Libri tutto finisce con me

Published on Luglio 11th, 2022 | by cefalo precario

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Tutto finisce con me di Gabriele Esposito

Tutto finisce con me

Gabriele Esposito, Tutto finisce con me, Wojtek edizioni. Pag. 152, € 16

Infine, c’è il momento delle foto, ora ho più tempo per guardarle: il bianco e il nero immortale dei bisnonni e dei nonni, la grana della carta di una volta, resistente a tutto come il carattere e lo spessore delle persone rappresentate, quelle che hanno fatto la guerra, tempra durevole perfino nei secoli, o almeno così mi immagino. Poi loro due, mamma e papà, metà grigi e metà a colore, lo sbiadito sogno degli anni Ottanta, quello di Ciribirbì Kodak, e poi, io, l’ultimo rimasto […] Dopo di me il nulla. Di me, in futuro, nulla. Percepisco il fatto di essere solo al mondo, solo fino all’ultimo dei miei giorni, qui, nessuno a ricordare le cose che ricordo io, nemmeno parzialmente, non c’è prole, ed è meglio così. Tutto finisce con me.

 

La solitudine è una condizione nella quale un individuo per scelta propria, a causa di circostanze personali o eventi della vita, si isola dagli altri esseri umani. L’esistenza di questo sentimento è in contrasto con la natura dell’uomo che è sociale, ma spesso i limiti del linguaggio rendono difficile riconoscere e spiegare un sentimento. Herman Hesse l’ha descritta come un’indipendenza fredda e silenziosa (ndr Il lupo della steppa). Oltre alla conoscenza della letteratura, anche le lingue possono tornare utili. In inglese, per esempio, esistono due termini per definire questo stato d’animo: solitude e loneliness. Il primo si riferisce alla gioia di stare da soli, e questa può avere una durata sia breve che lunga con effetti positivi o negativi sulla salute psichica e fisica; il secondo descrive il dolore di trovarsi contro la propria volontà in una condizione di isolamento, reale o percepito, che porta chi lo prova a cercare disperatamente il contatto con gli altri. In italiano purtroppo non abbiamo dei corrispettivi ma la letteratura può ancora venirci in soccorso e Tutto finisce con me, il libro di Gabriele Esposito – pubblicato da Wojtek edizioni – è un ottimo strumento per capire le due facce di questo sentimento. Un romanzo che è insieme spietato e comico.

La storia è narrata in prima persona da un giovane uomo in carriera alla Patrick Bateman di American Psycho, con la fissa dei numeri, del lusso e della sua forma fisica. È sposato con Veronica, ma il loro matrimonio è basato solo sul sesso. Al lavoro è in perenne competizione con tutti, a partire dal suo migliore amico Giovanni che teme possa scavalcarlo nella gerarchia aziendale. La narrazione delle sue attività quotidiane continua finché il nostro protagonista una mattina si sveglia tutto solo, abbandonato dai parenti, dagli amici, dai colleghi, dall’umanità intera. Ma non se sono andati per sempre, scompaiono a intermittenza, e così si alternano giorni di normale routine ed immensa solitudine e ciò si riflette anche nella narrazione che da questo punto in poi si spersonalizza perché il nostro personaggio viene scisso. In una dimensione c’è la sua coscienza o anima che vaga nel silenzio degli edifici vuoti e delle strade silenziose. Nell’altra resta il corpo, l’uomo in carriera e l’amante perfetto, che continua a svolgere le sue mansioni di cui tutti tranne lui si ricorderanno. Dopo l’iniziale turbamento il nostro comincia a vivere questi momenti con grande esaltazione e ferocia dando libero sfogo ai suoi istinti primordiali: camminare nudo per strada, defecare sui tavoli di un ristorante chic, rubare abiti costosi e quadri d’autore… Insomma lascia cadere la maschera della perfezione per essere finalmente sé stesso senza quelle pressioni sociali che lo soffocano nel mondo-con-gli-altri. Ma non è davvero solo neanche qui. Nei lassi di tempo che passa da solo la vita comincia ad assumere tutt’altro significato, la sua perfetta solitude si tramuta ben presto in loneliness e trova altre solitudini in compagnie che nell’altra dimensione lo avrebbe disgustato. Qui l’estetica, il denaro e la forza non contano nulla. Ci sono solo tramonti, infinite distese di verde e blu e quel calore umano che solo un rapporto autentico sa dare.

Anthony Fico

La piazza grande è vuota come tutto il resto della città e però – chiudo gli occhi e li riapro per esserne sicuro – all’angolo, non lontano dalla chiesa, c’è una lunga ombra che, a differenza delle altre, non se ne sta immobile. Attorno: un lampione spento, un materasso unto, torsoli di mela, mozziconi di sigaretta. È carne, carne viva: il petto si gonfia e si riduce a intervalli regolari. Una visione inaspettata quanto magnifica, un fenomeno quasi migliore del Concerto per violino no. 1 in Sol minore di Max Bruch. Contemplo in silenzio per una ventina di secondi. È un vecchio, e se ne sta seduto per terra a gambe incrociate, con il cappello davanti, una coppola Stetson scolorita e macchiata d’ignoto. All’interno solo qualche moneta di rame. Al suo fianco dorme un piccolo cane malandato, figlio di molti incroci: le orecchie lunghe, le zampe tozze, la coda corta e pure mozzata. […] Osservo le monete, sembrano quelle che ho gettato l’altro giorno dentro a un cappello vuoto senza proprietario. Annuisce. Annuisco anch’io. Decido di sedermi nella sua posizione, lì con lui, non ho un cappello ma credo di non averne bisogno. Quel che serve a me è una chiacchierata. Buonasera, faccio io. Buonasera. Parla la mia lingua, con lentezza e senza alcuna inflessione. Lei che ci fa qui? È tutto quello che mi viene in mente da dire, forse un come va sarebbe stato più appropriato e di certo più gentile, ma forse neanche quello perché che per lui bene non va. Comunque non mi risponde. Nel cappello conto un totale di nove centesimi di euro, quelli che gli ho dato io. […] Tiro fuori due delle quattro banconote di Loredana e gliele appoggio con cura all’interno del copricapo. Sposto le monetine per usarle come fermacarte e fare in modo che il vento non li sottragga all’uomo. Mille euro e nove centesimi, gli dico, sorridendo: non male come giornata. Sono novecentocinquantasette euro e cinquantasei centesimi in più rispetto alla media. E dove dovrei spenderli, secondo te? Lo chiede senza guardarmi. Infila il dito in uno dei tanti fori della sua Lacoste blu vecchia di trent’anni. Gratta qualcosa con forza ed espira con la soddisfazione di un amante. Questa volta sono io a non rispondere, mi prendo qualche istante per pensare. In fondo qui, se ho fame, vado al ristorante stellato e non pago. Se ho freddo e non ho voglia di andare a casa, posso dormire ogni volta all’Hilton. Forse è questo che fa anche lui: quest’uomo dorme ogni notte in albergo. Mi riprendo le due banconote e mi alzo. I centesimi glieli lascio. Saluto. Mi guarda. Non sono i soldi di cui ho bisogno in questo mondo, dice. Lo capisco, e allora mi risiedo. Lui poggia la testa sulla mia spalla, lo lascio fare. Accarezzo piano il suo cane, lo gratto sotto la gola, lui apre gli occhi, marroni come il suo manto. Sembra sorridermi. Sorridiamo tutti e tre.

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