Intervista a Tersite Rossi sulla nuova servitù della Gleba
Tra i fenomeni del nostro tempo, c’è ne uno che più di altri, ha caratterizzato gli ultimi decenni: la precarizzazione. E qui non serve aver visto tutta la filmografia di Ken Loach per capire che questo è un tema di primissima grandezza che ha messo drammaticamente in gioco i diritti fondamentali delle persone e ci fa muovere su un vasto territorio di conflitti, su cui si combattono quotidianamente battaglie invisibili, perché di difficile comprensione. Per esempio, le lotte dei riders o dei lavoratori Amazon che portano dentro sé l’opposizione forse insanabile tra tecnologica e sfruttamento – spesso brutale – delle persone. E in una società in cui l’ascensore sociale è guasto dai tempi della scala mobile, il risultato di questi conflitti è stato quello di amplificare a dismisura le disuguaglianze, creando una nuova classe sociale: la nuova servitù della gleba. Ne parla il collettivo Tersite Rossi, nel suo ultimo romanzo, che non a caso si chiama Gleba. Un intreccio di storie che contrappone alla lotta estenuante dei nuovi ultimi per la sopravvivenza, quella di chi, ad esempio, frequenta una scuola di élite in cui si allena la nuova classe dirigente al controllo maniacale delle emozioni. Ma bando alle ciance, per scoprire di più sulla nuova gleba non ci resta che fare quattro chiacchiere con gli autori.
Ciao ragazzi, benvenuti su Una banda di cefali. Nel vostro romanzo, a partire dal titolo, è fortissimo il messaggio di critica sociale. Nel medioevo la servitù della gleba legava il contadino a un determinato terreno. La nuova gleba di cui parlate nel libro a cosa è legata? Quanto ognuno di noi è asservito al Potere con la P maiuscola?
La nuova servitù della Gleba è legata principalmente all’immaginario del T.I.N.A., ovvero del “non c’è alternativa”. È un immaginario pericoloso perché riduce i fenomeni storici e umani a fenomeni naturali e ci rende sia impotenti che apatici. Del resto, se non c’è alternativa allo stato delle cose, perché mai dovremmo opporci? Oggi percepiamo questa impotenza e questa apatia, che riduce e annulla qualsiasi velleità di cambiamento. Eppure il T.I.N.A. non è caduto dal cielo inaspettatamente, ma rappresenta una delle armi che i sostenitori di un modello liberale e liberista ipercompetitivo hanno usato per far accettare la loro visione del mondo. Non stiamo parlando di “complotti da grande vecchio” o paccottiglia simile, ma della vecchia e mai superata “lotta di classe”. Pensare che la società sia pacifica e rappacificata è ridicolo. Ci sono classi diverse, con interessi diversi e strumenti di azione altrettanto diversi. Ridurre la mentalità alla logica del merito “naturale” è stato un punto messo a segno dalla classe più agiata a scapito delle altre. La nuova servitù della gleba è quella di un Potere suadente che sorride a tutti e suggerisce: “supera l’altro e mostra che meriti di più”.
Il servo della gleba non è quindi quello raccontato da Elio e le storie tese, ma bensì un moderno schiavo sociale, figlio della grande contraddizione dei nostri tempi, iniziata più di vent’anni fa con le varie riforme del lavoro e che ha visto una generazione in particolare – quella dei trentenni/quarantenni – accettare passivamente la precarizzazione, la riduzione progressiva dei salari e dei diritti e senza quasi battere ciglio. Come ve la siete spiegata questa mancanza quasi totale di reazione?
È proprio nel tentativo di trovare una spiegazione a questo grosso interrogativo che abbiamo scritto Gleba, per cui ti rispondiamo molto volentieri. In questi mesi abbiamo sempre fatto il paragone tra la grande reazione allo sfruttamento del lavoro di fine anni Sessanta, ovvero l’autunno caldo che portò a conquiste importanti come lo statuto dei lavoratori, e la mancata reazione dei nostri giorni, nonostante le condizioni del lavoro siano in questi ultimi quindici, vent’anni peggiorate fino al punto di tornare a somigliare a quelle di cinquant’anni fa. E a nostro avviso i motivi di questa mancata reazione vanno ricondotti a una molteplicità di fattori. La scuola, che da luogo di trasmissione della conoscenza per formare cittadini autonomi e consapevoli si sta trasformando in luogo di trasmissione di semplici istruzioni che finiscono per formare individui incapaci di analisi critica, destinati a svolgere una mera funzione d’ingranaggio. L’informazione dai ritmi eccessivi che ormai è solo sovrainformazione, nella quale non si riesce più a separare la sostanza dall’inezia, che ci porta a essere informati di tutto senza conoscere niente. E infine le nuove tecnologie, che dovevano liberarci, aiutarci a partecipare meglio alla vita sociale e politica, e che invece non hanno fatto altro che renderci ulteriormente schiavi del futile, del vacuo, dell’apparenza, impedendoci a loro volta di capirci davvero qualcosa.
