Noi non abbiamo colpa di Marta Zura Puntaroni
Ritorno a casa
C’è, nel senso che esiste un fenomeno, talmente evidente che può coglierlo anche chi come me non si è mai mosso da qui, cioè dalla provincia agronolana. Mi riferisco alla sindrome da ritorno a casa: una rivoluzione sentimental-esistenziale, che ciclicamente, magari in presenza di feste comandate, coinvolge un numero significativo di persone, richiamate da un qualcosa di ancestrale che può essere riassunto nella frase “La casa è sempre la casa”. D’Altronde le case sono un bene immobile, perché non possono essere trasportate. Ferme, fisse per definizione. La vita no, per cui a cambiare è tutto il resto: i genitori che invecchiano, gli amici che crescono e mettono su famiglia, i bar che chiudono e ci si sposta a bere in posti nuovi. Ma soprattutto, cambiamo noi. Come spiegano bene gli Afterhours nella canzone Ritorno a casa e Marta Zura Puntaroni nel suo nuovo romanzo Noi non abbiamo colpa (Minimum fax).
Scrivere della tua vita
“Dov’eri quando?, Chernobyl, la caduta del muro di Berlino, il primo allunaggio, il rapimento di Moro, la strage di Piazza Fontana, Alfredino dentro al pozzo. Dov’ero? Ero A Fontenova, rispondeva sempre Antea”.
Il racconto ruota intorno alla vita quotidiana di Marta, di sua madre Antea e di sua nonna materna Carlantonia – tre generazioni di donne che finiscono con l’essere messe a confronto – durante uno dei ritorni periodici nella casa materna e paterna della scrittrice. Il paese, un borgo delle Marche ferito dal terremoto che colpì il Centro Italia qualche anno fa, rappresenta per Marta un posto sicuro in cui tutto sembrava uguale a se stesso, perché perfettamente immobile e impermeabile a qualunque evento epocale. Ma a rompere l’immutabilità del posto, a spostare gli equilibri, sarà la malattia che aggredisce Carlantonia: l’Alzheimer che con un lento disfacimento finisce col cancellare la memoria e la personalità della donna. La malattia della nonna accentua il senso di precarietà e di inadeguatezza della figlia e della nipote, per cui a Marta viene facile trovare riparo nel passato. Marta Zura Puntaroni fa parlare i ricordi, la vista e l’olfatto che colgono i cambiamenti da corpo vivo a corpo vecchio della nonna: come l’odore di mughetto sostituito da quello di vecchio, che sa di sudore e colla dei denti. Il ricordo di Carlantonia è quello di una donna sostanzialmente triste e incapace di apprezzare le gioie della vita. Per cui “sei come tua nonna”, diventa per Marta una sorta di offesa mortale, da lavare col sangue.
Ma la malattia stravolge soprattutto il rapporto madre-figlia: Marta scopre tutte le fragilità della mamma che sbatte contro la propria incapacità di badare alla madre, allo stesso modo di come Carlantonia avrebbe fatto con lei e con la nipote. Delega l’incombenza di assistere l’anziana a una stuola di badanti straniere che resistono il tempo di uno yogurt.
È la tua storia, questo solo conta
In Noi non abbiamo colpa c’è il disagio della madre e la malattia della nonna. Ci sono i ricordi che riaffiorano legati alle persone e ai posti. C’è la lingua veloce che racconta di odori, posti, amicizie, spazi, sogni. C’è l’occhio che cade sulle fessure provocate dal terremoto e dalla malattia. C’è il confronto fra tre generazioni di donne, ci sono i limiti, i fallimenti e i primi bilanci di vita. C’è il coraggio di raccontare una storia, che è la sua storia e questo solo conta.
Fabio D’Angelo
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