Vivere a Juarez del Sud. Ce ne parla Luca Mignola
Non è un libro per lettori criceti
Bene, dov’eravamo rimasti?
Cito in maniera impropria Enzo Tortora per riprendere quel discorso sui “lettori criceto” introdotto qualche mese fa con la recensione del bel libro di Emanuela Cocco, Tu che eri ogni ragazza. C’eravamo fermati al punto in cui si parlava di questo particolare tipo di lettori che amano i cosiddetti libri di svago. Quelli che non fanno domande complicate e offrono all’avventore un pacchetto full optional, chiavi in mano: un genere letterario, un autore e una trama collaudata. Al contempo, esistono ancora storie in grado di creare un corto circuito tra il lettore e il libro e per questo capaci di incendiare qualunque tipo di comfort zone. Ebbene, sarà una coincidenza, ma l’impressione è che dalle parti della Wojtek editore c’hanno un po’ preso gusto a bullizzare il criceto che c’è in noi, visto che anche Racconti di Juarez del Sud di Luca Mignola rientra nella categoria libri da sconsigliare alla simpatica cavia letteraria con tanto di advisory piazzata in copertina. Per cui, non fatevi ingannare dalle novantotto pagine, perché Racconti di Juarez del Sud è un vero agguato al nostro essere criceti, fatto attraverso il richiamo del libricino breve, che in realtà nasconde al suo interno racconti che si legano tra loro con straordinaria maestria e che non permette disattenzioni di sorta.
Il male
«In quel coagulo di tempo, definito 1988, in cui il male aveva perso la proprietà che permette ai più di riconoscerlo per quello che è – la proprietà della tentazione -, sull’isolotto nel centro esatto del Delta del Sarno, l’Anfizionia vegliava in silenzio su Juarez del Sud e sul condannato, il sacrificabile, conosciuto col nome di Judas».
Storie che parlano di altre storie che a loro volta raccontano delle nostre incertezze, dell’indefinito, dell’irrazionale e di una certa predisposizione umana all’essere malvagi.
Luca Mignola prende il male di petto e lo condensa tutto in un luogo, Juarez del Sud: un posto popolato da esseri corrotti, privato della bellezza, spogliato della sua identità, disintegrato e condannato in modo ineluttabile al decadimento. E racconto dopo racconto, Juarez diventa per il lettore una sorta di ossessione di cui finirà per imparare a memoria il nome di ogni posto: l’Armeria, l’Asilo dei figlio di nessuno, l’Erebo e il fiume Sarno.
La memoria
«Avevamo l’abitudine di sedere sulle gambe del nonno e ascoltare le sue storie. Era un rito cui non potevamo sottrarci nelle sere d’estate, quando si apriva il balcone e il nonno prendeva la sua sedia preferita, quella impagliata, la stessa su cui s’era seduto suo padre e il padre di suo padre, già prima che migrassero verso Juarez del Sud.»
E non è un caso, perché Luca Mignola utilizza l’esercizio della memoria come una sorta di strumento narrativo. Come in un puzzle, lo scrittore si diverte a scomporre e ricomporre i ricordi e la memoria diventa un gioco, una sfida al lettore, a cui spetta il compito di mettere in ordine i pezzi. E non è un compito facile. I racconti lievitano, si espandono, fino al punto di toccarsi, sovrapporsi e raccontarsi a vicenda. E in quest’ottica della sfida lanciata al lettore va vista anche questo gioco di specchi tra oblio e memoria, che dal labirinto pensato dallo scrittore sono destinati a trovare la stessa via d’uscita. Perché a Juarez ogni cosa sembra sul punto di collassare e implodere su se stessa e quest’attesa insopportabile della catastrofe finisce col diventare quasi una speranza.
A Juarez del Sud
“Nel crogiolo in cui cuociamo a fuoco lento – morire un poco è dire di essere morti per intero.”
Con i suoi racconti che sin dal titolo strizzano l’occhio a un certo mondo fantastico sudamericano, Luca Mignola ci guida in compagnia della sua scrittura colta e raffinata, all’interno di questa città spaventosa e inquietante, non abitata da eroi. Cionnonostante, lo scrittore riesce a sopperire a questa mancanza e a raccontare la tragedia, contravvenendo di fatto a una massima di F. Scott Fitzgerald: “Mostrami un eroe e ti scriverò una tragedia”. A meno che l’eroe che cerchiamo non sia proprio il fiume Sarno, che con la forza delle sue acque potrebbe esondare e travolgere ogni cosa. Una liberazione.
Fabio D’Angelo
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