Temevo dicessi l’amore
Dopo l’esordio con il romanzo breve La raggia pubblicato con Pidgin Edizioni, Mattia Grigolo consegna ai tipi di Terrarossa la sua prima raccolta di short stories, che include testi inediti e non, e giunge nelle nostre mani con il titolo: Temevo dicessi l’amore. In copertina troviamo una donna in ginocchio e appoggiata su una voliera che contiene una miniatura della donna stessa. Le due donne sono poste l’una di fronte all’altra ma i loro sguardi non si incrociano, nella rappresentazione di un incontro mancato: una copertina che già introduce al narrato, e immette il lettore in quell’atmosfera che spesso si crea soltanto dopo molte pagine.
Sembra che la necessità di raccontare anticipi il testo stesso. Inoltre, nella forma breve dev’esserci una tensione diversa, che funzioni come un materiale a presa rapida, che garantisca compattezza, solidità e resistenza. E in una struttura fatta di parole, questa tensione deve tradursi in parole efficaci, piene, affilatissime, affinché la necessità di fare economia non tolga nulla al senso di ogni frammento e al suo insieme.
Mattia Grigolo, maestro di scrittura creativa e fondatore di riviste letterarie, usa parole precise che generano smarrimento. Il dato più sorprendente della sua scrittura è proprio questo: l’utilizzo di espressioni definite per esprimere tutta l’indefinitezza della condizione umana. Sulle pagine di Temevo dicessi l’amore le parole si sollevano e si muovono sulla solitudine dello spazio bianco e il lettore resta sgomento nell’identificarsi con quella emarginazione. Le parole arrivano come lame, che però trafiggono e non si sporcano, restano fredde e lucenti, intatte sotto i nostri occhi sgranati, mentre si delineano fotografie di momenti puntuali, istantanei, inequivocabili ed evanescenti nello stesso tempo, come fosse possibile tracciare contorni netti e annebbiati nel giro di pochi istanti.
Una successione straniante di nomi che si ricongiungono dopo pagine e pagine, e si trasformano, percorrono il tempo, agitano sentimenti, ribaltano situazioni e punti di vista, disegnano strade e ci portano fuori strada. Ofelia: è lei, è suo il nome che appare come stella polare e ci guida nell’orientamento del nulla pieno dei nostri impulsi, nella conquista silenziosa e inutile di un amore che sappia forse affrontare il senso di morte che pervade ogni gesto della nostra esistenza.
Ofelia appare in ciascuno dei quattordici racconti, popolati da numerosi personaggi descritti con evidente urgenza e mirabile precisione. Ofelia è una ragazza e poi una donna matura e infine una donna sul limitare della vita, e noi giriamo con vaghezza intorno alla sua figura, alla incessante ricerca d’amore, alla necessità di allungare lo sguardo sulla dimensione più cupa, che pur giunge attraverso segni e figure, spesso appartenenti all’universo animale.
Un mondo, quello animale, che ci doppia e lancia messaggi, e spesso sono proprio messaggi di morte o, comunque, di assenza. Le strade – conosciute, dimenticate, dissestate o soltanto immaginate – percorrono rapporti familiari e intrecci amorosi, e viaggi di scoperta dell’altro, o di di-svelamento – rielaborazione del ricordo e trasfigurazione del passato – in una mai appagata ricerca, che potrà condurre all’amore, o al senso della vita, o alla morte. I personaggi di questi racconti si cercano arretrando e perdendosi in direzioni opposte, che sbiadiscono man mano che si fa più acuta la ricerca.
Chiara immagina una vita insieme a Ofelia e più ci pensa più si chiede cosa immagina Ofelia. Impossibile saperlo.
Chiara immagina di avere dei figli con Ofelia: li crescono in una casa grande, una villetta a schiera con un giardino e forse una piscina gonfiabile oppure un piccolo campo da minigolf. Il giardino è disseminato di giochi colorati. C’è anche un cane e Buco Nero che soffia al cane, ma si sopportano. Ofelia dipinge oppure fa sculture goffe con il metallo e la plastica, Chiara tiene in ordine i conti. I figli crescono, diventano adulti e uno per volta se ne vanno per la loro strada. Restano sole, non ci sono più colori in giardino e il cane è morto di vecchiaia. Il gatto no, perché è immortale.
Chiara immagina di fare sesso con Ofelia, però non sa se ha ben chiaro cosa significhi fare sesso con una donna.
Dialoghi tra voci che accolgono e confondono si interrompono a lasciare entrare sguardi diversi, si spezzano per catapultare il lettore in un altro tempo e in un altro ambiente, chiuso, aperto, familiare, ostile… ovunque può sospendersi la parola e ritrovarsi in una agghiacciante chiarezza, che talvolta disorienta nel punto di massima luce.
Ofelia aveva detto che per lei era importante avere un impegno che la distraesse e trovava il laboratorio una distrazione costruttiva. Adamare le aveva chiesto: «Distrarti da cosa?». E Ofelia si era limitata a dire che c’è sempre bisogno di distrarsi.
«La vita stessa è una distrazione», aveva replicato Ad amare.
«È un modo di vedere il mondo.»
Temevo dicessi l’amore è un mosaico di solitudini e disperazioni, alimentate da affannose e silenziose ricerche, di individui destinati a non incontrarsi, a parlare a fantasmi, a rincorrere visioni, a cancellare e ricostruire ricordi. E ponti, sotto cui crolla inevitabilmente il nostro destino.
A un certo punto un personaggio entra in una chiesa e si perde nella descrizione che lo coinvolge, e che lo mescola al luogo che attraversa, al tempo che in quel luogo si riflette, ai sentimenti che smuove, alla luce che disegna tutto.
Più avanti c’è una chiesa, entro a cercare ulteriore frescura.
Le navate riflettono l’eco dei passi, riverberandoli da una parete all’altra. I suoni impattano contro i volti eterni dei santi e dei martiri, i quali non si rovesciano in espressioni diverse da quelle dell’immensa tristezza che da sempre li rassicura. Mi domando perché tutta questa infelicità.
A metà della chiesa percorro una fila di panche di legno di noce e mi inginocchio lentamente, come fosse questo, per me, un tempo infinito. Posso prenderlo senza fare calcoli, le uniche cose a muoversi siamo io e la luce del sole attraverso le vetrate figurative che, ancora più lenta di me, si avvicina al tramonto.
Ecco, forse il lettore che entra in queste pagine avverte una sensazione simile a quella descritta dall’uomo che ripara in chiesa in cerca di frescura.
Temevo dicessi l’amore, con il suo minimalismo affascinante e crudele, con i dialoghi che paralizzano e fanno trasalire, attraverso una lingua elegante e risoluta, offre un affresco perfetto dell’incompiutezza di ogni gesto umano, e una lucida visione dell’inconsistenza del nostro animo.
Lia Amen




