Teorie della comprensione profonda delle cose – Un estratto
Pubblichiamo oggi in anteprima un estratto da Teorie della comprensione profonda delle cose di Alfredo Palomba, edito da Wojtek edizioni.
Per questo, i cefali ringraziano di cuore l’autore e l’editore.
Le promesse del gufo
Il gufo era venuto a trovarlo proprio quella notte, comparendo sul davanzale della finestra aperta e guardandolo con un’espressione tale che a Toni erano accadute due cose contemporaneamente: il mal di stomaco era sparito e aveva deciso che sarebbe diventato un grande poeta. Un grande poeta pagato per scrivere poesie. Aveva preso atto del nuovo stato di cose, avvenuto in maniera simile all’esplosione di una supernova: un processo di accumulo, maturato nel tempo ma innescato e detonato in un secondo, irreversibile e di intensità devastante. Tutte le scorie erano state sbalzate via dal nucleo in cui Toni si era trasformato, una nana bianca di autocoscienza e determinazione. L’apparizione del gufo era coincisa con la sua illuminazione, con la visione limpida del futuro che lo attendeva.
I soldi, innanzitutto.
Fiumi di soldi, mucchi di banconote grosse e pretenziose da far frusciare soltanto per il gusto di sentire quel suono così appagante, totale. Soldi che si sarebbero trasformati in merce recapitata a casa dai grandi distributori invisibili dietro lo schermo del suo pc ormai vecchiotto, che avrebbe cambiato con un modello di ultima generazione.
Occhiali da sole tondi con i vetri blu e la montatura sottile, come li portava John Lennon.
Stecche di sigarette al mentolo, tante da non doversele mai più comprare.
“Si possono comprare le sigarette su internet?”, si era chiesto mentre il caleidoscopio mentale di oggetti che avrebbe potuto permettersi continuava la sua sfilata di marche e colori.
Anello con la pietra nera.
Abat-jour.
Le cose comparivano nella stanza, man mano che le immaginava e le nominava a fior di labbra. Il gufo, nel frattempo, si guardava attorno, ruotando la testa a scatti.
Cappotto di cachemire nero, costoso.
Scarpe scamosciate, costose.
Auto decappottabile rossa. Costosa.
Gliel’avrebbe fatta vedere, al Pelato. Lo avrebbe fatto impazzire di invidia.
Toni se ne stava steso sul lettino e guardava il gufo sul davanzale della finestra; un soffio d’aria leggera lo rinfrescava e gli dava modo di riflettere più lucidamente sulla direzione che avrebbe preso il corso della sua vita. Il gufo era bello grosso, a occhio e croce doveva essere lungo almeno una cinquantina di centimetri. Era tranquillo e lo osservava con occhi giallo-arancio; anche Toni era tranquillo e consapevole del valore catartico del momento. Non c’era pericolo, perché l’apparizione del gufo era un segno e i segni sono reali ma allo stesso tempo non lo sono, tuttavia – Toni ne era convinto – possono indicare la via da seguire, il proprio destino, addirittura. Toni guardava il gufo e si chiedeva quali sarebbero stati i suoi colori alla luce del giorno. Il pensiero gli era passato per la testa tra l’immagine della penna d’oro che avrebbe portato sempre con sé per firmare gli autografi e un armadio pieno di sciarpe costose, di seta o lana buona.
Alta sartoria.
Pranzi e cene sempre in ristorante.
Le luci di Paesone salivano fino alla finestra della mansarda in cui viveva Toni, che non dormiva bene da mesi, preda di un costante mal di stomaco del quale doveva ringraziare il Pelato. Sarebbe andato volentieri ad affacciarsi per cercare già l’ispirazione ma aveva paura di far volare via l’uccello. Se quello era un sogno, doveva durare il più a lungo possibile.
«Un sogno reale come un gufo di notte», aveva pensato ad alta vocee gli era sembrato un bel verso, come se la linfa della poesia avesse già preso a scorrergli nelle vene.
