Heaven di Mieko Kawakami
Heaven (edizioni e/o, 2021, traduzione di Gianluca Coci) è un romanzo di Mieko Kawakami (autrice giapponese del bestseller Seni e uova) pubblicato per la prima volta nel 2009, in Giappone.
Lo strillo della quarta di copertina mette subito in luce le due tematiche portanti del testo: il bullismo e l’amicizia. Questo romanzo è infatti il tentativo da parte dell’autrice di indagare, attraverso una storia tristemente comune, il significato della violenza.
“Un giorno, verso la fine di aprile, trovai un bigliettino nel portapenne. Era infilato tra due matite, dritto come se fosse in piedi. Lo aprii e lo lessi. C’era scritto: Io e te siamo uguali. Nient’altro.”
Ambientato all’inizio degli anni Novanta, in una scuola media giapponese, l’intreccio ha come protagonista un ragazzo di 14 anni (di cui non viene mai fatto il nome), maltrattato dai suoi compagni a causa del suo strabismo. Di questi maltrattamenti il protagonista ci parla in maniera pacata ma straziante, entrando spesso nei dettagli in maniera quasi scientifica. Questo distacco fa parte della sua strategia di sopravvivenza, che lo porta a sperare che ogni giorno finisca il più rapidamente possibile e senza lasciare tracce nell’animo. Un giorno, nella sua quotidianità fatta di calci, schiaffi e colpi con i flauti in plastica da parte di Ninomiya e i suoi amici, irrompono dei bigliettini misteriosi. Essi rappresentano per il protagonista una “piccola fonte di gioia” in “un mondo pieno di angoscia e tormento” e danno l’avvio alla storia nel momento in cui in uno dei bigliettini al ragazzo viene chiesto un appuntamento.
“Ero convinto che all’appuntamento avrei trovato ad attendermi Ninomiya e i suoi guardaspalle. Immaginavo già la scena: loro che saltavano fuori dall’ombra e si piegavano in due dalle risate, urlando che ero il solito sfigato e prendendomi a spintoni. Non potevo fare a meno di pensare che facesse tutto parte di un nuovo piano malvagio, escogitato per sottopormi all’ennesima serie di angherie. Al contempo non riuscivo a fare finta di non aver mai ricevuto quel messaggio. Ormai nella mia testa non c’era altro.”
E invece stavolta nessun piano malvagio è stato ordito alle spalle del protagonista. Davanti si ritrova Kojima, una compagna di classe, che tutti prendono in giro dicendo che è lurida e brutta. Tra i due scatta subito un intimo riconoscimento che dà il via a una amicizia a tratti filosofica, sicuramente molto confortante per entrambi. A partire dal giorno dell’incontro ai giardini della Balena, infatti, il protagonista e Kojima iniziano uno scambio epistolare segreto, nascondendosi le lettere sotto i banchi con il nastro adesivo, evadendo dalla comune sofferenza, creando un mondo semplice che è solo loro.
“Quando arrivammo alla stazione tutto era disperatamente uguale a prima. La sera si avvicinava e le nostre ombre si allungavano sbiadite sull’asfalto. Niente sembrava avere senso. L’estate di poco prima, quando eravamo seduti sulla panchina fuori dal museo, e quella che ci aspettava nel nostro quartiere e nelle nostre case sembravano del tutto diverse, come se non fossero composte degli stessi elementi.”
Heaven, da cui il nome del romanzo, è il titolo che Kojima dà al suo quadro preferito, rappresentante due fidanzati che mangiano torta in una stanza, con un tappeto rosso e una tavola bellissima. “A quei due giovani è successo qualcosa di terribile” spiega al suo giovane amico“ una cosa tristissima e molto dolorosa […] ma alla fine sono riusciti a superarla insieme, restando uniti, e per questo vivono nella felicità più grande che esiste. Si sono lasciati alle spalle la tristezza e la sfortuna e sono arrivati lì, in quella stanza che all’apparenza non ha niente di speciale, ma che in realtà per loro è puro Heaven”. Già in questa affermazione è evidente la visione che Kojima ha rispetto al significato della violenza e del dolore. Lei è convinta che: “dando per scontato che esista un dio che vede e sa tutto, è chiaro che verrà un giorno in cui ciascuno, o meglio chi lo merita, sarà ricompensato per tutte le sofferenze e le ingiustizie subite. […] il quando non è così importante, perché ciò che conta è che la sofferenza, l’amarezza e l’angoscia abbiano un senso”. Così, riguardo gli atti di bullismo che ogni giorno riceve, sostiene che: “è come se fosse una grande prova: dopo aver sopportato tutto alla fine ci aspettano un luogo o un evento speciali, qualcosa in cui non ci saremmo mai imbattuti se non avessimo sopportato tutto e resistito fino alla fine”.
