Maradona. Non sarò mai un uomo comune
Io non voglio l’agendina di Minà, voglio la sua empatia.
Dici “Gianni Minà” e parte quasi spontanea la voglia di parlare per ore della sua agendina e dello sketch di Massimo Troisi che rese una rubrica telefonica oggetto metafisico. Potrei, ma non lo faccio. E non per snobismo, sia chiaro. Il punto è che Maradona. Non sarò mai un uomo comune (Minimum fax, 2021), rende chiaro un fatto: a cosa serve avere l’agendina telefonica di Gianni Minà se non sei Gianni Minà?
Oppure, detta in modo più semplice: a cosa serve avere il numero di telefono di Al Pacino se non hai la capacità – direi unica – di Minà di riconoscere il genio, il talento e al tempo stesso di cogliere e rispettare il tratto umano del personaggio che hai di fronte? Sono cose che non insegnano né a scuola e né a un corso di giornalismo: o ce l’hai o no. E questa cosa l’ha capita a sue spese Luigi De Magistris, il sindaco di Napoli, quando chiamò proprio Al – Al Pacino – e trovò sempre occupato.
Io non voglio fare il giornalista, voglio fare il Gianni Minà
Esiste quindi il giornalismo e il gianniminaismo. Che differenza c’è tra le due cose? Tutto o quasi, visto che l’unico elemento di unione è proprio Gianni Minà e lo si capisce sfogliando i numerosi articoli e le interviste contenute in Maradona. Non sarò mai un uomo comune. A questo libro va riconosciuto un merito immediato: riuscire a mettere ordine in una storia complessa e caotica. Ma il suo pregio maggiore è sicuramente quello di cristallizzare un legame fortissimo d’amicizia: quello tra il fuoriclasse e il cronista, nato con l’arrivo di Maradona a Napoli e che si consolida poi con il Mundial del 1986 vinto dall’Argentina in Messico. Non per niente, Gianni Minà è forse l’unica persona al mondo da cui Maradona si sia veramente fatto raccontare. Il perché va ricercato nella straordinaria capacità del cronista di vestire i panni dell’amico che ascolta, che ti comprende e ti consiglia, ti aiuta, che non ti punta il dito e non ti vende ai giornali per uno scoop. A questo punto potrete chiedermi: e il diritto di cronaca e il compito del giornalista dove lo mettiamo? É proprio qui che vi volevo, perché è proprio qui che si fa più netta la distinzione tra giornalismo e gianniminaismo. Qualcun* ricorderà la vicenda di Zazzaroni e della sua amicizia ventennale con Mihajlovic, mandata in frantumi per uno scoop giornalistico. Il direttore del Corriere dello Sport disse poi: “Ho fatto il giornalista e non l’amico, oggi non lo rifarei”. Gianni Minà non avrebbe mai commesso questo errore. Minà non ha mai tradito la fiducia dell’amico, per il semplice fatto che voleva bene a Maradona in modo sincero.
Il calcio al tempo di Diego
“Questo ragazzo che ha dato tanto al football e all’allegria dei tifosi di questo sport è venuto a chiedere aiuto per la sua salute. Stupisce che pochi gli abbiano voluto dare una mano. Visto che non ci ha pensato il mondo del mercato, lo facciamo noi” Fidel Castro
Minà non ha mai deluso la fiducia del fuoriclasse argentino e forse per questo è riuscito raccontarlo come nessun altro sarebbe mai riuscito a farlo: liberandolo dal peso degli abiti di divinità calcistica, di simbolo religioso idolatrato un po’ ovunque nel mondo, rendendolo finalmente umano. La parabola di Maradona ricostruita da Minà è quella incredibile di un bambino povero, nato in uno dei buchi di culo del mondo. Il Diego di Minà emerge perché caricato a molle dal talento e da un sentimento che sa di rabbia e rivalsa sociale, come dimostra quel video di un Maradona ragazzino prodigio, intervistato per la prima volta. Guardatelo, fatelo con attenzione. Capirete quanto fosse chiaro sin da subito che quel tipino sveglio sarebbe stato in grado di attivare l’ascensore sociale in un Paese e in un Continente in cui gli ascensori erano tutti guasti. Quel ragazzino scelse di prendere le scale, riuscendo così a esaudire il suo sogno di bambino: “Quello è stato il gol che sognano tutti, non soltanto io. Quando ho dribblato Shilton, il loro portiere, e ho visto Butcher arrivare sulla mia destra, già sapevo che avrei segnato, e che quel gol non me lo poteva togliere nessuno. Ho capito di aver fatto il gol che sognavo da piccolo, prima ancora di giocare in prima squadra, prima di uscire dal mio rione”.
“Giocò, vinse, pisciò, fu sconfitto”
Il calcio al tempo di Diego è fatto di vittorie sportive incredibili, di tonfi clamorosi, di rinascite miracolose e di ricadute tremende. Di fango e polvere, di chili persi e presi alla velocità della luce: ne perse quasi 25 in pochi mesi nel 1994 per partecipare al Mondiale in USA. Di dipendenze e di demoni interiori da affrontare, di solitudine, una grandissima, enorme, immensa solitudine. Maradona era solo a Barcellona: solo contro i baschi dell’Athletic Bilbao che gli avevano massacrato una gamba e condannato a una vita sportiva di cortisone. Solo a Napoli, quando, accerchiato dall’affetto fanatico dei fans, lanciò la sua crociata contro i padroni del calcio. Castrista dichiarato, fu solo in ogni sua battaglia politica combattuta fuori dal campo. Solo in Patria, come quando si schierò al fianco delle madri di Plaza de Mayo contro l’indulto per i generali assassini. Solo anche alla fine, quando fu abbandonato persino dai suoi medici. Il libro di Minà è bellissimo e spietato, nella misura in cui di mostra come la traiettoria del Dio sporco che ci assomiglia, il più umano degli dei, come lo definì Galeano, non poteva essere diverso da quello che è stata. Un uomo condannato a un finale che richiama alla mente Philip Marlowe, de Il lungo addio di Raymond Chandler quando dice: “Arrivederci amico, non le dico addio. Gliel’ho detto quando aveva un senso. Gliel’ho detto quando ero triste, solitario e alla fine”.
Fabio D’Angelo