Se si fosse reso conto, svegliandosi, che era davvero solo una fantasia, forse la sensazione di vittoria e certezza sbocciatagli nello stomaco sarebbe andata via pure lei, lasciando di nuovo spazio al bruciore. Il gufo, però, non era scomparso e questo lo aveva rassicurato un tantino. Voleva che la sensazione continuasse, ormai era deciso a fare quello per cui era stato messo al mondo. Sarebbe diventato un grande poeta, un poeta famoso e tutti, leggendo le sue poesie, lo avrebbero adorato: gli innamorati si sarebbero recitati a vicenda i suoi versi, i fan, e soprattutto le fan, non gli avrebbero più dato tregua, non sarebbe più potuto uscire di casa senza travestirsi o circondarsi di guardie del corpo.
Forse la decappottabile non era una buona idea.
Sarebbe sempre apparso in pubblico vestito all’ultimo grido, per i reading e le presentazioni dei suoi libri, entrando in modo molto scenografico e procedendo con lentezza verso la postazione designata: una poltroncina in pelle con di fronte un tavolinetto di vetro basso, raffinato, o una specie di cattedra lunga, di quelle su cui si poggiano i microfoni e le bottigliette d’acqua offerte agli intellettuali più stimati.
L’entrata, l’entrata soprattutto, sarebbe stata fondamentale, così come la lentezza nell’incedere. La folla degli ammiratori che si apriva ad ala, il brusio della gente in attesa che si spegneva di botto appena il grande autore fosse arrivato lì. Toni avrebbe potuto ascoltare, durante la processione, qualche “Oh” di meraviglia e avvertire l’adrenalina che la sua sola presenza avrebbe prodotto negli spettatori. Poi, risvegliati da quell’incanto, mentre ancora Toni attraversava, tutti avrebbero applaudito lui, proprio lui, il centro dell’evento, il grande poeta.
Computer portatile nuovo, veloce, per scrivere.
Poltrona in pelle.
Il gufo se ne stava lì e continuava a muovere la testa a scatti.
Fica gemente e adulante da leccare e penetrare.
Anzitutto, avrebbe composto poesie. Si sentiva in grado di mettersi all’opera e, mentre una seconda ondata di consapevolezza lo attraversavadai capelli biondi fino ai piedi, gli era sembrato che il gufo annuisse. Aveva annuito davvero, Toni ne era convinto, e subito dopo era volato via, immergendosi nelle luci di Paesone, dalle quali era emerso per spingere Toni dritto verso il suo destino. Gli era parso di notare, sul davanzale, una forma che prima non c’era. Trovato il coraggio di alzarsi e raggiungere la finestra, in mutande e canottiera, Toni aveva osservato il misterioso artefatto. Il gufo aveva lasciato un escremento incredibilmente simile a uno stronzo umano che emanava un odore dolciastro di muschio e morte di piccoli animali. Mentre lo guardava, a Toni erano venute le lacrime agli occhi e un nodo alla gola.
C’era stato davvero.
Aveva lasciato una prova della sua presenza, per non fargli venire il dubbio che si fosse trattato solo di un sogno. Toni guardava Paesone, ora, addormentata e illuminata dalla luce dei lampioni: da quell’altezza, poteva vederne una buona fetta.
Nei pressi del municipio, a circa un paio di chilometri in linea d’aria, c’era una torre. Non ricordava di averla mai vista. Sembrava emettere una strana luminescenza, come se potesse assorbire la luce artificiale, renderla propria e restituirla all’ambiente in forma mediata, diversa. Sembrava una torre antica.
Sì, la poesia, tanto per cominciare. Centinaia di poesie, prevedeva Toni, chiudendo gli occhi. Ad accompagnare queste divinazioni, l’immagine del Pelato che soffriva e rosicava e lo odiava per il suo successo gli aveva causato una mezza erezione. Lo avrebbe umiliato con la sua arte. “C’è chi nasce con la camicia”, aveva scritto su Facebook ore prima, d’istinto, appena si era reso conto dell’irrimediabile tradimento del Pelato. A quella frecciata ne sarebbero seguite innumerevoli altre, se lo era ripromesso. Non doveva dargli tregua. Era tutto chiaro, nella sua mente.
Motocicletta.
Nella sua mente era tutto chiarissimo, ora.
Vive la Bohème!
Caraibi.
(C) 2019 Wojtek Edizioni
Alfredo Palomba, Teorie della comprensione profonda delle cose
in libreria dal 16 novembre



