellenti come lui e come tutto il mondo che c’è intorno. Poi un colpo di scena che sembra cambiare tutto: ma siamo in un libro che mi ha fatto pensare al Marchese De Sade, quindi non c’è per il lettore l’assoluzione di cui ha bisogno, non gli si può raccontare che viviamo tempi bui molto bui ma l’amore ci salverà. Non è così, a differenza di altre narrazioni distopiche, che hanno pietà del lettore – narrazioni decisamente in voga e quanto mai attuali per un presente di inarrivabile distopia.
In Genesi 3.0 non salviamo noi stessi, ma salviamo tutto il resto: la struttura interna, specchio del suo piccolo universo, un lessico che non ha paura di osare, una grande fluidità che ci porta per mano in una storia fatta di burocrazia opprimente, di corridoi affollati di teste e di schiene, di file per non si sa quale permesso scritto di fare cosa, di eiaculazioni ed evacuazioni che sono il contrario della gioia.
Tuttavia non mancano i momenti comici. Lo spauracchio, si sa, è sempre quello del potere, un Frankenstein sul quale non abbiamo più alcun controllo, lontano e inarrivabile; ma il potere è sempre un mostro spaventoso e insieme ridicolo nella sue insensatezze. Dietro le divise dei gerarchi, dietro gli eserciti di suore e soldati, e i palazzoni affossati di uffici e nomi incomprensibili, c’è sempre l’ombra del megadirettore del ragionier Fantozzi, o il pernacchio che parte dalla folla durante il discorso solenne ne I due marescialli (1961).
Roberta Rega
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