Adorazione di Alice Urciuolo
Adorazione di Alice Urciuolo (edito da 66thand2nd) è un romanzo di formazione a più voci. Così come in una serie tv l’occhio della telecamera segue le vicende dei singoli personaggi passando fluidamente da un campo all’altro, allo stesso modo in questa narrazione il punto di vista segue gli adolescenti protagonisti cambiando di volta in volta. C’è Diana, 16 anni, traumatizzata da una grossa voglia che le copre la coscia e il sedere, di cui si vergogna tanto che nessuno l’ha mai vista nuda, in palestra o al mare. L’idea di bruttezza ce l’ha sin da quando era piccola, poiché con la madre, Diletta, ha passato il tempo a commentare l’aspetto delle donne, “studiava le clienti che venivano al ristorante e poi commentava con lei il loro aspetto, Diana sapeva perfettamente quali erano quelle che Diletta considerava bellissime, perché erano tutte fatte in un certo modo. Ormai si era abituata a classificarle: c’erano quelle fatte in un certo modo e poi c’erano le altre – lei faceva parte delle altre”. La sua migliore amica è Vera. Vera è noncurante e nessuno osa sfidarla, al contrario di Diana che ha paura della sua ombra, “eppure stavano sempre insieme, come se per loro semplicemente non esistesse altra possibilità, altra scelta”. Giorgio, il fratello di Vera, ha 18 anni, è il più sensibile del gruppo e piace molto a Diana. Sua cugina si chiama Vanessa, una ragazza che nel pieno della fase culminante dell’adolescenza affronta una delle ultime estati da liceale e contro il parere di tutti decide di iniziare a lavorare. Vanessa “adesso era grande, era libera, era sola, e non aveva mai avuto così paura”. Ed è proprio lei che nel romanzo prende le decisioni più importanti sulla sua vita, tanto che a un certo punto si chiede “come avrebbe fatto a camminare senza nessuna stampella, senza nessun appoggio, senza nessuna sicurezza? Ce l’avrebbe fatta ad affrontare tutto da sola? Avrebbe voluto qualcuno da chiamare, come quando da piccola cadeva per terra e suo padre veniva e la prendeva in braccio, ma adesso era diventata troppo grande e non c’era più nessuno che fosse in grado di sollevarla”. Poi, insieme ad altri personaggi satelliti di una enorme galassia, c’è Christian, che affronta la depressione della madre, “una cosa che non esisteva o non si doveva dire”. In questo lo aiuta la dolce fidanzata Teresa, ma lui intanto inizia a vedere in Vera qualcosa che lo attrae irrimediabilmente. Le trame dei singoli personaggi sono tante e ognuna potrebbe essere un romanzo a sé, pur non arrivando a conclusione (le vicende della vita non sono mai definitive, d’altronde) ciascuna parabola raggiunge il suo culmine e il lettore vede i personaggi cambiare a poco a poco. Lo sfondo in cui si muove la narrazione è la provincia dell’Agro pontino. Per i giovani protagonisti della storia Pontinia è un luogo chiuso, quasi asfissiante, il mondo vero sembra accadere altrove. Diana e Vera, quando prendono il cotral per andare al liceo, a Latina, “dopo mezz’ora di viaggio si ritrovavano in un altro mondo, quello delle compagne di classe di Latina che nella trousse avevano il mascara di Kylie cosmetics, che andavano dal parrucchiere a farsi la messa in piega tutti i weekend e che a settembre parlavano di vacanze in Kenya o in altri posti così.” La provincia in cui vivono si anima solo in estate. “Quasi non ci credevi che, superate le migliare, le case di cemento finite solo per metà, gli indiani con il turbante che raccoglievano tutto il giorno i pomodori e i kiwi per una miseria, a un certo punto davanti a te si aprisse il mare. Perché nell’Agro pontino non c’era niente se non la campagna e il cemento, ma in fondo, alla fine, trovavi il mare di Sabaudia, e ci venivano pure i vip.” Dopo Pontinia c’è il “fuori” e ognuno dei protagonisti “non sapeva cosa c’era fuori”. Ma da quel fuori qualcuno arriva, nella provincia, luogo di vacanze. E l’altro è un nuovo punto di vista, come ben comprende Vanessa quando finalmente incontrerà Arianna e conoscerà tramite lei sé stessa.
