Giuliano Giuliani, più solo di un portiere
“Il portiere è un solitario. Condannato a guardare la partita da lontano. Senza muoversi dalla porta attende in solitudine, fra i tre pali, la sua fucilazione.” (Eduardo Galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio)
Un panda da preservare
Il portiere di calcio è un panda, un lupo solitario, un’eccezione da preservare. E badate bene, questi non sono luoghi comuni, perché tra le infinite forme di solitudine, quella del portiere di calcio è assolutamente unica e in grado di condensare in sé una condizione umana che un bambino finisce con l’imparare nel cortile di casa prima dell’alfabeto e delle tabelline.
Regola numero uno del calcio di strada
A cosa servono i palloni/incastrati sotto le marmitte/ a ricordare quando fuori/si giocava fra le 127. (Samuele Bersani, Che Vita)
Quando, con un Supersantos in mano, un bambino dovrà fare i conti con la regola numero uno del calcio da strada: un mix tra bullismo e body shaming, per cui in porta va sempre uno tra il più piccolo di età, il più scarso o il più in carne. Una legge che – come per George Mcfly di Ritorno al Futuro – può finire col trasformare il più goffo in una specie di supereroe. Una figura mitologica, eccentrica, non allineata, anticonformista, carismatica, capace di volare e parare tutto. Come la Pantera nera Jašin, Gianluigi Buffon, Sepp Maier, i portieri attaccanti Chilavert e Higuita, Garella Garellik che parava solo con i piedi o Gordon Banks, l’autore della parata del secolo. A questa categoria appartiene di diritto anche Giuliano Giuliani, il protagonista del libro di Paolo Tomaselli – Giuliano Giuliani, più solo di un portiere – pubblicato da 66thand2nd.
Chiedimi chi era Giuliano Giuliani
Il libro inizia con una lettera scritta da un Tomaselli bambino, dedicata al suo eroe calcistico dell’epoca: Giuliano Giuliani, il numero uno del Verona campione d’Italia. Detta così, potrebbe sembrare la premessa di un libro carico di facile retorica ma non è così: la lettera è una suggestione. Serve a Tomaselli per dare inizio a un’indagine scrupolosa che ricostruisce, attraverso numerose testimonianze, la vita del suo mito da bambino.
Sliding Doors
Un carattere forgiato da un’infanzia dolorosissima che finì con l’insegnare a Giuliani i principi fondamentali per essere un gran portiere: cadere, rialzarsi, saltare, tuffarsi, così all’infinito. Un loop che lo inseguì per tutta la vita, facendolo oscillare tra grandissime parate e sconfitte feroci. Come la sua sfida personale contro Maradona. Dal Pibe de Oro, in un Napoli-Verona, subì un goal clamoroso: un pallonetto da quaranta metri di distanza che toccò il palo interno e andò in rete. Roba che avrebbe stroncato l’autostima e la carriera di chiunque. Non quelle di Giuliani, però, che dopo quel goal parò a Maradona ben due rigori, guadagnando la stima e il rispetto del D10s, che per non averlo più come avversario, lo consigliò alla società per sostituire Garella. L’anno è il 1988 e per Giuliano Giuliani arrivò l’occasione della vita.
Il Napoli e Maradona
Giuliani con Maradona vinse uno Scudetto e una Coppa Uefa, distinguendosi in quel gruppo per il suo stare fuori dai riflettori. Preferì alla vita notturna dissoluta con Diego la famiglia e gli interessi extracalcistici, come quello per la pittura, che lo portò ad aprire una galleria d’arte a Como.
Il destino del portiere
Un’esistenza finalmente tranquilla, fino alla scoperta della sieropositività, forse contratta in Argentina durante i festeggiamenti per il matrimonio di Maradona, che lo portarono a morire di AIDS solo e abbandonato da tutto il suo mondo, relegato da una malattia che incuteva paure e pregiudizi in una sorta di damnatio memoriae. Una fine drammatica e ingiusta che può trovare una spiegazione nel calcio metafora della vita. Perché nessun errore sotto porta di un attaccante, nessun pallone perso di un centrocampista, nessun retropassaggio azzardato di un difensore, possono avere le stesse conseguenze catastrofiche di una papera del portiere. Giuliano Giuliani sapeva bene questo. Come tutti i portieri aveva imparato a ricevere applausi per un volo spettacolare fatto per rimediare a una posizione sbagliata, a non aspettarsi elogi per una parata di posizione e a essere massacrato per ogni errore commesso. Questo comporta essere portiere, questo era il suo destino.
Fabio D’Angelo




