Felipe Polleri, Le poltrone appassite
«[…] è che scrivo sempre lo stesso libro e, se dovessi dire di che parla quel libro, e questo libro, mi troverei nell’ovvia necessità di dire che, ovviamente, c’è solo un argomento che mi interessa: la compassione.»
Queste sono le parole che chiudono la seconda parte di Le poltrone appassite. Per un lettore intrappolato nella poltiglia fatta di amore e odio che è la sintassi polleriana, queste trentasette parole sono una liana calata dall’alto. Le opere di Polleri vanno intese come i tasselli di un puzzle che una volta messi insieme restituiscono la pianta del nichilismo, questa città infernale che abita ogni uomo ma che pochissimi hanno davvero attraversato e ancor meno ne sono usciti conservando la propria lucidità. Ogni scrittore, ogni artista, ogni filosofo ha seguito la propria particolare bussola per orientarsi. Polleri si affida alla compassione.
Le poltrone appassite è un romanzo in forma di diario ma è un “diario-condominio” dove convivono, si alternano, si sovrastano molteplici voci, in questo caso due e ben distinte. Néstor è un “Ordinatore”, un semplice portiere, o meglio, un aiuto-portiere fintamente assunto per pietà della vecchia madre serva, che sorveglia l’ingresso di un palazzo sonnecchiando su una poltrona. Egli è disprezzato e umiliato dai proprietari e altri inquilini per la sua diversità e sembra non avere alcun amico tranne forse uno scrittore, il “nero bastardo del 101”, che decide di prestargli la sua voce: «Qualcuno deve pur parlare per gli addormentati, i tonti, gli idioti e i burattini di legno. Sì, è vero che sembra un burattino di legno, è bassino, malaticcio, impacciato… [ma] se noi geni piangiamo, perché non possono farlo anche i dementi incurabili, come il povero Néstor?». I loro punti di vista si ribaltano a vicenda e si confondono ma senza mai incontrarsi e finiscono per diventare ostili man mano che il romanzo procede.
Seppur contraddittori, Néstor e lo scrittore rappresentano la duplice anima del narratore a cui è riservato il privilegio di entrare e uscire dal testo ed elevarsi sopra la cloaca umana che infesta il condominio per sottrarsi al destino di chi è costretto a concorrere negli spettacoli disumani che vi allestiscono. Due “Orchi ciccioni”, gli arbitri del gioco, scelgono due ragazze (ogni tanto vengono coinvolti anche uomini), che hanno sempre grandi seni e grandi sederi, e le sottopongono a delle prove umilianti e ai limiti della resistenza umana. Attorno a loro gli scommettitori che urlano e sbraitano. Alla concorrente che non cede o soccombe alle torture viene data tregua per una settimana. Ma la parte più interessante di questi passaggi è la descrizione degli Orchi:
«Passando ad altro, gli Orchi entrano sempre in scena con i petti e i pancioni nudi e con maschere di corvi o di spaventapasseri. Hanno un bello stipendio e molti benefici sociali. Se fossi un bianco, mi farei crescere la pancia e andrei alla Scuola di Orchi. In realtà è molto difficile entrarci. Il “concorso” è famoso perché almeno la metà dei partecipanti non supera la prova scritta e il resto, tranne uno o due, muore prima di arrivare alla mattina della prova orale. I “concorrenti” si assassinano tra di loro, in modi così spaventosi che preferisco non descriverli.»
Del perché molti possano riconoscersi in questo paragrafo, lascio ogni interpretazione al lettore.
Come il suo predecessore tradotto in italiano (Germania, Germania!) anche questo libro gioca con le strutture narrative e le parole – tra umorismo viscerale ed ellissi – per creare un nonsenso che stordisce il lettore.
Anthony Fico