Per Kojima la sofferenza ha un significato preciso. A questa visione si oppone quella di Momose, uno dei bulli, il più serio e consapevole. Quando il protagonista lo incontra fuori un ospedale e lo affronta per chiedergli perché continuano a tormentarlo, Momose gli spiega che lo strabismo non c’entra niente. “Tu o un altro non cambia granché, l’importante è avere qualcuno da mettere sotto. Potrebbe essere chiunque, basta avere un pretesto qualsiasi.” Per Momose non ci sono altre spiegazioni ulteriori, non c’è bene o male, giusto o sbagliato. “In linea di massima” sostiene “ se si ha voglia di fare una cosa, bisogna farla e basta, […] siccome niente ha senso, bisogna sempre inventarsene una”.
Si evidenzia in questo modo come tre siano i personaggi importanti del racconto, ognuno portavoce di una filosofia precisa. L’intreccio, assolutamente lineare e semplice, è soprattutto quindi lo scontro di mentalità tra questi personaggi i cui lunghi monologhi cercano di rispondere alle domande: “Cos’è il dolore? Perché si soffre?”
Per Kojima la visione è quasi finalistica: soffrire e resistere alla sofferenza porterà a una vita diversa un giorno, assumerà un significato e darà diritto a un “Heaven” imprecisato. Per Momose al contrario il significato non c’è, gli echi del nichilismo risuonano nelle sue parole.
Tra queste due visioni opposte e polarizzate, tuttavia, si inserisce il protagonista, per il quale arriva a un certo punto il momento di reagire. Egli non crede che il dolore debba assumere un significato più alto, né però gli basta credere che tutto sia insignificante. Supera dunque, nel finale, entrambe queste visioni e sceglie una terza strada, tutta sua. E che inevitabilmente sancirà anche la fine di una amicizia, a tratti tossica, poiché nata nell’ombra del concetto di sopravvivenza e legittimazione della violenza. Appena lo conosciamo, infatti, per il protagonista ogni giorno è un tempo che cerca di vivere quanto più passivamente possibile, lasciandosi scivolare addosso le brutture che esso porta e Kojima lo ama perché insieme a lui ha deciso di vivere secondo il principio che c’è forza nella debolezza, ma i due stanno cambiando, l’uno grazie all’altro, e le loro morali si scontrano irreparabilmente.
In uno stile poetico e rarefatto Mieko Kawakami porta alla luce una tematica molto ricorrente nelle narrazioni giapponesi (a questo proposito consiglio a chi è interessato al tema Tu sei il più bel colore del mondo, un non recentissimo manga edito da Bao publishing). Pur non aggiungendo molto all’argomento del bullismo, e pur creando un intreccio poco originale e a tratti sfocato, già sentito e già visto, le parole semplici ma dirette con cui le situazioni vengono descritte rendono questo romanzo adattissimo per un pubblico di adolescenti. Probabilmente però l’aspetto più interessante è la relazione non scontata tra il protagonista e Kojima. Io stessa avevo cominciato a leggere questo libro perché mi sembrava la storia di un’amicizia pura e indissolubile. Invece questa storia, quasi come una profezia che si realizza, mi diceva che a un certo punto anche le amicizie più indissolubili si evolvono e mutano, le strade si separano e i punti di vista diventano inconciliabili, e questo può essere vero a tutte le età e forse a tutte le latitudini. Quella del protagonista e Kojima è un’amicizia che funge da scudo contro l’Alterità, un bozzolo nel quale rifugiarsi e che tuttavia porta al rischio di distorcere la realtà. Un’amicizia nata con le migliori intenzioni e che tuttavia il lettore non tarderà a cogliere nei suoi aspetti più pericolosi.
Donatella De Tora
Per acquistare il libro dal sito dell’editore clicca qui.