Il vero evento centrale da cui trae origine la narrazione è un evento che non avviene nella messa in scena del romanzo, ma poco prima. Si tratta di un femminicidio. Elena, una adolescente del gruppo, è stata uccisa l’estate prima dal fidanzato Enrico. Questo sconvolge tutto il gruppo e di fatto il romanzo segue le reazioni di ciascun personaggio a questo evento. Lasciati senza spiegazioni, perché i grandi non hanno saputo parlarne, i giovani protagonisti hanno dovuto rispondere da soli alle loro domande. Vanessa era la migliore amica di Elena, ed è forse quella più lucida nella riflessione sulla sua morte: “Elena era stata ammazzata il 3 agosto dell’anno scorso, erano passati dieci mesi e tutti sembravano essersi lasciati il fatto alle spalle. Il caso era stato risolto presto, i giornali avevano smesso di scriverne, il tg non ne aveva più parlato, e adesso tutti non vedevano l’ora di riprendersi la loro vita e divertirsi, ma lei no. A lei Elena mancava come il primo giorno, e se pensava al futuro vedeva solo nero, come se non ci fosse più una via d’uscita”. Vanessa soprattutto si sente in colpa per non aver colto i segnali che preannunciavano la violenza di Enrico. “Non ti sembra di essere troppo nuda” aveva detto Enrico a Elena quando si era fatta cucire una gonna dalla nonna di Vanessa, mortificandola. Perciò a volte Vanessa aveva detto a Elena che i suoi comportamenti non erano normali, ma “quando Elena le rispondeva che Enrico era solo un po’ troppo geloso e un po’ troppo insicuro, anche lei si convinceva che fosse tutto sotto controllo”. E d’altronde: “’Sono fatti loro, noi non ci immischiamo’ diceva sempre Manuela. E lei si era comportata esattamente come sua madre”. Enrico era un tipo serio, che frequentava l’università, un tipo normale, “non era aggressivo, non era un capetto”. Era parte del gruppo, ma pure Giorgio aveva ricostruito le situazioni d’allarme. Enrico chiedeva a Elena la password dei suoi account, Elena doveva chiedergli il permesso pure per andare a studiare dagli amici, Enrico la videochiamava per accertarsi di dove fosse. Giorgio aveva pensato che Enrico “era un insicuro, un insicuro troppo geloso, ma non avrebbe mai immaginato che potesse essere un vero pericolo”.
Eppure “per Enrico Elena era la Madonna”. Questo pensano gli amici del gruppo, e non si spiegano come una tale adorazione possa sfociare in una violenza estrema. Il fulcro del romanzo di Urciuolo è tutto qui. L’adorazione uccide, metaforicamente e non. Psicologicamente e fisicamente. Nel momento in cui si adora una persona non si fa altro che idealizzarla e cristallizzarla in una idea che ci siamo fatti, e da cui non può più scappare e a cui non può più venir meno. Elena ha subìto questa adorazione e ne ha pagato un prezzo altissimo. Nella narrazione che seguiamo è Vanessa quella che più di tutte è al centro di una adorazione, da parte del fidanzato Gianmarco ma non solo. Vanessa non vuole festeggiare il suo diciottesimo compleanno, troppo triste per la morte della migliore amica, la madre Manuela insiste e organizza con Gianmarco una festa a sorpresa. Stanno insieme da quattro anni e Manuela lo “venera” perché è figlio dei Crociara, la famiglia perfetta, “sani, ricchi e felici”. Inoltre “Gianmarco viveva solo per Vanessa”, “sarebbe stato pronto a darle qualsiasi cosa”, “le agitava davanti tutti i giochi possibili” trattandola come una bambina da distrarre quando lei pensava alla sua amica Elena. La mattina dei 18 anni lui ha caricato la golf nera di rose rosse. Sembra tutto perfetto da fuori: “la bella macchina, il fidanzato innamorato, lei che lo guardava dal balcone”. Ma per Vanessa è tutto sbagliato, riesce a provare solo tenerezza. “Da quando stavano insieme l’aveva sempre messa al centro di tutto, ed era sincero nel suo tentativo di renderla felice, il problema