Gleba è un romanzo contemporaneo che racconta però temi senza tempo, come l’eterna lotta tra gli uomini per il potere. Questo rende sempre attuali le battaglie per il contropotere e il rischio legato alla deriva brigatista?
Come dicevamo prima, la “battaglia” per il potere è nata con le società umane e quindi è piuttosto sciocco pensare che oggi sia sparita. La deriva brigatista è stata soltanto una delle molteplici possibili facce di questa battaglia che, dopo aver dimostrato l’inesorabile fallimento negli anni Settanta e Ottanta, oggi, slegata dall’ideologia marxista-leninista da cui prese spunto, risulterebbe persino grottesca e rappresenterebbe lo sbocco di una rabbia individuale, solipsistica, solitaria. Insomma, un contenitore vuoto, deideologizzato, da riempire con l’odio.
Cos’è Freeda?
Nel nostro romanzo, Freeda è una app. Serve a fare sesso sicuro, ma non nel senso sanitario del termine, bensì legale: chi la scarica, dà il proprio consenso ai rapporti sessuali con chi l’ha scaricata a sua volta, e a quel punto non potrà più denunciare il partner per molestie. Un’aberrazione grottesca che abbiamo voluto inserire nel romanzo per affrontare insieme due questioni: quella delle nuove tecnologie che, a colpi di app, ci stanno privando delle nostre volontà oltre che dei nostri dati; e quella del sesso, che, nella società di oggi, tutta immagine e ipocrisia, è un tabù paradossale: mai di sesso è stato possibile dire e soprattutto vedere tanto come oggi, eppure assistiamo di continuo a rigurgiti sessuofobici (di cui i femminicidi sono solo la punta dell’iceberg). Anche in questo senso la scelta, come nel lavoro, è tra vivere e servire: vivere il sesso con naturalezza e consapevolezza, oppure in modo agito, strumentale.
A distanza di 10 anni dall’uscita di È già sera, tutto è finito, il vostro primo romanzo, avete lanciato un crowdfunding per la realizzazione di un audiolibro. Come mai questa idea e come sta andando il progetto?
È già sera, tutto è finito, come tutti i primi amori, non si scorda mai. Inoltre, è stato un romanzo che ha pagato lo scotto di essere il primo e quindi di non beneficiare della notorietà che hanno avuto i successivi tre, benché per molti che lo lessero rimanga ancora il più emozionante. Per questo meritava una seconda vita e abbiamo deciso di dargliela nella nuova veste dell’audiolibro, un sistema di fruizione della lettura che coinvolge milioni di italiani e che non si può più snobbare. Lanciare un crowdfunding è stato, di fatto, lanciare una sfida al nostro pubblico, che ha risposto con grande entusiasmo, tanto che in pochi giorni abbiamo raggiunto la cifra necessaria alla produzione professionale dell’audiolibro, che pensiamo sarà ultimato entro fine anno.
La curiosità è cefala, per cui concedetemi quest’ultima domanda. Avete già un’idea di quale sarà il nuovo fronte di guerra che i Tersite Rossi esploreranno nel prossimo romanzo?
Ce n’è più d’uno. Il tema del diverso. E quello dell’estinzione. La domanda di partenza, in tutti i casi, potrebbe essere: cosa ci rende umani? Vasto programma, speriamo di non perderci… Non è detto, oltretutto, che affronteremo il lavoro nel consueto assetto. Di certo, col consueto obiettivo: fare narrativa partendo dal reale, per guardarlo da un punto di vista diagonale, da sotto in su, e così metterlo in discussione.
Intervista a cura di Fabio D’Angelo