era che lui non l’ascoltava davvero e per renderla felice faceva sempre a modo suo, e questo era ancora peggio che non fare niente”. Vanessa si sente “una spettatrice ignara”. “Quante volte aveva nascosto quello che provava dietro a un sorriso che non turbasse nessuno, che sopisse ogni contrasto?” Perché da lei ci si aspetta questo, che zitta e buona si senta fortunata ad avere un fidanzato perfetto, in una famiglia perfetta, nella quale potrà diventare una moglie perfetta. Ma anche Vera, pur molto giovane, sa che cosa significhi essere adorata, e quanto ciò la faccia sentire in gabbia. Pensa a un ex, che la riteneva perfetta, una dea, da compiacere in tutto. “Possibile che non ci fossero sfumature, che esistessero solo la sopraffazione e la violenza (…) o la protezione oltre ogni soglia ragionevole, protezione che alla fine era un’altra forma di sopraffazione?” si chiede. L’adorazione può diventare sopraffazione. Per difendersi da ciò serve una vera e propria educazione sentimentale, un alfabeto delle emozioni. Questo è l’altro punto chiave del romanzo. Nel romanzo è evidente infatti la mancanza di adulti in grado di guidare gli adolescenti, i grandi sono del tutto assenti e incapaci di guidare i loro figli. Per quanto riguarda il femminicidio di Elena, gli adulti la chiamano “la brutta cosa”, e in un anno “nessuno dei grandi aveva parlato con loro”. E se manca questa educazione sentimentale allora “come fai a capire se una cosati fa male o ti fa bene?”, chiede Vera a Vanessa. A quello che è successo a Elena Vera ci è dovuta arrivare da sola, perché i grandi avevano evitato l’argomento, ritenendola una bambina che non può capire. Sempre Vera arriva a pensare che “forse, se qualcuno si fosse preso la briga di parlarle, se qualcuno le avesse spiegato che cosa era amore e cosa no, forse lei sarebbe stata in grado di evitare un sacco di cose”. E come lei tante donne, fuori e dentro al libro, ma anche tanti uomini. Iconica è a questo proposito la situazione di Giorgio. Giorgio a un certo punto del romanzo si trova a passare il limite con una ragazza. Proprio Giorgio, il più sensibile, il più riflessivo, “lo sapeva quello che era successo, come si chiamava quello che aveva fatto.” “Aveva sempre pensato che a differenza di Enrico lui non avrebbe mai fatto del male a nessuna ragazza, invece l’aveva fatto, e non se n’era neanche accorto, non aveva voluto accorgersene”.
Passare dal lato della sopraffazione, ci sembra dire l’autrice, è estremamente facile e solo una educazione sentimentale, fin dall’adolescenza e anche prima, può cambiare le cose. Riconoscere la rabbia in sé stessi e negli altri, liberarsi dall’analfabetismo emotivo, essere in grado di distinguere cosa fa bene e cosa fa male, forse può essere un primo passo per proteggere le donne dalle violenze psicologiche e fisiche che subiscono ogni giorno. Dal primo momento che ho aperto questo libro e per buona parte della mia iniziale lettura, ho pensato che questo romanzo fosse decisamente troppo lungo. In più, non essendoci un intreccio vero e proprio, la voglia di sfogliare le pagine e andare avanti era poca, ma poi ne ho apprezzato l’impianto e mi sono affezionata ai personaggi. L’ho aperto ogni volta come si inizia la nuova puntata di una serie tv che segui da tempo, con la curiosità di sapere a che punto della loro vita erano arrivati i personaggi e cosa di nuovo avrebbero scoperto su loro stessi. Ma ciò che ho apprezzato più di tutto è stata la capacità di Urciuolo di mostrare le criticità dei rapporti adulti/adolescenti, uomo/donna, provincia/città senza essere didattica e didascalica, ma portandoci dentro il lettore, facendo vivere al lettore queste criticità senza dirglielo apertamente. Non c’è retorica in Adorazione, ma quello che vuole dire arriva dritto e preciso.
Donatella De Tora




